Sur la moda malandrina

Del vestir alla ghigliottina.[6]

Ma la tapina musa bosina non bastava. Giuseppe Parini, lo stesso autore del sonetto vernacolo citato e intitolato ironicamente da lui El magon dij damm de Milan per i baronad de Franza («magon» vuol dire dolore che fa nodo alla gola: e si è visto quale angoscia pativano, poverine!); il grande Parini levò quell'ode meravigliosa A Silvia contro il vestire alla ghigliottina, che si diffuse subito manoscritta per Milano e fu tradotta da diversi poeti in dialetto milanese. «Carlo Porta (narrò il Bernardoni, amico del poeta), Carlo Porta, che aveva cominciato a preludere alla poetica carriera che percorse in seguito tanto luminosamente.... colpito dalla inarrivabile bellezza di quell'ode, la stava traducendo egli pure in ottonarii, e già delle strofe, ch'egli mi aveva mostrate e che la facevano giungere poco meno che alla metà, poteva giudicarsi bellissimo lavoro; quando si vide comparire stampata e distribuirsi in gran copia di esemplari e leggersi pubblicamente quella di Francesco Bellati col titolo: Ode a Silvia molto bella d'un autor di conclusion, ecc., ch'era stata ordinata dall'arciduca Ferdinando d'Austria, allora governatore di questa provincia, con l'idea di rendere intelligibili anche alle basse classi della popolazione i sublimi concetti pariniani. E il Porta lacerò tutto quello ch'egli aveva fatto e non ne rimase più alcuna traccia.»[7]

Codesto Bellati non era un poeta volgare. Possedeva un particolare talento nelle traduzioni, o meglio, parodie dei classici latini e italiani in vernacolo milanese, con spirito schiettamente ambrosiano. Il Cherubini lo accolse nella sua Raccolta dei poeti milanesi. Il Porta lo ammirava, e lo seguì nella parodia dell'Inferno di Dante.

Giuseppe Parini si levò fiero e morale anche in quell'ode; ma doveva mostrarsi ancor più severo su quella moda che rappresentava una cinica infamia: la moda più scellerata che siasi mai vista.

A «Silvia ingenua» il poeta poteva toccare il cuore, ricordandole tante giovani vite fiorenti al pari della sua, che erano trascinate a piegare il collo sotto la lama assassina. Manca la commozione, l'elemento più vivo, che meglio dei citati Tereo, Atreo e della signora maga Colchica, doveva vincere la giusta causa. Ma mettiamo pegno che nè i versi del Parini, nè la versione del Bellati, nè le divulgazioni dei due componimenti e le bosinade distolsero le belle vanitose dalla moda-carnefice.

Intanto si cominciava a muover guerra alle parrucche, e i parrucchieri si schieravano, naturalmente, fra i nemici più acerrimi della rivoluzione. Quanti prevedevano di rimanere sul lastrico! La parrucca era un'istituzione che richiedeva molte cure, molto tempo, ogni giorno. Gli uomini portavano coda, ricci, tupè: i più ricchi e i più eleganti sfoggiavano capelli finti, che scendevano in «artificiose anella». Le teste rappresentavano un lavorio architettonico rispettabile, nel quale apparivano la perizia e il vanto del parrucchiere. Nè minor bravura d'artefice richiedeva la diffusione della cipria sulle parrucche. La candidissima polvere di Cipro vi era sparsa con una «volandola». Ma si faceva scendere anche, come una nevicata, dall'alto d'un gabinetto, dove la dama o il gentiluomo sedevano ravvolti in un accappatoio protettore. La morte della parrucca fu la morte di tutto un mondo.

Era nata nel 1629 sulla testa di Luigi XIII, re di Francia.

IV.

La Gazzetta del Veladini. — Manifesti incendiarii. — Abbaglio del Bonaparte. — In casa di Carlo Porta. — Il Porta contro la democrazia francese. — Napoleone nella guerra d'Italia. — La battaglia di Lodi. — Un pranzo vescovile. — Chiese spogliate. — L'avanguardia dell'esercito francese entra in Milano. — Le coccarde d'un frate e il grido del general Massena. — Solenne ingresso di Napoleone in Milano. — Il comandante austriaco Lamy nel Castello. — Cede. — Istituzione della Repubblica cisalpina. — Ruberie e ruberie. — Estorsioni, imposte, generale malcontento. — Tentativo d'insurrezione. — È soffocato nel sangue. — Clamorose feste repubblicane. — Eccitamento delle donne. — Gli «alberi della Libertà». — Folli sfrenatezze. — La gentil mano di sposa della figlia d'un chimico. — Gli energumeni di via Rugabella. — Racconti di Alessandro Manzoni: la demagoga Sopransi. — Ire contro la guglia del Duomo. — Il buon senso d'un meneghino. — Ancora un racconto del Manzoni: Vincenzo Monti tremante alla tribuna. — Versi italiani di Carlo Porta sui cisalpini.