In quale rete d'imbrogli economici Ugo Foscolo si dibattesse, a Londra, lo mostra un'altra lettera di lui, datata 20 settembre 1816 da quella città, e diretta: Al signor Giuseppe Porta per Gaspero Porta; Milano. È d'affari. Egli parla del viaggio costoso, del caro de' viveri a Londra, di lire sterline, di cambialette, d'impegni, di rimborsi; ma d'un tratto esce dalle aridità finanziarie: «Malgrado la carezza del vivere, io benedico l'ora che sono venuto in Londra. Mi veggo accolto quasi fossi Catone in esilio volontario, e veggo che agl'Italiani basta l'essere onesti e l'avere un po' d'ingegno per essere ben veduti.... Ho ancora, e gli avrò finchè vivo, i pensieri in Italia». E infine: «Che fa il poeta cassiere?»
Una lettera bellissima, e rara per umorismo, insolito nel Foscolo, che ama piuttosto colorire di tinte tragiche, alla Ortis, il proprio epistolario, fu inviata direttamente a Carlo Porta. Essa ci introduce nell'interno della ospitale famiglia del poeta milanese; parla della moglie e de' figli di lui, e persino delle donne di servizio. Ah! col poeta del Bongee non ci vogliono fremiti (pare abbia detto fra sè quel Grande), non lugubri parole, ma piacevolezze: asciughiamo le lagrime, procuriamo di mostrarci allegri. Ecco la bellissima lettera tutta intera come l'ho ricavata dall'originale; è scritta di pugno dell'autore e non ha data:
«Carlo Porta fratello, e voi Vincenzina sorella, e voi Violantina, ed Annetta e Peppino figliuoli miei; e voi esemplarissime serve matronali di casa Porta, madri mie dilettissime in Cristo; io Meneghino Fenestra, girovago, stando oggi in Bologna, nè sapendo domani dove sarò, vi saluto con tenerezza e desiderio di cuore, e v'abbraccio tutti e tutte con castissima ed apostolica carità. Sappiate ch'io sono partito senza volervi dire addio, perchè a quella parola le lagrime mi gocciavano giù per le guance mentr'io tentava di proferirla dal secreto dell'anima mia: però non vogliate stimarmi villano, nè freddo e ingrato di cuore verso voi tutti ch'io amo, invece, e bramo di rivedere, poichè la vostra casa fu asilo cordialissimo a me in tutte quelle mie tristissime sere, e le vostre seggiole basse m'erano quieto riposo, e il vostro focolare mi riscaldava senz'abbruciarmi, e le vostre mele cotte mi risanarono gli occhi, e le vostre mele crude mi davano tutte le sere una cena salubre e squisita, la quale non mi costava se non un cordiale ringraziamento: — per queste gentilezze, e perchè tutti voi padroni e servi, giovani e vecchi e bambini, uomini e donne — specialmente le donne — siete ottime persone, ed aliene dalle fazioni Francescane, Austriache, Napolitane, Napoleoniche, Eugeniche, municipali, etc. etc.: — Io, dilettissimi, vi amo, e spero di rivedervi, ed abbracciarvi tutti — fuorchè la Vincenzina e la Violantina — all'una delle quali, invece d'abbracciarla, bacio in ispirito e bacierò in persona la mano destra; ed all'altra un guanto, purchè non abbia mozze inelegantemente le dita — che è la più brutta di tutte le mode di portar guanti. — Or addio; ed un saluto al signor Nava, al quale direte che ho scritto e che attendo impazientemente risposta, e i miei rispetti a don Giuseppe, al filosofo Gaspare e a don Alessandro. Cristo vi guardi, fratelli e sorelle e padri, e madri mie matronali, e figli e figliuole mie dilettissime. Tu, Carlino, rinfrescati gli occhi con l'acqua di rosa, perchè questi miei scarabocchi arabeschi t'accecheranno leggendoli. Addio, Omero dell'Achille Bongee. Addio.
«U. F....enestra.
»Al signor Carlo Porta,
presso il signor Porta, banchiere.
Milano.»
Non isfuggirà la freddura di quel Fenestra, trattandosi d'una lettera a Porta. Ugo Foscolo freddurista!... Ma alle freddure inclinavano allora altri grandi. Alessandro Volta non teneva tanto della sua pila, quanto delle sue freddure.
Un altro ameno ricordo foscoliano sta in un esemplare del Misogallo, posseduto già dal Porta. Vi è una nota con queste gaie parole, le quali mostrano il Foscolo scherzoso con una bambina: «Nota scritta il dì 10 ottobre 1814 a Milano in casa Porta, nel gabinetto di Carlo Porta, presente la bella Annetta detta Strofei, d'anni due, mesi dieci, giorni cinque, castissima, innamorata di me scrittore Didimo Chierico discepolo del Reverendo Jacopo Annoni, curato, di buona memoria....»
Questa graziosa Annetta, prima delle due amate figliuole di Carlo Porta, non ebbe lunga vita: morì a trentun anno, il 1842. Ma non doveva essere detta Strofei, bensì Strafùi, nome scherzoso che vorrebbe dire coso, cosuccia. Le mamme milanesi dicono affettuosamente al loro bambino: Car el mè strafùi!
A motivo, forse, delle fisiche sofferenze, Carlo Porta si mostrava burbero. Ma era burbero benefico. Nessuno più di lui avea pietà per il povero. Soccorreva con liberalità delicata. Fra' suoi manoscritti v'ha questo pensiero: «Pur troppo, è vero, gli uomini in generale non si meritano la fiducia dei disgraziati; ma le disgrazie servono almeno alla decomposizione di questa massa, e servono mirabilmente a farci ravvedere de' nostri errori». E ancora: «Il cuor mio corre spontaneamente in soccorso di chi soffre, e con facilità sa investirsi della situazione di un disgraziato, e trasportarsi in esso, e desiderare per lui ciò che vorrebbe per sè medesimo». Ecco come quest'uomo, volteriano in religione, parla da perfetto cristiano. E come cristianamente operasse lo seppe Luigi Bossi, piombato d'un tratto nella sventura. A lui, che, come fu detto, s'era rifugiato a Zurigo, Carlo scrive con islancio magnanimo: