Ecco uno che squarciato il petto da una palla cade dicendo: «Me fortunato, ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia.» — «Ed io secondo» — rispondeva un altro, cui la mitraglia dirompeva gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, rifiutava l'aiuto dei commilitoni, perchè non abbandonassero il posto. — I ricordi son molti. Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei suoi fasti alle sfortunate, ma eroiche prove di valore, date dalla vecchia aristocrazia piemontese pochi giorni prima, sugli infausti campi di Novara. L'oscuro popolano bresciano, che, col cappello forato da tre palle, si scaglia contro quattro austriaci, ne uccide uno, manda in fuga gli altri e torna a' suoi dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio sinistro, e dopo aver scaricato col braccio destro il fucile cade gridando: «Viva! mi resta un braccio per la spada!» non sono forse pari nella virtù e nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San Martino, che, alla Bicocca, colpito a morte, stramazza di cavallo, dicendo a Carlo Alberto: «Ora il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant, che levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva il Re»? È in tutti questi prodi un comune lignaggio, che ha per motto di famiglia: patria e valore. Haynau, passato alla storia col marchio del sangue sopra la fronte, impose a Brescia duri patti, che dovettero essere accettati dai reggitori della città. Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto della l'esistenza disperata nel sangue.

Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle resistere tino all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori per incrudelire dovunque e per iniquamente violare i patti della resa. Testimonianze irrefragabili parlano degli orrori della soldataglia, d'incendi, di fucilazioni, di violenze: narrano di cittadini inermi bastonati, martoriati, d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, d'altri ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano come nè l'età, nè il sesso imponesser pietà, essendosi trovati donne e vecchi laceri di ferite, bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul suolo, trapassati dalle baionette e lasciati là, fra orrendi contorcimenti, sotto gli occhi materni. Quelle belve umane entrate in un collegio di fanciulli, ne sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato il fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto gli occhi della madre massacrarono un giovane epilettico. Un prete, uscito di città, per cercar notizie della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso vivo un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti giovanette stuprate e scannato un nipote: un vecchio venerando, trapassato dalle baionette, per non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: un popolano, Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso con uno de' suoi carnefici. Oh! esecrazione! Non resiste più l'animo a queste scelleraggini nefande, il cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare il cuore con fremiti di sangue.

Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva strangolata la libertà bresciana, e, fra la tirannia militaresca e la violenza ladra dei barbari, la scettica e vile Europa guardava indifferente. Ma quei morti tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di resurrezione.

Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava l'Italia della sua eroica virtù, aveva raccolto dalla propria storia e al sangue de' suoi martiri aveva confidato il diritto che dentro alla sacra cerchia delle Alpi e del mare, la patria non dovea essere contaminata da straniero dominio.

Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, con impudenza soldatesca, pensò assicurare la obbedienza col terrore, col sospetto, con l'arbitrio, e la Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo grande altezza d'illusioni e speranze in orrende calamità. La baldanza soldatesca del Radetzky non obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali avrebbero voluto porre un freno all'imperio della spada. Ma non erano smarriti gli animi e gli intelletti degli italiani, non tutte spente le speranze, e la nazione imparava dal dolore l'arcano della risurrezione, e, ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia a ritentare la prova, ad affermare la libertà e la patria con la meditazione, con l'opera, con la parola, con il sangue.

Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di patriottismo, e le società segrete, prendendo inspirazione dal comitato nazionale, istituito a Londra dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva l'ira soldatesca dello straniero, ordinavasi un comitato di patriotti, di cui era anima Enrico Tazzoli, sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia soffocava le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni con le bastonature, con le confische dei patrimoni, con le multe, con gli esigli, con la violazione della legge comune e dei trattati. Le persecuzioni accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il seme di libertà.

La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico popolano Sciesa, milanese, fucilato il 2 agosto 1851. Lo seguono nella morte gloriosa il comasco Dottesio strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, sugli spalti di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, lo Zambelli, il Canal, il Poma, il Grazioli, il Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il patibolo, furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, poi mandati a scontare il delitto d'amare la patria nelle prigioni boeme.

Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, ove le burrasche mondane romoreggiano, come il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva sicura, ci appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci giornate di Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore. Quel pallido fantasma non è accompagnato da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La notte precedente al supplizio, l'eroico giovane, il quale abbandonava la vita a ventotto anni, scriveva una lettera ad Alberto Cavalletto, che non si può leggere senza profonda commozione, «Nella mia vita — così egli scrive — ho qualche volta gustato delle gioie, ma te lo assicuro, in confronto a quelle che provo in questi momenti, esse non furono che miserabile fango. La mia gioia al pensiero che fra poco andrò a morire per la patria, è così viva, così intensa, che se gl'Italiani potessero averne un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo stesso ardente entusiasmo, i martiri della Chiesa primitiva andavano a morire per la religione. Oggi, dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che ci diedero una patria, sembrano così distanti da noi, quelle audacie magnanime sembrano così lontane da questi giorni, in cui ogni senso di patria poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di vanità, dalla pratica operosità, che converte l'anima in denaro. Ma allora la patria era veramente una religione, la quale insegnava la nobiltà del morire per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva dal cuore: virtù di religione, esercitata per amore all'invincibile sentimento dell'eterno bello, dell'eterno giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che, pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e lo sentiva, e lo misurava, e lo sopportava; virtù di sacrifizio, che facea serenamente rifiutare la vita per la patria adorata.

Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, poteva domare gli animi, anelanti a libertà.

Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i profughi delle provincie oppresse e li adoperava come cittadini. Le lettere nella Lombardia e nella Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie, che aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio contro lo straniero, continuavano ad armare le menti al conquisto della libertà.