«Alcuni di questi componimenti di genere erotico griderebbero altamente contro di me se io avessi permesso che venissero colle stampe divulgati, o se fossi stato meno circospetto nell'esporgli alla lettura di chi bramava conoscere le cose mie. Questa prudente circospezione io la raccomando a te pure, figliuol mio, e sappi che non mi spinse a tentar questo genere amor di lascivia o turpitudine di mente e di cuore, ma curiosità e brama soltanto di provare se il dialetto nostro poteva esso pure far mostra di alcune di quelle Veneri che furono finora credute intangibile patrimonio di linguaggi più generali ed accetti. Ho io così fabbricato quell'appuntato coltello, che sarebbe male affidato nelle mani dell'inesperto fanciullo e tu custodirai, figlio mio, con gelosia. Se tuttavia qualche accigliato ipocrita alzasse la voce contro tuo padre e gridasse all'empio! al libertino! al lascivo!, di' francamente a costui che a favor di tuo padre stava a' suoi giorni la pubblica opinione, ch'esso fu intemerato amministratore del denaro del Principe, che nessun operaio ha mai frustraneamente reclamata da lui la meritata mercede: ch'egli non fu mai contaminatore degli altrui talami, ch'egli non ha mai turbato la pace santa delle famiglie, mai blandito con adulazioni le ribalderie e l'ambizion de' potenti, mai chiuse le orecchie ai clamori dell'indigenza, e che infine egli è vissuto cittadino, figlio, marito, padre e fratello senza che l'infuggibil rimorso o la legge abbia mai un istante percossa la tranquillità de' suoi sonni».

Il pentimento d'avere scritti versi erotici senza il candidissimo velo petrarchesco si fece sempre più acuto, amarissimo in lui. Prorompeva in lagrime, si gettava in un angolo della propria stanza o colla faccia riversa sul letto, singhiozzando. Aveva cominciato uno de' suoi caustici componimenti sulla confessione (il Grossi nelle lettere ne lo richiede di frequente), ma fra le sue carte non ne scorgo traccia. Sembra che negli ultimi istanti, sopraffatto da pensieri religiosi, egli abbia pregato il Grossi di distruggerlo.

Sulla fine del 1820, quale trepidazione in casa Porta! Il poeta languiva più che mai. Sentiva d'essere prossimo alla fine. Pensieri religiosi sorgevano nel suo cervello turbato, il suo sguardo volgevasi al cielo; senonchè l'innato spirito satirico rompeva sovente la preghiera, e il motto volteriano, irrefrenabile, sibilava sulle sue labbra morenti. Monsignor Tosi, giansenista, cui devesi, secondo alcuni biografi, la conversione del Manzoni, avvicinandosi al letto, gli disse con voce amorevole:

— Don Carlino, coraggio! Si prepari a un gran passo. Pensi ch'ella sta per entrare trionfante come Gesù in Gerusalemme....

— Me ne accorgo dalla cavalcatura! — esclamò il Porta, alludendo a un povero prete che lo aveva allora confessato.

Tutti sanno che Gesù entrò in Gerusalemme a cavallo d'un asino....

Gli posero in mano un crocifisso: egli lo baciò. Qualche ora dopo riceveva l'Eucarestia. Gli amici più intimi lo confortavano con parole affettuose, e un d'essi gli chiese:

— Come stai, caro Porta? —

Ed egli, mostrandogli il crocifisso che teneva sempre in mano:

— Come si può stare con questi belee! (balocchi).