Scrivendo alla moglie, che nei mesi caldi villeggiava a Borgomanero, ovvero a Monza o a Senago, o nella memore villa di Torricella, il Porta usava il frasario allegro. Si firmava: «Carolus magnus».

Le scriveva da Genova: «Oh, che popolata città che è questa Genova! Ella è piena di gente, colma come un uovo fresco. Credo che per ogni uomo vi siano dieci donne, tre frati e un mulo». Le conduceva comitive briose, perchè non si annoiasse. Anche dopo parecchi anni di matrimonio, la trattava con ogni riguardo. «Fa' ciò che meglio ti conviene, le diceva, poichè io dichiaro a lettere di scatola che ho gusto di tutto quello che ti fa gusto».

Egli si lasciava vincere qualche volta da svogliatezza: la penna gli pesava fra le dita, e la lasciava volentieri da parte. «Oh, io non iscrivo a nessuno (mandava a dire alla moglie impensierita del suo silenzio) perchè mi è caro il far nulla, e procuro di coltivarmi più ch'è possibile questa nobile passione». Ma guai se Vincenzina tardava a scrivergli! Si adirava.... e scherzava così:

«Carissima moglie,

Finalmente ho ricevuto tue lettere; ed ho avuto il conforto di sapere da te che ti trovavi ancora a questo mondo. Per la mia parte ero certamente scusabile se mi esibivo per marito a qualche bella ragazza. Basta: lasciamola lì. Certo è che mi consola non poco il conoscere che tu stia meglio, e che la mamma si vada anch'essa ricuperando. Quanto alla mamma poi provo un altro gusto dippiù, dacchè non ho saputo che era ammalata, se non quando fu giudicata fuori di pericolo di far l'ultima corbelleria. Insomma me ne rallegro, ma proprio proprio davvero. Salutamela, e dille che la raccomanderò ancor io al Signore, e che ho fiducia che Dio mi conceda la grazia che gli domando per ragione anche ch'io sono uno che lo incomoda assai rare volte.

Speravo che fosti in grado di restituirti a Milano per queste feste, e di venire a Torricella con me e coi signori Casiraghi, ma vedo ora che ciò è impossibile, e per conseguenza il tuo posto sarà occupato da qualcun altro. Sappi intanto che per la prima volta avremo là il Gaspare. Oh che miracolo!

Qui le cose di famiglia vanno benone. Io col gennaio passerò al Monte Napoleone, con qualche sacrificio di borsa sì, ma con minori dolori di stomaco. Oh sta bene! Addio: salutami tutti, ma in particolare, come ti dissi, la mamma. Sono tuo aff.mo marito

Carlo».

I Casiraghi, cui allude, formavano una famiglia, il capo della quale soleva bandire splendidi festini, rallegrati da bellissime donne onde andava superba Milano. Una volta, il Porta fu pregato da lui di schiccherare un gaio sonettino, perchè Vincenzo Monti onorasse della sua illustre presenza quelle veglie; e il poeta milanese a infilzare quattordici versetti ottonari, ne' quali al celebre collega di Parnaso dice con grazia: «Per oggi riponi pur le tue rime, i tuoi concetti, e vieni qui a godere in mia casa una delle solite festicciuole. Ti offro volti che mettono allegria, e tali floride beltà femminili da imbrogliare chiunque dovesse gettare il fazzoletto. Sono sicuro tu dirai che sono le Grazie e le Muse che ballano sui bei prati di Pegaso. Ma forse lo dirò meglio io nel vedere che non manca neppure il loro Apollo, che sei tu»:

Per incœu guarna pur via