I tœu rimm, i tò conzett,

E ven chì a godè in cà mia

Vun du solett festinett.

Te doo facc che mett legria....

e parla di floridezze audaci immancabili.

A un poeta pagano, come il Monti, le curve giunoniche non dispiacevano; a lui, che, al domani della battaglia di Marengo, aveva portata a Milano la versione del poema La Pulcella d'Orléans del Voltaire; versione da lui compiuta in veloci, smaglianti, meravigliose ottave eroicomiche, quasi superiori a quelle stesse dell'Ariosto; scritte a Parigi nei tedii malaugurati dell'esilio, che lo salvò dalla reazione austro-russa; e nelle quali nulla, proprio nulla, velò delle continue audacie libertine, oscene del cinico iconoclasta francese.

Riguardo al nuovo impiego cui il Porta allude nella lettera alla moglie, ecco ciò che apparisce da mie ricerche negli Archivi di Stato di Milano e da memorie autografe del poeta:

Nel 1804 egli fu riammesso, come fu detto, negli uffici governativi, col titolo di sottocassiere presso l'ufficio di liquidazione del Debito pubblico. Nel 1808 gli piovve la manna d'un aumento di stipendio e un elogio per la sua attività e perizia. Nel dicembre 1810 il ministro delle finanze, Prina, lo volle ispettore aggiunto del pubblico tesoro e, nel 1812, lo inviò a Mantova per rivedere i conti arruffati d'un certo Malacarne ricevitore del dipartimento del Mincio. Ma, l'anno dopo, l'impiegato poeta s'accorge che le mansioni di aggiunto al tesoro pubblico gli pesano come catene, benchè dorate da quattromila lire all'anno; chiede di ritornare all'ufficio primitivo di sottocassiere e l'ottiene senza contrasto. Cassiere generale era Carlo Casiraghi, quello stesso così amante delle gaie veglie. Al suo posto, nel 1814, salì quindi il Porta, che, come cassiere, rimase al Monte Napoleone sino agli ultimi giorni di vita.

Risiedeva quell'ufficio del Monte in un palazzo ornato di resti d'architettura bramantesca. Ogni mattina, il Porta, che abitava colla famiglia in quella stessa via, detta appunto anche oggidì del Monte Napoleone, si recava all'ufficio lento lento, per la podagra che lo tormentava.

Da una miniatura della famiglia Porta, la moglie del poeta si mostra simpatica per quella sua aria d'onestà e ingenuità che doveva renderla cara a tutti. La carnagione è lattea, la bocca vermiglia e piccola. Gli occhi «color della buccia di castagna alpina», direbbe lo Aleardi, e tagliati a mandorla, ti guardano con espressione affabile. Lunghe le brune sopracciglia, la punta del naso leggermente rivolta all'in su. I capelli bruni le disegnano due curve graziose sulla fronte e le scendono folti sulle spalle arricciandosi all'estremità. Attorno al collo, sotto il mento morbido, le gira un velo bianco, alto. L'abito è azzurro, semplice, con una fascia bianca che la stringe sotto il seno ricolmo. Un piccolo medaglione le pende dal collo: è il ritratto del primo marito, Arauco? Sì, e con tanto di parrucca incipriata.