Uno storiografo di questa Lombardia, che pure ottenne da Napoleone beneficii non dimenticabili, lo giudica con severa, ma serena equità:
«Era nel giugno 1813, prima della battaglia di Lipsia, dopo le vittorie di Lutzen e di Bautzen; e la pace, che avrebbe potuto allora concludere, gli avrebbe lasciata una Francia circoscritta dal Reno, dalle Alpi, dai Pirenei, vale a dire la maggior Francia che sia lecito di immaginare duratura. Non gli bastava ancora; e, dopo aver lasciato quattrocentomila uomini nelle steppe gelate della Moscovia, dopo avere strappato dai focolari di mezza Europa due generazioni di fanciulli, — dichiarati adulti per necessità di guerra, — al principe di Metternich, che gliene faceva l'osservazione, rispose, scagliando irosamente a terra il cappello: «J'ai grandi sur les champs de bataille, et un homme comme moi se soucie peu de la vie d'un million d'hommes!» L'uomo che ha osato pronunciare queste due frasi è, nei rispetti della morale politica, un uomo giudicato. Sulla sua tomba possono assidersi, vindici generose, la pietà e il perdono; ma egli non ha diritto di usurpare ai posteri quel sentimento di leale ammirazione che le coscienze oneste debbono riservare agli eroismi del sacrificio, ai benefattori dell'umana famiglia».[66]
Nel maggio del 1804, un decreto del Senato francese conferì a Napoleone l'impero. Egli costrinse allora il vecchio titubante Pio VII a varcare le Alpi, a portarsi a Parigi e a consacrarlo imperatore. La consacrazione del novello Carlo Magno avvenne nella gotica chiesa di Nôtre Dame, che Victor Hugo doveva magnificare, e fu Napoleone I. E fu imperatrice di Francia Giuseppina Tascher de la Pagerie, sua moglie, vedova del generale Beauharnais, morto nel 1794 sulla ghigliottina. Così la rivoluzione francese, divampata sotto lo scettro d'un povero imbelle re per diritto divino, fabbricatore dilettante di serrature, dopo d'avere annientati per sempre iniqui privilegi feudali, e dopo d'avere attraversato un mare di sangue e di scelleraggini, in dodici anni di repubblica, finiva in un impero militare assoluto.
La Repubblica italiana aveva spianato a Napoleone la via del trono fra noi. Napoleone mandò a Milano due suoi fidi emissari, Cambacérés e Marescalchi, a preparare gli animi al regno: il primo, già membro del Comitato di Salute pubblica a Parigi, fu creato poi duca di Parma; il Marescalchi, bolognese, già membro del Direttorio della Repubblica cisalpina, era allora ministro della Repubblica italiana a Parigi, e doveva diventarlo, per volere di Napoleone, anche del Regno italico.
Il primo effetto della missione fu l'atterramento dell'albero della Libertà in piazza del Duomo e in altre piazze, fra gli sdegni veementi dei repubblicani puri, alcuni dei quali vennero incarcerati. O poco illustre, disgraziato albero! Eri stato eretto e adorato dai fanatici come l'albero eccelso del bene universale. Guai all'infelice che non si chinava al tuo sacro legno taumaturgo! E così presto cadevi, a colpi di vili scuri, come l'albero del male. Il berretto frigio, che ti sormontava, cambiò forma e colore: si trasmutò in corona, aborrita ieri, imposta oggi.
Il Melzi, d'un tratto scomparve. Dov'era andato? Napoleone lo aveva chiamato a Parigi, tenendolo in segreto colloquio per più di quattro ore. La Consulta si recò a offrire pomposamente la corona d'Italia a Napoleone e a votargli un monumento; ma quando il Melzi uscì dal gabinetto dell'imperatore, il Regno d'Italia era bell'e decretato.[67]
Il 16 marzo 1805 arrivò a Milano Eugenio Beauharnais, figlio venticinquenne di Giuseppina, valoroso soldato in Egitto e a Marengo, gran cacciatore, gran ballerino, dedito ai bassi amori, di modi burberi, smanioso di pompe e d'omaggi; destinato a essere il vicerè del nuovo regno; egli, che, all'epoca del Terrore, al domani del supplizio del padre, era stato inscritto fra i più umili operai.
Giunse a Milano; ma non raccolse alcun segno di simpatia. Silenzio glaciale.
E, il 31 marzo, la voce del cannone (trecento colpi) annunzia a Milano l'istituzione del Regno. Ma le finestre del palazzo di Luciano Bonaparte restano chiuse. A tutti è nota l'avversione di lui per il tremendo fratello, ch'egli aveva pur validamente aiutato nel colpo di Stato del 18 brumaio a Parigi.
Un'altra voce ora, quella dell'ufficiale banditore, s'intende: legge, nei vari quartieri di Milano, l'atto d'inaugurazione di quello che Ugo Foscolo chiamerà, ironico, nei Sepolcri «il bell'italo regno». Il popolo s'affolla, ascolta, ma non applaude.