Il maresciallo feroce, disperando piegare con le armi l'invitta costanza dei bresciani, ordinò che con acqua ragia e pece, si appiccasse il fuoco alle case, così che in breve le tenebre furono lugubremente illuminate dagli incendî.
S'adunarono allora a consiglio i reggitori del Comune e il Comitato di difesa. Il rovinìo delle case, il crepitìo degli incendî, il tuonar dei moschetti, il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce ch'era follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca si sarebbe voltata più feroce contro la città, che l'arrendersi avrebbe risparmiato un nuovo spreco di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il popolo divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva di voler combattere ancora.
Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il fato della moribonda libertà italiana!
Alla violenza eroica, con cui il dì primo di aprile si rinnovò il combattimento, parve che Brescia non fosse esausta da nove giorni di titanica lotta.
Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva lo spirito della battaglia, anco una volta balenarono le vecchie milizie del dispotismo. Se non che nuove artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco, schiacciarono con la potenza delle armi, non vinsero i difensori di Brescia.
Alcune parti della città presentarono allora uno spettacolo da agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, incendiarono, uccisero donne, vecchi, bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri eran chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. Ingombravano le vie mucchi di cadaveri scorticati, sbranati, sfracellati, masse informi di carni lacerate. Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le sbranate viscere dei loro diletti, altre volte scaraventarono teste di teneri bambini tra le schiere bresciane. Con altissimo scroscio cadevano le barricate, passava la processione lugubre dei compagni portati sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato; le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, e il popolo con le armi alla gola, all'intimazione di cedere, di sottoporsi, fieramente resisteva.
Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, e tra le fiamme degli incendi si combatteva ancora, con un valore più forte della barbarie nemica.
A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era recato al Castello, per ispetrare il duro cuore di Haynau, il generale austriaco, implacabilmente imperioso, con lugubre ironia rispondeva che nulla d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini.
Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato fra i superstiti? Fra i superstiti, che molti e molti indomati eroi avevano bagnato del loro sangue le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo.
La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che importano i nomi? Tutti erano pronti a morire com'essi dicevano, alla bresciana.