«Questo è il primo lavoro (rammentava Tommaso Grossi) che abbia acquistato al poeta celebrità durevole. Levò rumore grandissimo in Milano e in ogni luogo ove il dialetto milanese è inteso. Fu copiato a mano, più volte, anche dallo stesso Porta, e distribuito agli amici, e stampato e ristampato.» Quel linguaggio meneghino, misto d'italiano e di francese storpiati, che il Bongee adopera narrando le proprie disgrazie; linguaggio che il popolino allora, e in circostanze come quelle, avrebbe usato, suscitava alte risa. Il Manzoni ammirava la perfezione artistica del carattere di Giovannin Bongee. E Ugo Foscolo, in una briosa lettera al Porta, che leggeremo più avanti, lo chiamava scherzosamente «Omero dell'Achille Bongee». Ma nessuno avrebbe pensato che il popolano milanese, bistrattato così vilmente dallo straniero invasore, sarebbe divenuto, mezzo secolo più tardi, uno degli eroi delle barricate nelle «Cinque giornate» contro un altro straniero. Alte risa, sì, suscitava al suo tempo Giovannin Bongee, miserabile, ignorante, cornuto, bastonato: non oggi, dotati come siamo d'una coscienza più sensibile, con un sentimento più educato della giustizia, quell'infelice ci fa ridere. Desta, anzi, sdegno e pietà; sdegno per le violenze; pietà, per la vittima. Oggi, nel Porta, vediamo balenare quasi un vendicatore, celato sotto il lepido verso, che mostra di quali armi gli stranieri si servivano per conculcare ancor più gli oppressi deboli e inermi. La stessa oppressione e lo strazio quanto ridestarono il sentimento della dignità! Lo stesso infame bastone austriaco quanto servì al sacro odio patriottico!

Famosi storici francesi (il Thiers ed altri) confessano le soperchierie, le ribalderie dei soldati e degli ufficiali francesi, commesse sugli abitanti di Lombardia, per il solo loro gusto, per il loro divertimento. Lo Stendhal, nel libro Rome, Naples et Florence, dove parla tanto di Milano, arriva a dire: «Quant à l'insolence du soldat français, elle était superlative: faites-vous réciter un des chefs-d'œuvre de notre poésie nationale». E alludeva al Giovannin Bongee del Porta.[26]

Ma un moscovita, Suvaroff, doveva rovesciare ogni baracca.

L'Austria e la Russia, di concerto con l'Inghilterra e con la Turchia, nel maggio del 1799, erano pronte a dar guerra alla Francia, che la prevenne e la intimò. I due eserciti si posero di fronte. Gli Austriaci erano capitanati dal generale Melas; i Russi dal maresciallo Suvaroff, che assunse poi il comando di tutti; i Francesi dal generale Schérer, vecchio e debole.

Suvaroff! Quale tipo di capitano bizzarro, buffo e terribile! Piccolo, magro, tutto nervi, occhi accesi, bocca enorme, grossi denti, faccia piena di rughe con certi tic spasmodici. Odia gli specchi, non vuole carrozze, non letti. Dorme per terra, e, all'alba, emette un acutissimo chicchirichì, come un gallo, per isvegliare i soldati. Comanda e combatte in camicia, brandendo uno sciabolone enorme, su un cavallo indemoniato come lui. Mangia carne cruda. Al campo porta una cappella ambulante piena di reliquie e prega più volte il giorno, baciando la terra; e, inginocchiato, bacia la bandiera russa; ma al solo nome di «francese» balza in piedi tremendo, con gli occhi iniettati di sangue.

— Bajonetta! bajonetta! Carica alla bajonetta! — egli grida. — La palla? È una vecchia pazza, che non sa quello che si fa. La bajonetta è giovane, vigorosa, e non sbaglia. — «En avant et frappe!» è il suo motto.

I Francesi non aspettano di essere attaccati. S'impadroniscono dei forti di Rivoli. Ma lo Schérer viene battuto, e si ritira sbigottito prima al Mincio, poi all'Oglio, poi all'Adda. Suvaroff passa l'Adda, piomba sul generale Serurier, fa prigione lui e tutta la sua divisione. A Cassano, il Melas irrompe contro i Francesi, e ne abbatte l'ala sinistra. Ormai la via di Milano è aperta ai nuovi barbari.

I notabili austriacanti milanesi sono giubilanti. Muovono incontro agli Austro-Russi nel villaggio di Crescenzago. L'arcivescovo Filippo Visconti li guida, s'incontra nel Melas, e, quasi piangendo di commozione, gli presenta le chiavi della città, quelle famose chiavi dorate.... E usseri austriaci si schierano in piazza del Duomo, dove, fra vituperii, si abbatte l'albero della libertà. Alcune dame inghirlandano le bandiere austro-russe; si grida «evviva i liberatori! evviva la religione!» Suvaroff è ricevuto in Duomo dall'arcivescovo in mitria; bacia tre volte il pavimento, quindi l'altare. Il primate lo incensa, lo benedice. Ed è allora che Carlo Porta vibra il suo verso contro l'arcivescovo; il quale fa tutto l'opposto di sant'Ambrogio. Il fiero santo proibì all'imperatore Teodosio di entrare nel tempio, perchè aveva le mani grondanti di sangue; invece, egli, suo successore sul soglio ecclesiastico, lo accoglie in festa, dà la diritta a lui, eretico, e lo incensa. I versi del Porta li abbiamo letti.

I cosacchi, a cavallo, galoppano intanto per le vie di Milano, lanciando una corda a nodo scorsoio al collo dei supposti repubblicani, e se li trascinano dietro. Carlo Porta li ricorda in una strofa del Brindes per un disnà alla Cassina di pomm. Egli sogna:

Me pariva che on ulan