Rimane assodato che i primi tentativi del Porta nel patrio dialetto furono due almanacchi. «Ma (narra il Grossi) essendo stato fieramente e scurrilmente satirizzato in un altro almanacco scritto pure in dialetto, e credo da un parrucchiere — almanacco il quale, quantunque privo affatto d'ogni merito, godeva però a quei tempi qualche favore a motivo dello sfacciato e plateale ardimento con cui era scritto — il Porta s'indispettì talmente che depose il pensiero d'esser poeta, e stette molti anni fermo nel proponimento che aveva fatto di non prender mai più la penna per scrivere un verso; ed ecco come le goffe e petulanti contumelie d'un ciarlatano pervengano qualche volta a soffocare il genio e a stornarlo dalla sua via.»

Più tardi nell'ardore della battaglia a favore del Romanticismo, un almanacco d'un classicista dottor Paganini, lo attaccava, ma di ciò a suo luogo.

Nei brillanti bagordi di Venezia d'allora, al Caffè Florian, covo d'implacabili eleganti maldicenti, o alla trattoria del Salvàdego, a San Marco (vi pendeva per insegna un pelosissimo selvaggio dipinto), Carlo Porta avrà incontrato il maggiore dei poeti veneti dialettali, il terribile satirico Pietro Buratti, anch'egli giovane allora, elegante nella veste, mordace nella parola; tanto mordace che pose in satira persino il proprio padre, commerciante ricchissimo, il quale, irritato, lo diseredò, privandolo d'una rendita annua di tremila e più ducati e d'un palazzo a Bologna.

Carlo Porta deve avere conosciuto a Venezia un altro poeta, Camillo Nalin, ch'era impiegato computista in un ufficio governativo. E vi conobbe, forse, il patrizio democratico Iacopo Vincenzo Foscarini, che si firmava el barcariol. Il Nalin sereno, scherzoso; il Foscarini ardente d'affetto per la sua Venezia. E il Porta si sarà incontrato nell'autore della famosissima Biondina in gondoleta che, musicata dal maestro Mayr, si cantava al chiaro di luna sotto il ponte di Rialto, lungo il Canal grande e nelle sale più aristocratiche delle capitali d'Europa, tanto piacque quella maliziosa, voluttuosa cantilena, scritta per la briosa corrottissima Marina Querini-Benzon; laddove Antonio Lamberti compose poesie, se non più graziose, ben più rilevanti di quella barcarola, che lo rese celebre.

Pietro Buratti, come poi Carlo Porta, compose poesie oscene; ma egli si servì dell'oscenità per frustare vizi ridicoli, brutture morali. Egli le recitava in una allegra società detta Corte busonica, nella quale sedette, per qualche tempo acclamatissimo, Gioachino Rossini, vero re dei buontemponi giocondi. La Corte busonica era sorella maggiore della portiana Società della ganassa; banchetti, e celie sboccate, e risa, e scherzi pepati la rallegravano. Le studiate, raffinate corruzioni, i sapienti e complicati piaceri, le aberrazioni, proprie di questo nostro tempo avido di sensazioni artificiali e perverse, non solo non erano compiute da quei gaudenti del giorno per giorno e dell'occasione grossolana e chiassosa; ma il Buratti, che non avea peli sulla lingua, lanciava le sue impetuose satire atroci contro coloro che imbestialivansi in immonde aberrazioni. Le sue strofe contro una ebrea pervertita, contro una cantante degna di lei, contro rammolliti patrizi degenerati, giravano pei caffè, suscitavano risate, scandali; e intanto i rei erano inchiodati alla gogna.[19]

Quelle poesie devono essere piaciute, per affinità di gusti, a Carlo Porta, come piacevano al Rossini, come andavano a sangue allo Stendhal che loda il Buratti nel volume Rome, Naples et Florence.

Ma Pietro Buratti ebbe momenti grandiosi. Spiegò un civile e non immune coraggio, come poeta satirico, che Carlo Porta, prudente, non ebbe mai; e in un'ode per la morte d'un suo bambino, tentò nell'angoscia paterna di scrutare il perchè degli strazi inflitti da un destino crudele a poveri bambini infermi e morenti: ardita filosofia, alla quale non arrivò mai Carlo Porta; che tuttavia superava il Buratti nella vivezza dei profili comici, nell'espressione del linguaggio pittoresco, nell'arte, soprattutto: arte, che nel poeta milanese sembra la stessa natura che parla, che agisce.

Il 3 novembre 1813, le lagune erano bloccate dagli Austriaci e dagl'Inglesi alleati, che prendevano la rivincita su Napoleone, contro il quale ormai tutta la Germania allora si sollevava. Il principe Eugenio Beauharnais era respinto dagli Austriaci vittoriosi sino alle rive dell'Adige. E, intanto, a Venezia, il generale Serras, successogli al governo, imponeva, con un tratto di penna, ai cittadini un prestito di due milioni, da pagarsi entro ventiquattro ore. I commerci, già consunti, precipitavano a rovina, famiglie già agiate erano ridotte a elemosinare all'ombra, sui ponti; miseria, fame, sete; mancava l'acqua nei pozzi; il tifo mieteva le vittime a centinaia. Discordie tra il prefetto di Venezia, barone Francesco Galvagna, col Serras, baruffe da piazza; per cui le condizioni della città diventavano, se pur era possibile, più penose. E Pietro Buratti, buon veneziano, ne fremeva. A un pranzo, dato dal prefetto Galvagna, egli lesse e recitò una sua ode fulminea contro gli stranieri invasori e ladri, contro la feccia democratica francese e contro gl'inganni di Napoleone. Il Buratti si buscò tre mesi d'arresto per quella satira, che rimane la più possente, la più alta nella letteratura civile dei dialetti d'Italia.

E quel poeta civile e filosofico, e satirico implacabile, componeva anche canzonette veneziane, piccoli capolavori di malizia sorridente e di grazia; e riempiva quaderni e quaderni di versi fluenti, sgorgati da un estro ridanciano inesauribile, saettando contro questo e contro quello. Il suo crudo poemetto L'omo ha parti mirabili.

Tale il poeta maggiore che il Porta deve avere conosciuto a Venezia e che, a quanto pare, gli servì d'esempio, come vedremo nei confronti parziali; eppure nè di lui, nè d'altri poeti veneti nessuna traccia, nessun ricordo resta nelle carte del poeta milanese.