Nel carteggio colla famiglia, nemmeno una parola sulle singolarità, sulla magìa di Venezia. Neppur una! E nessun cenno altrove. Come mai un giovane poeta poteva rimanere insensibile a tanta bellezza? Egli si abbandonava alla gastronomica società della «ganassa» e mostra di non accorgersi degl'incanti dell'arte e della natura che lo avvolgeva? Sono eclissi estetiche, che, nei temperamenti portati alla satira, possono avvenire. Ma il peggio è che il giovanotto mostra di non accorgersi delle splendide formosità e delle caratteristiche grazie femminili di Venezia!

Carlo Porta, giovane, libero, non ebbe per amante a Venezia una giovane bella; ma una donna matura.

Il Grossi dopo aver detto che l'amico suo fece a Venezia «la conoscenza di alcuni coltivatori di quel dialetto, ed ebbe occasione frequente di ascoltare poesie vernacole», soggiunge: «Ivi fu che per la prima volta sentissi bollire fortemente in seno il desiderio di far versi: ne scrisse di fatto alcuni in veneziano sopra argomenti festevoli, ma non furono da lui conservati; egli solea dire che non valevano la pena di esserlo».

Nei manoscritti di lui non trovo, infatti, traccia di poesie veneziane. Nemmeno nella raccolta del Cicogna, conservata al Museo Correr di Venezia, dove quel diligentissimo radunava tutto ciò che di notevole gli cadeva sotto gli occhi, ho trovato ombra di ricordi portiani. Venezia non conserva memoria del soggiorno ivi tenuto dal Porta. Le ricerche, per sapere dove abitasse il poeta lombardo riuscirono vane. Il registro d'anagrafe non poteva, in quel tempo, che essere irregolarissimo per i continui mutamenti di governo, per il tumultuario irrompere e scomparire di gente nuova. D'altra parte, il poeta milanese, allora giovane oscuro, non attirava la speciale attenzione de' concittadini del Goldoni.

O povera Andriana Diedo-Corner! Che amore fu il tuo per il bel giovanotto milanese fiorente nella freschezza de' suoi giovani anni! Egli aveva aspetto simpatico: i capelli nerissimi, ricciuti, e gli occhi neri, vivi, sormontati da sopracciglia lunghe e vellutate, e denti come perle. Al modo dell'Alfieri, del Foscolo e del Manzoni (il quale, a diciotto anni, per dirla di volo, s'innamorava egli pure d'una signora veneziana), il Porta cominciò in un sonetto a ritrarre sè stesso: è un frammento nel quale egli si dipinge qual era, nè troppo breve di statura, nè tanto sottile, di tinta pallida e delicata:

Sont on omm nè tropp nan, nè tropp gugella,[20]

Sto per dì più ben faa, che nò malfaa,

Sont magher, senza vess ona sardella,[21]

Sont palid de color, e delicaa.

Ghoo la faccia bislonga e gho i zij negher,[22]