Carlo Porta, in quel carnevale, si trovava nella necessità di partecipare alle baraonde giulive e sciupava in una sola sera lo stipendio d'un mese. Voleva mostrarsi generoso con amici e anche con gente sconosciuta cui pagava all'osteria pranzi e cene: voleva darsi l'aria d'un signore: confessava al fratello Gaspare che delle tante lettere raccomandatizie delle quali era fornito non volea servirsi, per non sembrare pitocco. Divenne persino capo d'una società di capi ameni, detta della Ganassa, perchè avea lo scopo di mettere in moto continuo le ganasce, a mense lautamente imbandite.
La polizia, sospettosa, come tutte le polizie che si rispettano, s'era fitta in capo che quei buontemponi si raccogliessero a congiurare contro lo Stato. E un giorno entrò d'improvviso nella sala del cenacolo della ganassa, e la perquisì per ogni buco. Restava da esaminare l'interno d'un antico armadio; ma era chiuso con doppia chiave. Ciò accrebbe i sospetti.
— Aprite! — intimò al domestico il capo della pattuglia.
— No gavemo le ciave, sior! — gli rispose il servo.
— Non avete le chiavi? Cercatele! —
Alcuni momenti dopo, ecco si presenta Carlo Porta. Cammina lento, con aria misteriosa. Adagio adagio apre l'armadio entro cui si sospettavano celati armi ed armati come nel cavallo di Troia; ed: — Esamini pure l'eccelsa polizia — dice con voce ferma — esamini pure ogni pezzo, diligentemente. —
Era una collezione di gusci d'ostrica, e un ammasso di ossa di pollo, tutti avanzi delle mense, ivi raccolti, come in museo. Scoppiò una risata; la Società della Ganassa festeggiò l'evento con un altro simposio; e, forse il giorno dopo, Carlo Porta scriveva al fratello quel biglietto rattristante: «Vessato intanto dalla fame e dalla paura di fare una trista comparsa col padrone della mia casa per l'impossibilità di corrispondergli l'altra pigione di fitto....»
Tommaso Grossi, il più intimo e caro amico di Carlo Porta, ci dice in alcuni cenni biografici che il Porta a Venezia, avendo conosciuto alcuni poeti dialettali veneziani, «per la prima volta sentissi bollire fortemente in seno il desiderio di far versi». E noi dobbiamo credergli. Ma dobbiamo anche ricordare che, prima ancora di ricevere quelle impressioni determinatrici del suo genio, Carlo Porta aveva verseggiato a Monza e a Milano; sappiamo che, a vent'anni, aveva cominciato a tradurre in milanese l'ode del Parini A Silvia.
Il Porta aveva conosciuti a Venezia gli almanacchi che Antonio Lamberti andava pubblicando, ingemmandoli delle sue vernacole Stagioni campestri e cittadinesche, pitture vivide e fedeli dei costumi veneziani, nelle quali si sente (chi lo crederebbe?) un anticipato lamento socialista. E, tornato a Milano, Carlo Porta volle pubblicarne qualcuno anche lui, in milanese.
Allora spirava vento propizio agli almanacchi. Ne uscivano a stormi, in vernacolo e in lingua, coi titoli più stravaganti, e il pubblico li comperava perchè conditi di satira. Un almanacco censura le mode di allora, le vesti muliebri così aderenti alle cosce che un professore d'anatomia potrebbe rilevare ogni muscolo, quasi ogni fibra; biasima le nudità dei seni: ride delle scarpe «piccole come un sospiro». Al teatro alla Scala, le dame calano le cortine misteriose de' loro palchetti colla scusa di ripararsi dal freddo?... È un almanacco a ricamarvi su storie maligne. L'Almanacco degli almanacchi li passa tutti in rassegna. Nella Biblioteca Ambrosiana n'è raccolto un cumulo; ma vi si trovano forse i due almanacchi che il Porta scrisse in milanese? Non esistono nemmeno nella libreria lasciata dal poeta; e nelle numerose sue carte, non ve n'è traccia. Tutte le ricerche mosse per averli nelle mani riuscirono vane. O rondinelle smarrite, come vi chiamavano almeno? Forse: Il Meneghino critico? Era, è vero, un almanacco in versi milanesi, ma lo scarabocchiava un Sommaruga, scempiato e stentato verseggiatore, che volea farla da moralista. El Lavapiatt de Meneghin ch'è mort era anch'esso del bel numero uno; ma reca la data del 1792, e il Porta non scriveva così male in milanese. La Gran Torr de Babilonia? Oppure El Verzee de Milan? Nemmeno. O Il borgo degli Ortolani? Quest'è del '94; e non è del Porta. L'ombra del Balestrieri in cerca de la veritaa, ch'è del 1800? El servitor de la bon'anema del pover poeta Balestrieri, del 1804? El Caffè de la Reson, del 1805? Oppure Meneghin Peccenna?