Gh'hoo miee, gh'hoo fiœu, sont impiegaa
Et quidem anch a caregh del sovran,
«O che volete che io, impiegato, padre di famiglia, possidente, e malaticcio per giunta, col padre pensionato dal Governo, vada a pigliarla contro Sua Maestà, padrone del mio pane? Bell'onore fate al mio ingegno credendolo capace di trascendere a simili bricconate! Non mi aspettavo questo compenso: non mi credevo degno d'andare in galera!» Così egli si querelava in quell'infelice sonetto.
Ah no! egli ignorava che la Prineide fosse dell'amico Grossi. Altrimenti non avrebbe offeso lui per difendere sè. Appena pubblicata la suddetta difesa, gli capitarono, per la posta, tre sonetti milanesi anonimi in cui, confermandolo autore della Prineide, era bistrattato quale vigliacco. Furono diffusi; ma, dice il Porta in una sua nota manoscritta, «non ebbero fortunatamente assai spaccio». Non reputando bastante la prima difesa, ne bandì un'altra. Pare veramente un bando il sonetto:
Carlo Porta, poetta ambrosïan.
No vorend vess credun per on baloss,[99]
Prima perchè a sto mond el gh'ha quaj coss
E pœù perchè el gh'ha minga el coo balzan,
El protesta e el dichiara a tutt Milan
Che tucc quij vers che gira e che dà adoss