«Carissimo fratello,

Tutti li guai col C. P. (conte Pozzi) sono ottimamente terminati. La sua condotta presente è quella dell'uomo ravveduto, e per conseguenza la più consolante tanto per me quanto per la nota dama. Noi siamo entrambi padroni della sua casa, della sua tavola: ci visita spesso con la più grande cordialità ed amicizia, ed io vi scriverei forse da casa sua, se un preventivo impegno non mi avesse fatte rifiutare oggi le di lui grazie. Credevo insomma il tutto a buon porto, quando invece mi trovo in faccia a tutto il paese un nemico più feroce nel F. B. (Busto). Una sincera confessione dell'avvenuto fra me e la dama, che la mia soverchia delicatezza ha voluto fargli, e che era stata da lui accolta con una superiorità ed indifferenza estrema, m'aveva lusingato che non avrei incontrato più alcun ostacolo ne' miei amori, ma mi sono ingannato: invece che all'uomo di mondo io ho fatte le mie confidenze al primo minchione, ed alla prima bestia che si possa conoscere. Sono tre giorni ch'egli parla di me, e della dama in una maniera che non si parlerebbe di una prostituta a prezzo, e del più vile ruffiano di questo mondo, ed ha l'impudenza di fare con chiunque li capita un trionfo del di lui ineducato e mal onesto procedere. Tutte le accuse che mi fa sono un impasto di menzogne, di contraddizioni e frivolezze. Fortuna mia che quanto è superiore ad ogni eccezione in paese la dama, altrettanto è desso conosciuto e distinto in stravaganza di cervello e di operato; per il resto, guardimi il Cielo, io sarei l'uomo più infame del mondo, se si badasse alle sue dicerìe. Che volete dippiù? Protesta e giura che mai più mi vedrà di buon occhio, e che mai mi sarà amico se campassi cent'anni: diffatti, mi fugge da per tutto, mi guarda con occhio fiero, e mi fa accorgere che al finire dell'attuale locazione di questa nostra casa, si determinerà a viver solo. Che il Cielo lo faccia! Io vi giuro che non mi sento reo di nessun delitto verso il medesimo, fuorchè di aver avvicinata una dama che merita tutti i riguardi per tutti i rapporti, e da esso vilmente e fuor di ragione maltrattata. Se questo è il titolo della nostra dissensione, io ne sono tranquillissimo, perchè assai vantaggiosamente compensato dalla amicizia della medesima. Io allora farò più a lungo con essa la mia vita, e più da vicino, postochè nella di lei casa ho aperta da un momento all'altro la mia. Questa è tutta la dolorosa istoria mia, e della dama: esaminatela a fondo; datemi voi quei pareri di cui non è capace in questo momento la mia testa riscaldata; e vi assicuro che ne approfitterò con l'istesso trasporto col quale bramo ognora giustificarmi presso di voi nelle mie vicende.»


La passione, come si vede, accecava il giovanotto; lo traviava, senza ch'egli in quella calda febbre se n'accorgesse neppure. La Corner lo invita nella vicina Padova in un'altra sua casa; ed egli vi accorre, mentre pensa a rompere ogni laccio e a tornarsene a Milano. A Gaspare, il quale era già entrato in corrispondenza colla Corner avendola conosciuta in una gita fatta a Venezia, scrive premuroso:

«Favorito dalla dama Corner, mi trovo con essa in Padova da due giorni.... La dama vi contraccambia i più cordiali saluti. Se le scrivete, non ditele per carità ch'io bramo di ripatriare!»

A Venezia non celebravasi festa alla quale egli non accompagnasse l'amica sua. Nella sera dell'8 febbraio 1799, le sale della Società degli Orfei risonavano di musiche e di canti: qualche giorno dopo, baldorie a Santa Maria Mater Domini per festeggiare la nomina del vecchio cavalier Pesaro, commissario straordinario dell'imperatore austriaco; il re dei coreografi e ballerini, Salvatore Viganò, deliziava al teatro della Fenice tutti quanti.... Per codesti spassi, occorrevano quattrini, e il Porta, al verde, si trovava costretto a ripetere la solita malinconica cantilena:

«Caro Gasparino, nello scorso mese io ho provato la miseria più grande, e se non avessi fatta la faccia franca coll'approfittare degli amici, io sarei stato al duro caso di mangiare pane e acqua. Oggi ho scosso il mio salario, ridotto già alla metà dai debiti pagati e da qualche effetto disimpegnato. Insomma, credetemi che, anche colla più esatta economia non mi è assolutamente possibile di vivere col solo mio soldo.»

E più tardi, collo slancio esclamativo d'un futuro bohème del Murger: «Oh beati dodici zecchini! con quanta impazienza gli aspetto».

Ma i denari non venivano, la guerra degli Austro-Russi contro i Francesi (ne parleremo presto) impediva le comunicazioni fra Milano e Venezia. Le lettere erano violate, i corrieri saccheggiati.

Nel 31 luglio, dopo un lugubre cannoneggiamento che sentivasi in più parti della vicina terraferma, il giulivo suono delle campane di tutte le chiese di Venezia annunciava che Mantova «il baluardo d'Italia (così esprimevasi il servile Nuovo Postiglione, giornale di allora) aveva ormai ceduto all'immortale Kray». E, in quella sera, illuminazione del teatro a S. Luca; dappertutto luminarie, dappertutto musiche e cene. Al canto del Te Deum, sotto le cupole d'oro di San Marco, assistevano per ringraziare il Dio degli eserciti austriaci gli ufficiali dell'ex-esercito veneto! E a tali feste Carlo Porta partecipava colla Corner a braccetto. «Sabato (scriveva al fratello) vi scriverò per rapporto a B. Oggi, la festa pubblica per la resa di Mantova non mi permette estendermi di più, dovendo accompagnare la nota dama a godere della comune esultanza.»