Più tardi, scrivendo allo stesso, si mostra rappacificata. Gli parla di alcuni indumenti, e nel chiudere la lettera — proprio come sogliono certe povere donne innamorate, le quali si struggono d'impazienza per conoscere ciò che loro preme e si sforzano, nello stesso tempo di non lasciarlo scorgere, chiedendolo, talchè lo celano quasi, lo soffocano fra parole di pura convenzione, magari in un poscritto, alla sfuggita — la povera abbandonata chiede notizie del suo «Carlino». Non poteva dimenticarlo!
Carlo Porta non frenava, nelle questioni d'amore, certi impeti. S'indispettiva alle finzioni; non sapeva fingere, benchè talora, come abbiamo visto, se lo proponesse ingenuamente.
Piuttosto di sottomettersi al capriccio femminile, frangeva con violenza i legami e per sempre. Volea regnare solo e padrone assoluto ne' cuori; non tollerava amori in partita doppia. Nella Biblioteca Ambrosiana, in un volume manoscritto, sta un suo sonetto italiano, inedito, a una donna, cui dice: «O amate me solo, signora; o addio». E un'altra delle sue aperte confessioni è diretta a Giuseppina N..., la stessa del sonetto a una Sura Peppina:
Amo chi m'ama, e chi non m'ama io sprezzo;
Nè pretendo che alcun m'ami per forza.
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La fedeltade nell'amore apprezzo,
Anzi con questa più il mio amor s'afforza;
Non tollero rivali, e i lacci io spezzo
Con chi più amanti di tener si sforza.