A re, governa, prenzep e pess gross

No hin farina fada col sò gran.

«O cari anonimi amici», pregava; «non attribuitemi tutto ciò che in versi milanesi va girando per la città». Ma inutilmente, chè, dall'ombra, qualche malevolo gli lancia altre accuse, altri insulti. «Ebbi lo sconforto», egli lasciò scritto in un libro autografo, «di suscitarmi contro un malevolo, che, di mano in mano ch'io tentava d'emergere dal naufragio, mi sommergeva di nuovo». E crede che sia uno della combriccola anti-italica. «Chiunque sia», egli soggiunge, «è uno sciocco sempre, in quanto a lettere».

Aveva cominciato un altro sonetto più energico (il frammento è alla Biblioteca Ambrosiana) ove prorompe stizzito: «Vogliono capirla o no questi dottoracci che blaterano su tutto e non sanno niente, che io non sono un imbecille il quale venga alle prese coi re?»

Il Grossi non si tenne paurosamente nascosto. Non attese che l'innocente fosse colpito; spontaneo si presentò al Saurau confessandosi autore della Prineide. Eravamo ancora lontani dalle sevizie del Ventuno. La dominazione austriaca era nella luna di miele; facile quindi la clemenza. Il Saurau tenne due giorni prigioniero il poeta esordiente; quindi lo licenziò ammonendolo di adoperare in migliori usi l'ingegno.

Il Grossi fu costretto a distruggere parecchie carte, fra cui versi del Porta, ch'egli giudicava compromettenti. Di ciò diceva all'amico in una lettera: «.... Mi scrivesti tante e sì belle cose, che serbava come reliquie nel cuore del mio scrittoio, e che il diavolo mi fece abbruciare in occasione delle mie note vicende (e ti assicuro che vorrei piuttosto aver perduto un dente); basta.... riparerò per l'avvenire a questa disgrazia!...»

Anche dopo il baccano della Prineide, quell'amicizia rimase inalterata. Il Porta scriveva al Grossi: «Oh i begl'ingegni che siete voialtri! Non v'è nulla che non vi riesca meraviglioso in verso e in prosa, ancorchè fatta così su due piedi; e io scrivo a voialtri di questa prosaccia. Addio, addio. Guardami il cuore. Questo viscere te lo prometto migliore assai del cervello». E un'altra volta allo stesso Grossi: «Ti voglio tutto il bene che vorrei alla più bella e brava ragazza del mondo». E ancora: «Ti ammiro, ti guardo come si guarda il sole».

I due amici lasciarono la prova più bella della loro concordia nella collaborazione della comi-tragedia Giovanni Maria Visconti duca di Milano, notevolissima nel Teatro italiano perchè si eleva da ogni convenzione.

Al Porta era stato commesso «di scrivere un'azione drammatica da rappresentarsi al teatro della Canobbiana, e, trovandosi stretto dal tempo, chè la si doveva porre in iscena non più tardi di quindici giorni dopo la sua promessa, propose a Tommaso Grossi di far questo lavoro insieme».

Così nel proemio della comi-tragedia stampata. E si aggiunge che i due collaboratori si unirono «a scegliere l'argomento, a stabilire la disposizione degli atti e delle scene: si divisero fra loro l'esecuzione, rivedendo poi insieme il complesso del lavoro, e stendendo anche alcune scene in compagnia».