Egli stesso li chiama «orribilissimi e tristi versacci», buttati giù per ridere. E soggiunge:

«So bene che a me Carlo Porta la virtù di far versi toscani che valgano a foderare li tuoi Non homines, non Dii, non concessere columnæ. D'altronde poi, in queste quartine leggivi un sentimento del cuore, il piacere cioè che tuo zio s'accontenti che tu rimanga dei nostri e che ti prometta di beatificarci co' tuoi mirabili versi.»

Un altro passo della lettera del Porta vuole una spiegazione: «Io non mi sono mai accorto d'essere poeta morale....»

«Tutte le sere (scrive il Grossi all'amico) leggo a questi nostri preti, che si riuniscono in casa di mio zio, qualcuna delle tue poesie: a quest'ora ho letto I disgrazi de Giovannin Bongee, El viagg de Fraa Condutt, Fraa Zenever, tutti i sonetti: mi mancano propriamente le parole per descriverti le smanie che fanno tutti questi miei uditori: chi si sdraia colla pancia contro il tavolo, chi si rovescia sur una sedia, chi si tiene stretti i fianchi colle mani. Bisogna che tu sappi che mio zio, come mi par d'avertelo detto, è giansenista, e quelli che frequentano la sua casa, se nol sono nel modo risoluto e deciso con cui lo dichiara egli, vi pizzicano però tutti un poco, e così accolgono collo zelo cristiano d'un fedele che cerca di riformare gli abusi della Chiesa tutte le tue satire contro i preti ed i frati; e v'ha chi ti paragona al grande Erasmo di Rotterdam, il quale non con tutto il tuo vigore, perchè trattenuto dai tempi, ma però con molta libertà, dà la berta come fai tu ai preti e ai frati, che strapazzano la religione facendola ridicola agli occhi degl'increduli....»

Ecco lo spirito morale che si scopriva nelle satire del Porta dai preti liberali della campagna. Nella città non ne mancavano.

«Addio il mio caro Porta, onore e gloria della lingua nostra!» Così lo salutava il Grossi.

Il Torti, che formò poi a Milano, col Manzoni e col Grossi, la «trinità» che al giovane Giovanni Prati «novo catecumeno — covò le prime rose» — quando venne a Milano con la sua «Edmenegarda in seno» — il Torti, ch'era d'un solo anno più anziano del Porta, gli fu amico; e anche con lui il poeta del Bongee si trovava nelle fide riunioni poetiche. Al Torti il Porta indirizzò un sonetto durante l'ardore della lotta fra classicisti e romantici; un sonetto maccheronico. Giovanni Torti era bellissimo, d'alta statura, tipo del poeta che una volta piaceva alle ragazze. Nato a Milano, fu il più diletto discepolo del Parini. Vestito l'abito del chierico, lo lasciò al sopravvenire de' Francesi, e salutò in un inno l'albero della Libertà, che vide cadere. Il Comitato della pubblica istruzione l'ebbe suo segretario; posto che mantenne a lungo: attraverso varie fortunose vicende milanesi, si salvò in quella navicella. Chi non conosce la sua epistola Sui Sepolcri d'Ugo Foscolo e d'Ippolito Pindemonte, che fu ritoccata dallo stesso Foscolo? I suoi sciolti In morte della moglie sono un grido angoscioso del cuore. È la sua «pagina eterna».

XVI.

Napoleone. — È imperatore in Francia e re in Italia. — Il figliastro vicerè. — Apatia politica del Porta e d'altri lombardi. — Un sonetto amaro del Porta. — Amenità di medici. — Cerimonia dell'autoincoronazione di Napoleone a Milano. — Dietroscena in famiglia. — Il Regno italico e le sue feste. — Consigli di Napoleone a Eugenio. — Gli dà moglie. — Nozze d'Eugenio con Augusta Amalia di Baviera. — Vecchia e nuova aristocrazia. — Il terribile caso del conte Archinto. — Folla di Grandi a Milano. — Nuove istituzioni civili. — E la libertà politica?

La sterminata ambizione di Napoleone Bonaparte, che si sentiva mandato sulla terra a compiervi grandi cose, di questo Nabucco di genio dal satanico orgoglio, arbitro di popoli, di sovrani, di papi tremanti dinanzi alle sue brutali minaccie, non poteva appagarsi d'un Consolato a vita fattosi conferire in Francia e d'una parziale repubblica fattasi conferire in Italia. In Francia egli voleva esser imperatore e in Italia re. Ma le due corone sarebbero bastate alla sua inestinguibile sete d'impero?.... Arrivato alla sommità, si lasciò cogliere dalle vertigini, passò d'errore in errore, di delitto in delitto verso la creatura umana calpestata per il proprio trionfo, e precipitò nell'abisso, morendo, meteora di sangue, in un'isola, fra le malinconie dell'oceano.