In pochi giorni l'opera fu compiuta; ma per «imprevedute circostanze», non fu rappresentata.
È il primo esempio in Italia di collaborazione teatrale a due. Sono cinque atti. Il dialogo procede parte in italiano ampolloso, che mirava «a far colpo», e parte in un pittoresco milanese campagnuolo, sull'esempio della commedia I conti d'Agliate (rappresentata nel 1785) del monaco olivetano Francesco Molina, autore d'un'altra commedia di argomento patrio La caccia de Barnabò Visconti.
Silvio Pellico, nel Conciliatore (pag. 470), eccitava con coraggiose parole a trattare sul teatro drammi d'argomento patrio; e già sin dal Settecento un monaco ne componeva.
Col Giovanni Maria Visconti, i due geniali autori rispondevano ai concetti del Pellico.
L'azione si volge al tempo di Giovanni Maria Visconti, il crudelissimo figlio di quello splendido Gian Galeazzo, che innalzò Milano e la rese una città doviziosa, culta, illustre, potente. Giovanni Maria Visconti ebbe la bravura di perdere, in un decennio (1402-1412) a una a una, quasi tutte le città comprese nel vasto dominio visconteo, lasciatogli dal padre.
I due autori rappresentano, a tinte cupe, un tiranno efferato. Come mai certe frasi potevano piacere ai dominatori austriaci?... Si parla subito di congiurati, fra i quali due fratelli Trivulzio, «caldi tutti di patrio amor», e uno di loro esclama: «Povera patria nostra, in quali mani caduta!» Un altro dice perfino: «Abbiamo deciso di strappare la corona dal capo d'un usurpatore, d'un mostro, per riporla su quello dei legittimi nostri sovrani».
La comi-tragedia fu vietata per molto tempo dai proconsoli d'Austria, e si comprende perchè. «Questo dramma, che scostavasi dalle solite norme convenzionali della scena, e che univa l'elemento tragico coll'elemento popolare e grottesco, prima assai che Victor Hugo pensasse ad erigerlo in teoria letteraria, non è forse che uno sbozzo, e risente della precipitazione con cui fu scritto. Ma v'hanno in esso alcune scene bellissime per vigoria d'affetto e per comica vena; e se nella mirabile creazione di Biagio di Viggiuto, il buon pastricciano milanese, tutto cuore e bontà, manesco e furbo alla sua maniera, si scorge la mano maestra del Porta, coloritore insuperabile di caratteri; nei personaggi dei due Trivulzio, di Luchino Del Maino e sopratutto in quella casta e amorosa figura della Violante Pusterla, si ravvisa la fantasia mesta e soave del Grossi che anche di mezzo alle tristizie di un'epoca corrotta, sapeva trarre imagini belle e nobili».
Così un fine critico, Carlo Tenca, in quell'animoso Crepuscolo, che fu il legittimo erede del Conciliatore.[100]
Il Tenca non potè vedere il manoscritto; ma se lo avesse veduto, avrebbe trovato che il Grossi trattò anche qualche parte comi-tragica, ad esempio tutto il principio del terzo atto, quando Biagio è atterrito per aver visto divorare dai cani del Visconti un infelice, condannato a quell'orribile fine. Ma appartiene al Porta il soliloquio di Biagio nella sesta scena del primo atto. Par di sentir parlare Giovannin Bongee in quel dialogo che Biagio finge di sostenere con Squarcia-Giovanni, confidente del duca.
La seconda scena del quarto atto si presenta a due piani. Il piano superiore è una stanza da letto; l'inferiore è una prigione, dove Violante Pusterla, amante e cugina di Luchino Del Maino, incatenata, prega in ginocchio.