In quella preghiera, donna Fabia rappresenta e sostiene il diritto divino; crede che le nobili gerarchie terrestri, alle quali ella appartiene per nascita, siano simbolo delle gerarchie che «fan corona» a Gesù in cielo. Crede che il disgraziato, il quale non nasce nobile, sia fango....

Giuseppe Ferrari, nel suo studio sulla poesia popolare in Italia, pubblicato nella Revue des Deux Mondes del 1839-40 (e il Rovani gli fa eco nelle Tre arti, a proposito del Porta), nota che donna Fabia è la donna Quinzia del Maggi, arguto, sereno commediografo milanese del Seicento, così superiore al suo secolo. È la dama italo-spagnuola tipica.

Ma se il tipo comico nell'essenza è lo stesso, ben più espressiva, più incisiva è l'arte con cui è rappresentato dal Porta: sopra tutto è diverso l'«ambiente». È questo che fa spiccare al vivo il tipo di donna Fabia. Dal contrasto, dall'urto fra l'albagia aristocratica rappresentata, affermata da donna Fabia, e le beffe irriverenti del popolino, che l'accolgono, sfavilla il comico. È la lotta fra il vecchiume e il nuovo. È l'irritazione di chi si vede strappato il terreno, creduto legittimo, sacrosanto, sotto i piedi. E a donna Fabia è tolto ormai quasi tutto, poichè le è tolto il rispetto degli inferiori. Non le resta che di sfogarsi, prima del pranzo, mentre cuoce il riso, con un ex-francescano, il quale considerando le tante rovine del giorno vede, al pari di lei, «prossima assai la fin del mondo». Non le resta che sapere di non essere, per grazia speciale del suo «caro e buon Gesù», nata plebea, «un verme vile, un mostro». E le resta il cielo.

A donna Quinzia del Maggi non vien meno il rispetto degl'inferiori; a donna Fabia i monelli della strada hanno il coraggio di fischiarle il beffardo va-via-veh! È la democrazia che irrompe e beffa l'aristocrazia che cade.

Ma donna Fabia Fabron de Fabrian (anche il cognome è spagnolescamente rimbombante) non è cristiana e non è gran dama per nulla. Vuol perdonare agli offensori; vuol essere generosa con essi. Uscita di chiesa, domanda ella stessa a loro medesimi quanti sono quegl'insolenti, in luogo di farli chiedere dal proprio domestico Anselmo:

Siamo vent'un, responden, Eccellenza!

E donna Fabia:

Caspita! molti, replicò.... Vent'un?

Non serve, Anselm, degh un quattrin per un!

Occorre dire che il quattrino era l'infima fra le piccole monete di rame? Anche qui un buffo contrasto: fra la boria e la spilorceria.