È strano che il Manzoni, così cauto e sereno giudice di fatti storici, abbia potuto chiamare «saggia e pura» la rivoluzione dell'aprile 1814. Al suo amico Carlo Fauriel, a Parigi, quattro giorni dopo l'eccidio scellerato del Prina, osava scrivere queste testuali parole dalla città dove il delitto era stato consumato:

Mon cousin vous racontera la révolution qui s'est opérée chez nous. Elle a été unanime, et j'ose l'appeler sage et pure, quoiqu'elle ait été malheureusement souillée par un meurtre, car il est sûr que ceux qui ont fait la révolution (et c'est la plus grande et la meilleure partie de la ville) n'y ont point trempé: rien n'est plus éloigné de leur caractère. Ce sont des gens qui ont profité du mouvement populaire, pour le tourner contre un homme chargé de la haine publique, le Ministre des finances, qu'ils ont massacré, malgré les efforts que beaucoup de personnes ont fait pour le leur arracher.

Vous savez d'ailleurs que le peuple est partout un bon jury et un mauvais tribunal; malgré cela, vous pouvez croire que tous les honnêtes gens ont été navrés de cette circonstance.[97]

Lette queste parole, abbiamo diritto di domandare: in quale mondo viveva allora Alessandro Manzoni? Forse, chi sa?, egli volle presentare a ogni costo, per affetto al natìo loco, sotto una luce benigna la propria città nativa; forse voleva difendere gli antinapoleonici.

Si narrò che il Manzoni, dalle finestre della casa Imbonati, dove si trovava (ora là s'erge il teatro Manzoni), aveva assistito all'esecrabile assalto della folla omicida, e ne raccontava più tardi, a' suoi intimi, pietosi particolari: è certo che l'urlo della folla s'udiva nella casa materna del Manzoni in via Morone.[98]

Il Manzoni aveva partecipato alla levata di scudi contro il regime napoleonico firmando, insieme con numerosi nobili milanesi, la petizione per ottenere la convocazione dei Collegi elettorali. Egli non aveva mai amato Napoleone!

Un giovane solo, inerme, povero, d'umile origine, senza protettori, quasi senza eco, e ancora oscuro, osò rimproverare apertamente i congiurati del delitto consumato sull'infelicissimo Prina; al quale Milano doveva una riparazione allorchè, libera, poteva compierle tutte, e la deve ancora. Quel giovane era ignoto, ma doveva divenire il poeta delle tenere commozioni, degli affetti purissimi e gentili, delle lacrime pie, del dolore.

Quel giovane era il più diletto amico di Carlo Porta, Tommaso Grossi; e la sua arma, audace e solitaria, era una satira, la sola satira politica ch'egli scrisse: La Prineide.

È in dialetto milanese e in sestine. Vi manca il nerbo, l'ironia tagliente, percotitrice del Porta; eppure fu creduta opera del Porta appena si diffuse per Milano. Non nerbo, no, ma sdegno, figlio di alta pietà per lo strazio del misero martire dell'avidità napoleonica e della scelleraggine d'un volgo bestiale; volgo bestiale anche quello che, in quell'esecrabile 20 aprile, spiegava sotto la pioggia gli ombrelli di seta e ne volgeva le punte contro la vittima designata della più cieca delle passioni, quale è la passione politica. La pittura dello stato miserando, nel quale fu ridotto dalla lunga tortura per le vie di Milano, nel fango, il corpo del Prina, è commovente nelle sestine milanesi del Grossi: si rabbrividisce.

Quel poemetto, dice il Cantù, «ebbe tutto il successo della proibizione e del mistero». Si mossero indagini per iscoprire il colpevole: il nuovo governatore austriaco, il manesco Saurau, infuriato, voleva conoscerlo a ogni costo. E intanto Carlo Porta a stampare in propria difesa un sonetto: