Avvicinavasi il giorno che Carlo avea fissato di abbandonare Venezia per Milano, dove lo richiamavano il desiderio di vita più agiata e gli affetti domestici, e nel cuore della gentildonna tempestano vere angosce, deliri. Fa pietà.

Ella non può distaccarsi dall'amico, il quale le porta affetto, ma non così serio che a lei debba sacrificare tutta la propria gioventù e il proprio avvenire. Nel 10 settembre di quell'anno egli lo confessa candidamente, a Gaspare, con questa lettera punto sentimentale:

«La Corner, che vi scrive, vi farà abbastanza capire, senza che io parli, le novità del giorno. Essa ha saputo ch'io devo partire, ed è nella massima desolazione. Io, per verità, le voglio bene; ma l'amore anche per questa volta cede al mio interesse. Vorrei tranquillizzarla, e non posso, e forse voi ne avrete sentita la di lei disperazione.... Io ho finito col prometterle, giurarle e stragiurarle che al morire di mio padre ritornerò a Venezia per convivere con lei, e che lo farò poi anche prima.... Voi, nel risponderle, potreste lusingarla sull'effettuazione del progetto. Così essa non perderebbe la premura per noi, che ci può essere utile, e non mi darebbe di quei disturbi che cavano l'anima. Basta, tocca a voi, e mi raccomando. Vi abbraccio. Addio.»

Ma, al momento del distacco, l'affetto in lui si ravviva; e lo fa gemere.

«Vi confesso, caro Gasparino, che non mi sarei mai immaginato che il distacco da Venezia mi dovesse costar tanto. Ogni dì che passo, mi accorgo sempre più dell'attaccamento non equivoco della dama, per cui non posso essere indifferente. Essa mi esibisce mantenermi a di lei spese; vuol fare un testamento a mio favore se mi trattengo; promette trovarmi impiego, piange, strilla, si dispera, ed io qualche volta, per dirvi la verità, la imito perfettamente. Nullameno, sono duro nella mia risoluzione come un marmo, e pretesto doveri imprescindibili per partire. Infine, per acquietarla, ho dovuto giurarle e prometterle quello che il tempo le farà dimenticare, ch'io le ho giurato e promesso. Le ho detto che col diventare io padrone di me ritornerò senza alcun dubbio da lei; che farò delle scappate di tanto in tanto a Venezia, e che, in somma non vivrò che per lei. Succederà poi quello che dovrà succedere.»

Egli illudevasi che «come donna e come veneziana» essa lo pregasse presto di non mantenerle la promessa. Come si ingannava! Carlo lasciava sul finire di quell'anno 1799 Venezia, e la infelice nel 17 maggio scriveva irritata a Gaspare Porta:

«Signor Gasparo stim.mo,

Padova, 17 maggio 1800.

Rispondo all'istante alla stimatissima sua: s'intende della politica di lei riposta, come il signor Carlo non vuol farmi tenere il mio ritratto, e che ricerca le sue lettere. Ella, come organo esatto e fedele, accetti di risponderle: che le sue lettere sono e saranno sempre nelle mie mani: che non capisco come si voglia violentarmi di tal maniera circa il mio ritratto, quando io esattamente le mandai ogni cosa: che lo suppongo in pezzi, e per questo piglia il mezzo termine di voler le sue lettere. Io però me ne burlo. Lo tenga, lo fracassi, ma le sue lettere stanno nelle mani di me, unica vendetta e difesa al caso di nuove sopraffazioni e vituperi. Mi ha tradito sulla fede in onore, amicizia e amore. Io sono l'offesa, l'abbandonata, e quella che à saputo amarlo e che l'amo, benchè meriti il mio odio. Le sue penultime lettere lo confermano. S'immagini!... troppe cose contengono queste, perch'io debba privarmene. Piccata di amore, di delicatezza, d'amor proprio, non ho che il suffragio di queste. E sono certe volte così romanzesca che non curo nulla che le mie soddisfazioni; e, se ne farò cattivo uso, sarà sempre minor male di quello che lui fece a me. Venga lui, parli con me, e le avrà.... Per ora, intanto, mi do il piacere di rassegnarmi. Di lei sin.

Andriana Diedo-Corner».