Nel 1853, la principessa Belgiojoso ritornò dall'Asia, sbarcò a Marsiglia, e andò direttamente nel castello di Saliès presso la piccola città d'Alby, sul Tarn, famosa nella storia per il concilio tenutosi allo scopo di estirpare gli Albigesi dalla Francia.

La bellezza di Cristina appariva offuscata dagli anni e dalle fatiche della rivoluzione, dei viaggi: il suo corpo s'inchinava omai come un salice.

Ella era accompagnata dalla figlia Maria, dalla governante di questa, miss Parker, e da un servo turco. Miss Parker era una inglese, alta, grossa, dalla faccia color del rame, sparsa di bitorzoli, e illuminata a stento da due piccoli occhi: brutta creatura, ma devota alla sua signora e alla giovinetta affidata alle sue cure. Il servo turco, Bodòz (Giovanni) battezzato per volere della padrona, si pavoneggiava col suo fez, il cui rosso sanguigno facea risaltare la tinta olivastra del volto baffuto. Vi era un altro servo, Issep, anch'esso turco, anch'esso battezzato. La principessa recava seco un bel cavallo arabo, quattro grossi cani asiatici, che mordevano ferocemente i cani europei in omaggio alla fratellanza dei popoli; e due gatti d'Angora, dalle code fenomenali, come gli strascichi di due comete. E questa carovana di signore, di servi, di bestie asiatiche, comparve d'improvviso nel castello di Saliès. Il castello sorge su una silenziosa eminenza del terreno ondulato, fra colline basse, nude, rossastre, fra viti esili, nane. Niente acque, nessun fiore. E in quel castello, addormentato nella sua antica pace feudale, viveva la sorellastra di Cristina, la dolce Teresa Visconti d'Aragona, che la principessa avea fatta sposare a un gentiluomo francese: al marchese Carlo d'Aragon.

Il castello di Saliès era un angolo perduto nel mondo; un lungo edificio grigio. Nell'interno, una vastissima biblioteca, tappeti, tavole, specchi.... tutto dovizioso ed elegante. Su una parete del salotto, al posto d'onore, un ritratto di Luigi XVIII, del quale il vecchio marchese d'Aragon, pari di Francia (morto nel 1848) era stato uno dei favoriti. Il fiero vegliardo, un gentiluomo de la vieille roche, aveva sposato la figlia del principe Carlo di Nassau-Siegen. Intorno al castello, un parco, e, al di là, un orizzonte melanconico e deserto. In una rustica chiesetta vicina, il parroco predicava, la domenica e tutte le altre feste comandate, ai contadini nel linguaggio a loro famigliare; e ripeteva da anni e anni sempre le stesse cose colle stesse parole: perciò è sperabile che, alla fine, quella povera gente lo abbia capito.


La marchesa Teresa era lo spirito rassegnato e silenzioso del sacrificio; era la bontà angelica fatta persona. Sommessa alla imperiosa sorella Cristina, ne aveva accettati con mesto sorriso, forse con lacrime, tutt'i voleri. Nata in Italia, sospirava dal cinereo Saliès alla luce d'Italia sua. A un libro di memorie segrete, che hanno un profumo di viole morte, ella affidò queste parole: “Io amo la mia Italia: subisco il suo incanto. Io amo gl'italiani, la mitezza dei loro costumi, il loro istinto squisito, la loro semplicità nei rapporti. Io assaporo con delizia l'elemento artistico infuso dappertutto in Italia. Ascolto della musica, vedo dei quadri, dei monumenti, che m'interessano, che mi parlano all'anima. In Francia, questa specie di gaudii non è, come in Italia, alla portata di tutti.„

La bellezza sua non risplendeva nel volto dai finissimi, dolci lineamenti, espressione dell'alta squisitezza del suo animo e della bontà; risplendeva nell'anima. Era un'anima. Ed ella si effondeva negli ardori della preghiera e nella musica, che aveva imparata dal Listz a Parigi. E, a proposito di Parigi e della sorella Cristina, ella lasciò nelle sue memorie queste linee biografiche tutte candore e umiltà:

“Io ho amato mia sorella Cristina. Quand'io ero fanciulla, ella mi abbagliava colla sua intelligenza; e io mi credeva trasportata in un mondo incantato, quand'ella, più anziana di quattordici anni di me (io ne avevo sette), mi permetteva di passare una giornata nel suo appartamento a guardare le incisioni e ad imparare il francese. Mia sorella lasciò l'Italia poco tempo dopo il suo matrimonio, e io, per lo spazio di più anni, non la vidi più. Nel 1836, la ritrovai a Parigi nella sua attraente palazzina di via d'Anjou, circondata d'uomini illustri e ricevendo molte persone. Ella volle tenermi presso di sè, e decise mia madre e me a contrarre un matrimonio in Francia. Io mi sposai, infatti, il 15 ottobre 1837 (festa della Santa del mio nome); ma mia madre, ahimè! non era con me. Io aveva avuto il dolore di perderla due mesi avanti.„

Della nobiltà, ella (al rovescio d'altre signore del gran mondo) concepiva un'idea elevata:

“Indietro, o vanità! Lontano da noi questa sciocca e odiosa alterigia che ci fa guardare con disprezzo persone che noi non consideriamo come nostri eguali, laddove ci sono forse superiori per molti meriti; ma alimentiamo pure legittima fierezza di ciò che potè avere e di buono e di glorioso il passato della nostra famiglia e insegniamo con quello ai nostri figli, dicendo loro: Noblesse oblige! Io non amo che uno stemma sia preso soltanto per una decorazione artistica d'effetto grazioso, come un ciondolo d'una collana.„