E ghoo negher i cavij, la barba negra,

Negher i œugg anca lor....[23]

La Diedo, vedova d'un patrizio Corner, apparteneva ad una delle undici nobili famiglie Corner che, al cadere della Repubblica, erano disseminate in diverse parrocchie di Venezia. Abitava a San Paterniano, presso la casa che fu poi del glorioso dittatore Daniele Manin nel 1848. Non ricchissima, viveva peraltro con agiatezza. Non era più giovane, ma si lasciava corteggiare, e i cavalieri non le mancavano. Dell'insigne cultura della sua contemporanea Cecilia Corner non possedeva briciolo: aveva in compenso cuore capace di buoni e durevoli sentimenti. Ella amava il bel Porta con quella tenace e pur troppo spesso funesta passione con cui le donne mature, appassionate, s'avvincono come edere ai giovani.

Ignorasi quale soprannome gli oziosi maldicenti del Caffè Florian le appioppassero. Un codice della Marciana[24] reca i soprannomi inflitti a parecchie dame d'allora. Una Romilde Bon era chiamata addirittura «la fiera di Sinigaglia». Una Fontana Vendramin era detta «lo scheletro di santa Maria Maddalena». E una Teresa Corner-Duodo «le affumicate immagini de' suoi maggiori», e via via. La Diedo-Corner è risparmiata.

Questa buona dama veneziana incontrò il Porta in casa dell'amico conte G. Pozzi, marito d'una contessa Secchi. Al Pozzi cui si doveva, a Venezia, l'impianto degli uffici delle finanze, fu raccomandato Carlo Porta, e non invano, poichè questi non tardò a ottenere impiego in quegli uffici e a frequentare la casa del protettore.

Fu il Pozzi stesso che si affrettò a presentare il simpatico giovane milanese alla Corner; la quale lo invitò a visitarla, e lo avvolse ben presto nella sua fiamma amorosa.

Ma questa passione, mentre deliziava i due amanti, irritò al sommo il povero conte, il quale accampava diritti nel cuore della Corner, e non soffriva rivali. Ecco ciò che Carlo Porta confidava al fratello Gaspare in una lettera:

«Pozzi si è avveduto della mia amicizia colla nota dama, ad onta di tutti i riguardi usati per celargliela; ed è diventato una vera bestia. Buono per me ch'egli non fu lusingato d'altro dalla medesima che d'una pura amicizia, e che siamo perciò in grado di riderci delle di lui insolentissime stravaganze. Egli mi ha scritto una lettera impertinente con cui, rinfacciandomi le obbligazioni che avevo verso di lui, mi tacciava d'ineducato sovvertitore della di lui amicizia e m'imponeva di guardarmi d'ora innanzi dal porre più piede nella di lui casa. L'eguale intimazione l'ebbe pure la mia compagna; e noi siamo entrambi decaduti dalla sua grazia per il delitto d'averlo tollerato con mille riguardi e sacrifizi durante il tempo ch'egli si studiava d'inspirare amore all'una, col tentare di scacciarne l'altro, che godeva sopra di lui una simpatica preminenza ed una anteriore amicizia. Martedì vi compiegherò un plico di lettere dal medesimo dirette alla dama, e viceversa; dal quale rileverete a chiare note quale animo cattivo egli copra col velo d'una insinuante bonomia. Io gli ho risposto per le rime.»

Il Pozzi, pover'uomo, avrà capito che compariva ridicolo colle sue furie da Otello arrivato in ritardo. Deluso, non gli restava che mostrare indifferenza. Ma andò più in là: si mostrò pentito delle feroci gelosie, e continuò a invitare a pranzo la Corner e il proprio rivale, a farli padroni della sua casa e della sua tavola. Non poteva mostrarsi più celestiale.

Per il Porta, ogni nube non era dissipata. Egli ebbe la debolezza di confidare i propri amori a un falso amico, a certo F. Busto, il quale lo rese ridicolo nelle brigate: peggio ancora, arrivò al punto di calunniarlo, forse per invidia. Sentiamo lo stesso poeta in un'altra lettera espansiva a Gaspare; lettera che rivela quanto era ingenuo e poco corretto allora.... anche nello scrivere l'italiano: