«Io mi sarei creduto la più infame persona del mondo se non fossi con tutte le mie forze, comunque esse siano, concorso al sollievo della tua famiglia in tanta penosa circostanza, nè miglior compenso io potrei ottenere di quello che tu mi dài, trovandomi degno della tua amicizia. Ora, giacchè ti può servire al tuo spirito, sappi che la tua famiglia tutta è divenuta mia, ch'io le ho di già procurato casa e comodità, ch'io mi sono già posto alla testa della sua piccola amministrazione, e che sorveglierò da padre l'educazione de' tuoi figli, che non faranno un passo senza di me. Io penso, inoltre, fin d'oggi, a procurar loro un collocamento, e spero trovarlo per uno d'essi nel mio studio, e per l'altro forse, a suo tempo, nel mio stesso Ufficio del Monte.»
Il fratello di Luigi Bossi, Giuseppe, non mancava d'aiutarlo: ma, travagliatissimo com'era per la malattia che lo struggeva, e ridottosi già a vendere persino qualche oggetto prezioso per condurre innanzi l'opera magistrale sul Cenacolo di Leonardo da Vinci, che gli stava tanto a cuore, non poteva prestare a lui e a' nipoti soccorsi adeguati al bisogno. Carlo Porta prese, adunque, il posto di fratello verso Luigi Bossi. La moglie sua, l'ottima Vincenzina, univasi a lui nell'opera pietosa e gentile. Ella prendeva cura, sopratutto, di confortare la moglie del Bossi lontano, l'Annettina, che coi figli abitava presso di lei. Leggiamo quest'altra lettera affettuosissima del Porta all'amico infelice:
«Mio carissimo Luigi,
Dalla Annettina mi fu comunicato il paragrafo della tua lettera, ad essa diretta, che riguarda la mia persona e la mia famiglia. Egli ha prodotto nel mio cuore la più viva e la più tenera sensazione, perchè io amo te, l'Annetta e i tuoi figli non altrimenti che se ti fossi fratello. Non credere a me, Luigi; ma domanda a tanti che mi hanno veduto piangere sulla tua disgrazia s'io non ho anticipatamente giustificata la confidenza che mi dimostri. Mia moglie, mio fratello, mio padre, hanno fatto a gara per offerire alla tua buona Annettina quel qualunque conforto che per lor si poteva nella di lei spinosa vicenda. Io vorrei che non si frapponessero tante circostanze, e così delicate in faccia al mondo ed alla parentela tua, per aver coraggio ad offerirle dippiù; ma ciò che non mi è permesso di fare con lei, mi fo ardito di farlo con te, e ti esibisco tutto me stesso e quanto tengo di mio.
«Luigi, non sono parole: ti scongiuro in nome della amicizia a pormi alle prove. Se per la tua somma onoratezza ti trovassi mai in qualche angustia; se la fortuna che per l'ordinario è la persecutrice de' buoni ti abbandonasse, ricòrdati che le mie esibizioni sono sincere, ricòrdati che mi farai beato dandomi una testimonianza dell'amicizia tua col confidar nella mia, nè ti spaventi lo stato mio di figlio di famiglia, perchè ciò nondimeno io sono sufficientemente provvisto e per me e per l'amico. Mille volte ti avrei scritto se non avessi temuto di riuscirti importuno, ma io ho finora rispettato la tua situazione, parendomi che, nel tuo ritiro, fosse maggior pietà mia il risparmiare al tuo cuore una sì vicina rimembranza di tante e commoventi affezioni. Ora però che me lo permetti, io sarò ben contento di poterti qualche volta confermare che sono e sarò sempre finchè avrò vita
«il tuo vero
ed affezionatissimo amico
«C. Porta.
PS. — Mia moglie, che vede che ti scrivo, mi incombenza di salutarti e di dirti che la tua Annetta avrà sempre in lei una svisceratissima amica».
La frase «figlio di famiglia» ci ricorda che il padre del Porta, Giuseppe, era vivo ancora, vegeto, e vegliava sempre sull'andamento della famiglia.