Nel ritorno, la principessa si ferma a Tarso, presso un signor Rossi, console sardo, marito d'una schiava nera del vicerè d'Egitto; e, a due giornate da Tarso, la nostra viaggiatrice intrepida si sprofonda fra le gole del monte Tauro dirigendosi verso Konia, dove è ospite d'un pascià, nel cui arem deve a tutt'i costi dormire colla figliuola.

“.... J'eusse pu concevoir quelques inquiétudes, sinon pour moi, pour l'enfant qui m'accompagnait, à la pensée d'être logée par ordre dans le harem d'un pacha; mais je connaissais trop bien à cette heure la réserve exquise et le respect inné des Turcs envers les femmes, pour me laisser gagner par de semblables paniques.„[136]

Questo aureo pascià si chiamava Haffyz-Mehemmed, detto il sapiente. Era un uomo amabile e di spirito, quanto un europeo della buona società. Il pascià di Koniah si mostrò gentile colla principessa; e più ancora si mostrò gentile con lei la bella, espansiva Malekha, una turca vedova e libera, che la principessa trovò in visita presso due sue amiche, principali spose del pascià. Ella parlò di letteratura, di fedeltà conjugale, di dignità della donna; e le amiche sue, povere schiave, piangevano dirottamente nell'udire i consigli di lei che insegnava loro di minacciare addirittura il pascià se non si mostrava fedelissimo.

— Oh, sì! — le rispondevan le amiche in un concorde duetto, col volto inondato di lagrime. — Avete un bel dire voi, che siete libera!

La principessa, dopo altre peregrinazioni fra i Kurdi (che descrive), ritorna colla figlia nella sua pacifica valle dell'Asia Minore, dond'è partita; vi ritorna senza aver subito brutti affronti, e sana, non ostante le pioggie e i torridi soli sofferti, non ostante le fatiche e le privazioni, attraverso paesi sconosciuti, fra genti diverse. Ella risaluta con gioja il verde della vallata, il modesto suo tetto. Arrivata a casa, si chiude nella propria camera per rendere a Dio ferventi azioni di grazie; ma, nell'emozione, ella non può pronunciare che queste sole parole: “Grazie, mio Dio!„


Nelle sue memorie, la principessa Cristina tace che andava, a cavallo, alla caccia della tigre; tace d'un attentato del quale fu vittima nel ciflik; tace delle atroci memorie che Napoleone Bonaparte e il suo degno esecutore, generale Berthier, lasciarono nella Siria. Non era una bell'occasione per lei di isfogare un risentimento?... Perchè il Berthier (ricordiamolo pure) era il padre della duchessa de Plaisance; di colei ch'era fuggita col principe Belgiojoso da Parigi. Ma la principessa non arrivava mai all'odio: si fermava al disprezzo.

Una sera dell'estate del 1853, ella s'era appena ritirata nella propria camera, quando un suo agente le fu addosso, e dicendole: Muori perfida, muori scellerata! la colpì con uno stilo, al basso ventre, a una coscia, a una mano, che ella aveva teso per difendersi, e al seno, e alla schiena. Il malfattore, certo Albergoni di Bergamo, fu arrestato dagli altri servi accorsi alle grida della principessa e fu tradotto in catene a Costantinopoli, donde ella, per le vive raccomandazioni del marchese Antinori, lo aveva fatto venire. La Belgiojoso lo aveva minacciato di licenziamento per la pessima condotta: perchè sospetto ladro, beone, violento; e lo scellerato volle vendicarsi.

Sette ferite: per fortuna, non erano mortali. La principessa non si smarrì di coraggio, e si curò da sè. Non ostante il sangue sparso, ella (chi lo crederebbe?) si fece cavar sangue e coprir di mignatte.... Una delle ferite alla schiena, verso la nuca, la obbligò a tenere, per tutto il resto de' suoi giorni, chinato il capo. Le altre ferite all'addome rimarginarono presto; non così una al petto, che, da allora, la fece respirare con fatica affannosa. Ma a poco a poco ella si riebbe, e tornò ai lavori da' quali traeva la vita; poichè il suo podere asiatico nulla le produceva, e la povertà molte privazioni le faceva soffrire.... Si vide, allora, la ricchissima gentildonna dei bei giorni ricorrere anche ai sussidii dell'ago per vivere colla figliuola in pace. Colla figlia Maria eseguiva fini ricami, che poi vendeva ai mercanti di Costantinopoli. Per trarre altri guadagni, scrisse molti articoli sui giornali, sulle riviste inglesi e francesi: francesi di Parigi; inglesi di Londra e di Nova-York. Narrava impressioni di viaggi; componeva novelle; ricordava la rivoluzione, le sventure, le speranze d'Italia. Oltre i Souvenirs dans l'exil, inviati nel settembre e ottobre del 1850 al National di Parigi (e che vennero poi raccolti a Parigi dal librajo Prost in un opuscolo di cinque fogli, oggi introvabile), Cristina scrisse sulla Revue des Deux Mondes tutti questi lavori:

La vie intime et la vie nomade en Orient, che comprende: