Napoleone, reduce dalle vittorie d'Egitto, vola verso gli Austriaci; valica il Gran San Bernardo, fra le nevi, fra difficoltà indicibili; con 60,000 uomini scende ai piani, piomba il 14 giugno 1800 sugli Austriaci a Marengo, in una battaglia che lo rende una seconda volta padrone della Lombardia. La salma dell'eroico generale Desaix, a cui Napoleone deve quella vittoria, viene imbalsamata a Milano e spedita in Francia. Le acclamazioni al vincitore vanno al cielo. Milano torna in festa. Nel teatro «alla Scala», luminarie, inni, evviva. Napoleone rialzerà la Repubblica cisalpina, ma per poco, volgendo in mente una più razionale costituzione repubblicana. I poeti dal «servo encomio» lo chiamano «Giove terreno»: il Cesarotti ed il Monti fra tanti altri affascinati.

VIII.

Le società filodrammatiche. — Origine e miracoli del Teatro Patriottico. — Le nudità di moda e le più avvenenti signore di Milano. — Il viaggio d'andata-ritorno d'uno scialle. — La profonda filosofia d'un marito. — Paolina Bonaparte. — Le scatole da tabacco e il giuoco del tarocco. — La moglie di Vincenzo Monti e le sue recitazioni. — Onori ai reduci prigionieri dell'Austria. — Una lettera patriottica che fa ridere. — Alfieri e Alfieri. — La fabbrica d'un teatro repubblicano. — Il sipario d'Andrea Appiani. — Atteggiamenti osceni.... — Le tragedie del Monti. — Carlo Porta attore drammatico. — Malumori di quinte. — Epigramma del Porta. — L'accademia «di sè maggiore»!...

Carlo Porta aveva la passione dei teatri. Volle essere annoverato fra i fondatori del Teatro Patriottico di Milano, che cambiò poi il nome in quello di Teatro de' Filodrammatici, tuttora esistente.

Quel teatro ebbe curiose vicende; uomini famosi lo protessero; donne e madonne famose lo decorarono.

Sulla fine del Settecento, non erano rare a Milano le private società filodrammatiche. La vita d'allora scorreva semplice; lo sappiamo; e uno dei prelibati divertimenti era il recitare nelle commedie del Goldoni; magari nei rustici Conti d'Agliate, commedia scritta parte in milanese e parte in italiano, come Carlo Porta e Tommaso Grossi composero insieme la loro comitragedia Giovanni Maria Visconti, cavallo di battaglia dell'attore Preda. Il giovanotto milanese voleva farsi vedere dalla sua bella sul piccolo palcoscenico, vestito da «lustrissimo» o da «guerriero», presso a poco come adesso vuol farsi vedere alle corse vestito all'inglese. Le ragazze da marito, le popòle, erano accompagnate dove la «pivelleria», come si chiamano ancora a Milano gli sbarbatelli, accorreva a inaugurare, prima della scoperta della pila, un corso completo di telegrafia con le occhiate e coi gesti più cauti. Le società filodrammatiche si radunavano, stipate come sardine di Nantes, in afose, anguste sale, al chiarore di lumi a olio col riverbero di latta che accecava o di candele di sego che dal soffitto gocciolavano lagrime attaccaticcie sulle teste.

Una di codeste società filodrammatiche ricercate era quella del «Gambero». Carlo Porta ne lasciò memoria ne' suoi manoscritti inediti: «Fu nominato «del Gambero» (egli scrive) il teatro di San Pietro all'Orto, perchè era accessibile dal cortile della trattoria così detta «del Gambero», che ne mostrava al di fuori una immensissima insegna coll'effigie in rosso del protagonista». Più tardi, i componenti dell'artistica società si chiamarono «Filogamberi».

Nell'anno 1796, in cui sulla scena politica milanese comparvero le pazze mascherate demagogiche che abbiamo incontrate, si pensò da alcuni cittadini a formare una società più numerosa di quelle che chiamavano ad ogni recitazione tutt'al più un centinaio di spettatori. Il libraio Bernardoni ed un Giusti ingegnere, insieme con un computista, con qualche studente di medicina e qualche dottorino in diritto, chiesero alla Municipalità l'uso del teatrino del Collegio Longone, detto «dei Nobili», dal quale i Barnabiti avevano dovuto far fagotto. «L'amour de la démocratie dont nous brûlons, nous a fait sentir l'utilité d'un théâtre, où des pièces démocratiques seraient uniquement et continuellement déclamées.» Così essi enfaticamente scrivevano a quei messeri della Municipalità, fra i quali sedeva, austero, Giuseppe Parini, ormai vecchio, vicino alla tomba, pronto sprezzatore di coloro che il Foscolo chiamò ben presto «incliti ladri». La Municipalità accordava il teatro col consiglio che vi si dessero rappresentazioni a pagamento, a favore dei poveri; ma i soci a rispondere: «Il pubblico, quando paga, è inesorabile, nè bada ai motivi per cui paga; a lui basta di poter dire: Ho speso li miei dinari. Stabilendo un prezzo alto, il teatro sarà sempre vuoto, e, stabilendolo tenue, potremmo avere gran folla di spettatori tumultuanti che pretenderebbero tutto da noi.»

Non vollero, in conclusione, recitare a pagamento, per non essere fischiati dalla folla che, in quei giorni, pareva invasa dal delirium tremens. E cominciarono con un Guglielmo Tell, tragico pasticcio manipolato per la circostanza dal direttore Bernardoni; poi ruggirono nella Virginia dell'Alfieri. A questa assistette il generale Napoleone in persona, attorniato da' suoi ufficiali dello stato maggiore colle scarpe rotte e pieni di boria allegra. Girava intorno al teatro gli occhi fulminei («i rai fulminei» del Cinque Maggio del Manzoni); era pallido come lo dipinse l'Appiani, ch'egli s'affrettò a ringraziare in una lettera, tuttora inedita, e a me mostrata dalla nipote del famoso pittore. La Società dei filodrammatici, il cui teatro chiamavasi «Teatro Patriottico» pei dichiarati intenti democratici ond'era animato, ripetè la Virginia al teatro della Canobbiana, nella cui platea, dopo la rappresentazione, si ballò la Carmagnola, mentre in piazza del Duomo donne discinte ed ubriache e giovinastri ballarono fra urli frenetici e suoni di trombe e di clarinetti attorno all'albero della libertà, guidati dal furibondo demagogo Ranza, nostra conoscenza.

Le donne milanesi della così detta buona società assistevano con passione alle serate della Società Patriottica, alle quali portavano le loro nudità ammiratissime. Segnalavasi fra le più invidiate Annetta Vadori, vantata, dice il Cantù, come l'Aspasia di quel tempo, moglie prima del medico Butorini, poi del famoso medico Rasori, il quale, rivoluzionario democratico sfegatato, era tanto fautore del nuovo teatro filodrammatico, che i soci si credettero in dovere di iscriverlo nell'album dei «benemeriti» insieme col conte Carlo Imbonati, che venne poi cantato dal Manzoni; insieme con Giuseppe Parini, col generale Theulié, con Giovanni Torti, collaboratore del giornale Senza titolo, e con Francesco Salfi di Cosenza, ex-frate, intimo di Ugo Bassville, antipapista, che a Pavia, sollevata contro i giacobini, si salvò per miracolo facendosi credere un Doria di Genova.