Antonio Canova, reduce dai memorandi colloqui con Napoleone a Parigi sull'arte italica e sui capolavori artistici rubati dal Despota, e che il Canova voleva fossero restituiti all'Italia, fu ospite più giorni dell'amico suo Bossi. Si sedeva nel giardino, sotto un antico tiglio, che spandeva larga ombra e profumi soavissimi coi mille suoi fiori; tiglio che vigoreggiava ancora, quand'io dimoravo in quella stessa casa di via Santa Maria Valle, che vide il Porta e altri grandi.
Le pitture, del Bossi, fredde come malignava il Foscolo, meschinamente accademiche, non seducono i più. Graziosissime, invece, le sue poesie erotiche dall'aroma oraziano; e ragguardevole la sua ode Adrezz de Meneghin al prenzep Eugenio. Il Bossi non si curva, come il Monti, davanti al principe potente, davanti al sole che splende, ma sta diritto e parla da uomo libero: sembra un artista indipendente del Cinquecento. Carlo Porta, che, come abbiamo visto, sentiva fortemente l'amicizia, questo etereo soffio della vita, lo difese dopo morto dalle censure.
È indicibile com'egli soffrisse alla morte del caro Bossi. Soffriva alle arti dei maligni che tentavano di sminuire il merito e la fama di quell'artista appassionato, di spiscinigh el nomm, ed esclamava amaramente: «Mondo imbecille!» — In quella dolorosa circostanza si sfogava col fratello Luigi così: «Il Peppo ha fatto male a morire. Egli si sarebbe fatto largo in mezzo alla nebbia dei tempi, ed avrebbe almeno colla sua presenza fatto tacere i maligni». E li smaschera; sono tutti professori di Brera, colleghi del defunto: «Zanoia, Longhi e l'ingratissimo Albertolli sono i principali nemici di tuo fratello e si dibattono come energumeni per nuocere alla di lui riputazione ed agli interessi di chi gli succede» (lettera 24 aprile 1816).
All'eredità di Giuseppe Bossi volle attendere egli stesso, occupandosi per appianarne tutte le difficoltà presso i tribunali. «Gli affari Bossi mi occupano non rare volte intiera la festa», scrive al Grossi.
In una sala della Biblioteca ambrosiana fu eretto, in onore di Giuseppe Bossi, un grandioso monumento, dovuto allo scalpello di Pompeo Marchesi; ma il busto fu scolpito amorosamente dall'amico Antonio Canova. Al Bossi fu fatto merito d'aver decorata l'Accademia di Brera dello Sposalizio di Raffaello; ma bisogna ricordare un altro nome: quello d'un avvenente, gaudente, epicureo, innamorato del bello, e ricchissimo, il conte Giacomo Sannazzari, il cui palazzo a San Fedele (scrive Francesco Cusani) fu da lui trasformato in un meraviglioso museo di quadri, marmi, antichità, convegno d'artisti, di gentiluomini. Le pingui dovizie del conte derivavano dall'eredità lasciatagli da un Pezzòli; uno dei pubblici appaltatori (fermieri) flagellati da Pietro Verri. Quel Pezzòli era amico della famiglia Sannazzari.
Ebbene, lo Sposalizio di Raffaello, che si ammira a Brera, fu comperato dal munifico Sannazzari assicurandolo a Milano. Era stato rapito dai Francesi all'Italia nel 1797.
Intanto la salute di Carlo Porta vacillava per nuovi malanni.
Pareva che i dolori della podagra lo lasciassero un po' in pace; ma ecco a infastidirlo il mal d'occhi che lo aveva afflitto da ragazzo.
«Quanto a me, non me la passo male, e non mi resterebbe altro a desiderare fuorchè d'essere lasciato in pace da una flussione d'occhi, che ogni due o tre dì ricompare, e non si lascia vincere dalla cura.... Deus providebit. In casa mia vi è scuola piantata, e quasi centenaria, dell'arte di condurre a spasso e conversar cogli orbi, e quindi non dispero di trovarmi bene anche nello stato di fringuello da moda». Così a Luigi Bossi.
Ciò nonostante, lavora di continuo: e, quando giunge il dì del riposo, ne informa subito l'amico: «Oggi leggo, e sto tutto il giorno godendomela colla pancia all'aria, sdraiato come le lucertole al sole. Questo è il vero gusto».