Napoleone ci lasciò un Direttorio e due Corpi legislativi, ben lontano dal riflettere che non erano adatti al carattere, allo spirito, ai bisogni dei Lombardi.
Il Direttorio cominciò a sopprimere, per volontà di Napoleone, una folla di monasteri, di monache, di frati. I beni delle mense vescovili vennero avocati alla nazione. La chiesa votiva di San Sebastiano, eretta per la cessata peste del 1577, fu trasformata in circolo politico, assordante.
Ma la Repubblica cisalpina era destinata a non lunga vita, come tutte le improvvisazioni senza logica base. Invano, fetidi giornali, che già conosciamo, vomitavano velenose ingiurie e diffamazioni per intimidire e imperare. Invano, nel detto gran giorno della festa del quinto anno della Repubblica francese, un carro tirato da sei cavalli inghirlandati e con piume tricolori in testa, aveva condotto in clamoroso trionfo una giovane seminuda col berretto frigio in capo, appoggiata a un'asta, che simboleggiava la Francia; mentre, a' suoi piedi, sei Genii spargevano rami d'alloro. E ciò per abbagliare il popolo. Ma il popolo milanese ne aveva abbastanza di quei buffoni e di quelle buffonate. Già Napoleone aveva frenato più volte gli eccessi dei demagoghi, facendo, ad esempio, strappare dalle cantonate un proclama del giornalista Lattanzi, che bestemmiava Cristo e la religione; di quel Lattanzi nato nella Campagna romana, e che il Monti chiamò nella Mascheroniana «del rubar maestro....».
Ma non sempre arrivava, o voleva arrivare, per sopprimere gli oltraggi alla religione e al pontefice, come quando nella sera del 25 febbraio 1797 al teatro della Scala si rappresentò il turpe Ballo del Papa, ove si vide Pio VI gettar via il triregno, mettersi in testa il berretto frigio, e ballare sconciamente con cardinali, preti, monache, frati, fra le urla di Viva! e di Morte! dei demagoghi.[25]
Così il Bonaparte sapeva benissimo delle innumerevoli trufferie che si commettevano nelle pubbliche amministrazioni. Un giorno scrisse al Direttorio: «Tali orrori fanno arrossire d'essere francese». Ma faceva capire ch'era inutile sottoporli al Consiglio di guerra, aggiungendo: «Corrompono i giudici. È una fiera, e tutto si mercanteggia.» Si poteva continuare così? Il generale Despinoy venne chiamato «il generale delle ventiquattr'ore», perchè a ogni momento mandava alla Municipalità l'ordine di consegnargli, «entro ventiquattr'ore», cavalli, buoi, letti, coperte di lana, tela, stivali, sciabole. Pietro Verri lasciò scritto ch'era un «saccheggio prolungato». E intanto, i «bosini» beffardi delle vie cantavano:
Liberté, Fraternité, Egalité.
I Franzes in carroccia e nun a pè.
E qui dobbiamo mettere nella sua luce, che è luce storica pur troppo, uno dei capolavori di Carlo Porta: le sestine Desgrazi de Giovannin Bongee.
È un vivo episodio delle brutali violenze che, durante la Repubblica cisalpina, si commettevano a Milano, a danno de' cittadini pacifici e troppo inoffensivi. In Giovannin Bongee è rappresentato il popolano scemo, debole, che mentre ostenta coraggio da leone, per emulare forse nelle vanterie i demagoghi trionfanti, le piglia sode da quei «prepotentoni de frances», i quali vanno a godere la moglie di lui dopo d'averlo ben bene bastonato. E ancor lui fortunato, che è preso a scappellotti soltanto! I soldati francesi erano avvezzi a ben altro! Le cronache milanesi del tempo riboccano di furti e d'aggressioni a mano armata da parte di malviventi fuorusciti, a' quali si mescolavano quasi sempre soldati cisalpini. Nè i soli furti, ma e le risse che i soldati accendavano coi cittadini, e gli omicidii. Il Porta scriveva al fratello Gaspare a Galbiate: «Ieri notte (la lettera è senza data, ma è di quel tempo) fu compromessa la sicurezza de' cittadini da una numerosa ciurma di ubbriachi che scorreva armata per le contrade, e tagliava a fette, bastonava e maltrattava quanti loro succedeva d'incontrare. Entrarono anche in qualche casa a frastornarvi le conversazioni ed a commettere degli eguali delitti. Ora tutto è tranquillo mediante l'arresto che fu fatto di venti e più di questi scellerati.» Tali le condizioni della pubblica sicurezza d'allora; e questo il rispetto ai cittadini. Il Bongee, da buon meneghino, servo fedele de' vecchi padroni, versa le proprie querimonie nel seno di qualcuno di que' parrucconi illustrissimi, i quali odiavano i rivoluzionari francesi e formavano ardenti voti per il ritorno degli ordini aristocratici.
Bongee, in milanese, significava una volta «buzzone, uomo di gran pancia», e il Porta ne fa un cognome.