Ecco come esprimevasi quest'uomo, che la rompe risoluto colle amanti e si studia di mostrarsene indifferente. Eppure si lascia dominare da strane gelosie. Paolo Mantegazza, in un articolo sul nervosismo degli uomini grandi, pubblicato in un numero del Fanfulla della domenica del 1880, dopo aver toccato del temperamento del Porta, uomo «appassionato, convulsivo, pieno di nervosismi», racconta questo curioso aneddoto: «So dalle labbra della mia mamma un aneddoto del poeta, che per via femminile è anche un po' mio parente. Una notte egli si sveglia ad un tratto tormentato dalla gelosia per una donna adorata, e che villeggiava in Brianza. Di certo egli è tradito, di certo in quella notte istessa la donna del suo cuore dorme con un rivale. Balza dal letto, corre alla porta; domanda con lauta promessa di danaro i due migliori cavalli delle scuderie pubbliche e via di volo per Brianza. Era d'autunno inoltrato.... I cavalli volano e il postiglione interpreta fedelmente la furia del Porta. Si arriva alla villa fra le tenebre, e il poeta, lasciata la vettura a piccola distanza, a piedi, come ladro notturno, prende d'assalto muri e cancelli, appoggia una scala al balcone del primo piano; risveglia i dormienti mette a rumore cani, servi e ogni cosa. Poi si nasconde non so dove, spaventato egli stesso per lo spavento di tutti e forse vergognoso della sua pazza impresa. Riesce però a trovarsi colla donna amata che dorme il sonno dell'innocenza.... Il resto della scena mi è ignoto, ma sarà tutto finito, come se non si fosse trattato di uomini di genio o di nevrosici.»

Dopo l'avventura amorosa con la patrizia veneziana, nulla sappiamo di quella poveretta, che trovava nel suo cuore ferito accenti di dignità e di sdegno. Carlo Porta era ancora un ragazzo, non ostante il suo ingegno naturale e certa penetrazione; era ancora un inesperto, un egoista, soprattutto. Non comprendeva il male che aveva fatto con l'accondiscendere a una passione, che sin dalle prime si capiva doveva finire presto e male. Mai le donne amino uomini più giovani di loro: non ne ricaveranno che lagrime. Paolo Heyse, il novelliere tedesco che amò tanto l'Italia, ha una novella su questo soggetto. La sua protagonista, una signora matura innamorata, scopre il tradimento del proprio adorato: lo sorprende mentre egli contempla amoroso, estatico, una giovane bella, di casa, che giace seminuda, addormentata. Ella, nel vedere la scena, ne riceve tal colpo, che cade ammalata; e poi, guarita alla meglio, esclama: Come fui sciocca!

Qui dobbiamo un po' considerare la vita di Carlo Porta quale pubblico impiegato: vita un po' agitata a motivo dei rapidi mutamenti politici: vera fantasmagoria, lanterna magica tumultuosa.

In una domanda autografa indirizzata, negli anni maturi, a' superiori d'ufficio e che si conserva nell'Archivio di Milano, il Porta compila il proprio «stato di servizio» come impiegato pubblico. Trasferito da Venezia a Milano nel 1799, egli venne conservato nel medesimo impiego presso la «Intendenza generale delle finanze della Lombardia». Il suo stipendio limitavasi ad annue milleseicentotrentasette lire milanesi, e bastavano alla sua vita, considerato come allora, non ostante i balzelli, tutto costava poco in confronto di adesso, dal vino squisito col quale si brindava a' nuovi padroni, alle camere dove si dormivano sonni interrotti da risse di nottambuli e da canzonacce straniere. Ma, ben presto, impiego e stipendio gli sono tolti. Difatto, non era egli impiegato per decreto del Governo austriaco? L'arruffata Repubblica cisalpina crollò al ritorno vittorioso dell'esercito austriaco fiancheggiato dai russi condotti dal feroce Suvaroff; una reazione austro-russa imperversante per tredici mesi desolò la Lombardia fino al 14 giugno 1800, giorno della battaglia di Marengo, vinta gloriosamente da Napoleone che ritornò padrone di Milano e rialzò la Repubblica cisalpina; e Carlo Porta non avea egli forse continuato nell'impiego di nomina austriaca durante quella reazione? Ciò formava un'imperdonabile colpa agli occhi di que' signori della ripristinata Repubblica, ignari che il Porta avesse maledetto i ladroni che, guidati dal Suvaroff, s'erano rovesciati sull'infelice Lombardia. L'arcivescovo Filippo Visconti, patrizio milanese, deturpando la propria canizie venerabile, incensava il Suvaroff: e il Porta ne scattava di sdegno:

Con la mitria e 'l puvïaa

L'è andaa in Domm, el l'ha incensaa;

Dandegh finna la soa dritta

A on eretegh moscovitta!...

Ciò non valse a salvarlo. Un decreto di reciso licenziamento dall'impiego, firmato Soldini, diceva: «il cittadino Carlo Porta è ringraziato».

Ma il Porta non s'abbandona all'ozio. Diviene per tredici mesi «capo di corrispondenze» presso quel Gaetano Borella fornitore generale delle «sussistenze militari» nella Repubblica cisalpina, impiego cui già aveva aspirato. Più tardi, nel 1804, è riammesso nell'impiego primitivo, quale sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del Debito pubblico.