La nomina del cappellan non è meno significante della Preghiera nel senso sociale; è persino più comica, ha più elementi comici, è più mossa, più viva.

Ci porta nell'interno di quei palazzi nobileschi all'antica, la cui dispotica padrona, una vetusta dama, la marchesa Travasa,

Vuna di primm damazz de Lombardia,

concentra le sue tenerezze su una brutta bestia, una cagna inviziada. Ci par di vederla, la vecchia marchesa Travasa, in gran cuffione alla Pompadour cont i fioritt, decorata di due baffi sporchi di tabacco. Ella s'avanza pomposa nella sala, dove stanno raccolti numerosi pretonzoli aspiranti alla cappellania della sua casa e siede con la cagna maltese accanto, la Lilla,

Tutta pel, tutta goss', e tutta lard;

la Lilla, che, dopo di lei, in cà Travasa, è «la bestia di maggior riguardo». Tutti devono rispettare la Lilla: guai a farla guaire, guai a beffeggiarla; e guai a darle del tu. La Lilla è parente della «vergine cuccia» del Parini. Ma, mentre questa toglie il pane a un servo, che si è permesso di tirarle un calcio, la «cagna maltesa» della marchesa Travasa procura pane, companatico e cappellania a un orribile don Ventura. E perchè? Costui, nel clamoroso ricevimento di preti, fatto in cà Travasa per la nomina appunto del cappellano in sostituzione del defunto don Glicerio, prè de cà, si è messo in dosso tre, quattro fette di salame gramo; e la Lilla, attirata dall'odore di quel salamm de basletta, comincia ad arrampicarsi sulle gambe istecchite di don Ventura e a raspargli i già logori calzetti; quindi è ben chiaro, agli occhi della padrona, che quelli sono segni infallibili di simpatia, di predilezione: sono una proposta di nomina in piena regola, che deve essere accolta. E così don Ventura diventa cappellano di cà Travasa.

Si ride per la Nomina del cappellan, satira lanciata contro il vecchio nobilume grottesco; si ride per il comico di quel ricevimento pretino, in cà Travasa, di tutti quei famelici, luridi concorrenti alla vacante cappellania resi con pochi tocchi di grande caricaturista; con quel maggiordomo «dolz come on ôrs» che, accogliendo i reverendi e istruendoli sui loro doveri in cà Travasa, usa con loro gli stessi modi sprezzanti, lo stesso linguaggio altezzoso della padrona. Ma quel comico sarebbe stato ancor più vivo, se il Porta si fosse ricordato d'uno dei principali doveri che incombevano al cappellano nei palazzi dei nobili: quello di pettinare ogni mattina il cagnolino, la cagna, appunto le Lille.

Il Porta, per bocca dell'iracondo maggiordomo della marchesa, da lui chiamato l'ambassador del temporal, snocciola gli altri doveri del cappellano: portar biglietti, qualche fagotto e pacco; correre dal sarto, dalla modista, dal parrucchiere; condurre la Lilla a spasso; scrivere qualche conto, qualche lettera al fattore; sopra tutto, saper giocare al tarocco. E messa breve, si badi!...

On quardoretta, vint minut al pù.

Ma non una parola, neppur una di carità cristiana verso i poverelli, verso i vecchi mendicanti, che si trascinavano alle soglie dei palazzi, per implorare dalla pietà dei servi pasciuti qualche rilievo del loro desinare o della mensa dei padroni. Della religione non si parla. Nulla! Non occorre.... s'intende.