E ora Giuseppe Bossi versa in grave pericolo di vita. Carlo Porta invia pronto, allora, una lettera a Zurigo, perchè Luigi vigili su certi parenti, i quali parevano trarre profitto «della sua natural debolezza». Armato di quello scetticismo che l'amara esperienza degli uomini gli aveva radicato nell'animo, si affretta a soggiungergli:
«Compatiscimi s'io azzardo de' sospetti su persone che ti appartengono; ma io temo di tutti gli uomini indistintamente; e se non calcolo talvolta sugli effetti della consanguineità, ossia sull'amore che da questo titolo ne dovrebbe risultare, non è che per quella fatale esperienza che io ne ho avuta sul particolar mio, e che potrebbe però essere tutta affatto disgrazia mia».
Nato il 1777 nella grossa borgata di Busto Arsizio presso Milano, Giuseppe Bossi, che a soli venticinque anni era levato a capo dell'Accademia di belle arti in Brera, morì giovane il 9 dicembre 1815 dopo lunga malattia nella quale sputava sangue di continuo: eppure, come lasciò scritto egli stesso nelle sue note autobiografiche che si conservano autografe alla Braidense, subì in pochi giorni nientemeno che ventuna cavata di sangue! Ma era il tempo dei feroci salassatori, il tempo del sangue, si spargesse da Napoleone o dai medici della nuova scuola medica capitanata dal Rasori! Come ricorda un sonetto del Porta, l'ultima ora gli fu affrettata dal lavoro. Il Bossi era operosissimo; non poteva stare un momento in ozio. Viaggiò molto, insegnò pittura; la vastissima tela in cui copiò il Cenacolo di Leonardo e il sontuoso libro in folio dove illustrò quel capolavoro con varie tavole tratte dai disegni di quel sommo, gli costarono fatiche indicibili. E alle fatiche si aggiunsero le spese. Lavorando intorno a quell'illustrazione di critica e d'arte, scriveva a un amico: «Esausto per infinite spese d'ogni genere, sto alla vigilia di fallire, la qual parola per me vuol dire vendere qualche preziosa cosa, e ciò per cavarne un cattivo libro». Aveva molti invidiosi e nemici, anche perchè avvenente e le donne lo amavano; si potrebbe dire lo adoravano. Era il più bell'uomo di Milano. Ugo Foscolo lo maltrattò nell'Ipercalisse e gli scagliò questo epigramma:
Se fredde come son le tue pitture
Fosser le tue censure,
O calde come son le tue censure
Fosser le tue pitture,
Saresti buon censore
E forse buon pittore.
Si racconta che la stupenda Paolina, sorella di Napoleone, volle farsi ritrarre in pittura dal Bossi, tutta nuda, come aveva fatto in scultura dal Canova; e che quel povero artista, in una stanza molto riscaldata e infagottato negli abiti di panno, che per l'etichetta non potè levarsi, mentre ritraeva la dea, si buscò un bel malanno, trasformatosi in polmonite, causa prima della sua morte precoce.