Una sera, per le vie di Milano, un vecchio e un figlio giovinetto cadono travolti sotto una carrozza a due cavalli. Il Foscolo li trae dalle ruote in istato miserando, arresta il cocchiere che vuol fuggire coi cavalli spaventati, e pubblica sul Monitore italiano una fiera lettera al ministro della polizia, Sopransi, invocando provvedimenti e pene.
Ancora più bello è l'atto (oggi si dice gesto) del Foscolo, quando sul Monitore si offre spontaneo al Capitano di Giustizia, in luogo del cittadino Breganza, collaboratore del giornale, assente e inquisito, autore d'un articolo che feriva il Governo.
Il Monitore italiano fu fondato da giovani patriotti; vi convenivano verso un'unica meta e settentrionali e meridionali d'Italia; quasi preludio dell'unità della patria. Vi appartenevano scrittori del Veneto, di Napoli, del Piemonte, del Piacentino. Tre soli, alla fine, rimasero redattori: Foscolo, Gioja, Custodi. Al 42mo numero il giornale, costante censore del Governo, fu soppresso; e sulla sua tomba precoce, sorse il Monitore cisalpino, composto da rifugiati politici, a capo dei quali stava il romagnolo Giovanni Compagnoni, politico, giornalista, romanziere, poeta, scienziato, autobiografo, autore delle Veglie del Tasso, stese in italiano e in francese, che ottennero voga; negazione della verità e del buon gusto. Nel Monitore cisalpino, lavorò un conte, avventuroso giramondo: Bartolomeo Benincasa di Sassuolo, che servì da spione agli inquisitori di Stato negli ultimi anni della Repubblica di Venezia. Insieme con l'amica Giustina Winne, contessa di Rosenberg, il conte Benincasa compose, fra altro, un romanzo Les Morlaques; suonata a quattro mani, che deve aver divertito solamente i due innamorati suonatori.
Napoleone volle esser tutto; fu anche giornalista. Fondò e ispirò due giornali: Le Courrier de l'armée d'Italie e La France vue de l'armée d'Italie. Quest'ultimo per preparare l'opinione pubblica all'assassinio di Campoformio. Lo dirigeva un Jullien; laddove figurava quale direttore un ignoto presta-nome: Iacopo Rossi; e così il Courrier.
Il Jullien non potè tacere neppur lui davanti all'infamia perpetrata dal suo padrone col mercato di Campoformio; cagione di tante guerre, compresa l'ultima nostra. Non con l'asprezza spiegata dal Monitore italiano del Foscolo, ma non senza coraggio, il Jullien si mostrò contrario nel Courrier a quell'iniquità; e fu licenziato. Il giornale passò allora nelle mani dello stato maggiore francese. Si stampava a Milano, nella così detta patriottica tipografia di Via San Zeno «dietro al palazzo di giustizia» dove, più tardi, l'Austria alloggiò il boia.[17]
VI.
Carlo Porta a Venezia. — Suo impiego, sua miseria, sue spensieratezze. — Venezia dopo la caduta della Repubblica. — Società gioconde. — Quella di Carlo Porta con l'intervento della Polizia. — Carlo Porta e i grandi poeti dialettali veneziani. — Le voluttà di Antonio Lamberti. — Una coraggiosa satira civile del Buratti. — Degenerati e degenerate. — Carlo Porta è muto agl'incanti di Venezia. — Poesie veneziane del Porta? — Amori d'una patrizia veneziana col poeta. — Rivali. — L'abbandono. — Come amava Carlo Porta. — Sue drammatiche gelosie. — Sua vita di pubblico impiegato. — Un aneddoto.
Al padre di Carlo Porta doleva che questi consumasse i giorni nell'ozio, e lo consigliò d'andare a Venezia, a quell'archivio delle finanze, come impiegato.
Era il 1798 quando Carlo lasciava un'altra volta la famiglia per la città delle lagune dove, giovane e brioso com'era, liete accoglienze non gli potevano mancare, nè brigate allegre, nè passatempi. Eppure vi andò di malavoglia, e vi trasse giorni angustiati. Le lettere che manda da Venezia alla famiglia sono quasi tutte lamentevoli. Uno Zuccoli assumeva colla Repubblica cisalpina, a nome di certo Gaetano Borella, un contratto, impiantando a Milano una vasta amministrazione; e Carlo Porta desidera ottenervi un posto migliore di quello in cui il padre lo ha collocato a Venezia. È sempre corto a quattrini; e arriva a scrivere al fratello Gaspare: «Mando al Monte di Pietà il mio tabarro e mi lusingo che avrò da vivere così un'altra settimana».
La Serenissima Repubblica era caduta: al folle lusso di tante spensierate famiglie era successa la miseria: eppure il brio, el morbin, degli abitanti non era scomparso. Da una lettera, conservata alla Quiriniana,[18] veggo la triste pittura che della decaduta Venezia il poeta della Tunisiade e delle Perle dell'Antico Testamento, il patriarca Pyrker invia all'imperatore Francesco I. In quell'arsenale glorioso, che ferì un giorno la fantasia di Dante, l'anno stesso dell'ignominiosa caduta della Repubblica (1797), erano tremila e trecento gli operai: e in breve ne restarono soli settecento. I gondolieri presso le famiglie patrizie, in quello stesso anno, erano millesettecentonovantasette, e in breve ne rimasero dugento e novanta. La poveraglia tendeva le palme ai passanti. Eppure le sagre erano ancora numerose, allegre, colle bandiere svolazzanti dai mille colori, co' fieri ritratti di barcaiuoli vincitori nelle regate, con cembali e trombe squillanti, e scampanìo festoso. Si proibivano i giuochi d'azzardo, ma si apriva il teatro La Fenice alle voluttuose veglie carnevalesche. Le belle figliuole di Canaregio non portavano più attorno al collo roseo le fini collane d'oro, i manini, ma, sbattendo sdrucite pianelle, salivano i ponti di pietra con lo stesso sorriso, col medesimo regale incesso di ieri. Nei luminosi vesperi estivi, sulla laguna smagliante, si banchettava, si cantava nelle barche adorne di frasche e di pendule lanterne colorate.