Il marchese Alessandro Carlo d'Aragon, figlio di Teresa, era un amabilissimo gentiluomo di lettere: era un patriota e un credente; un diplomatico squisito. Militò nel battaglione d'artiglieria della scuola politecnica di Parigi fra gli orrori dell'assedio e delle lotte civili. Seguì all'ambasciata di Londra il duca di Decazes, poi ministro degli affari esteri. Ed egli sarebbe divenuto ministro se la monarchia fosse stata instaurata come molti tentavano in Francia: ma il Bismarck sopratutti, il vendicativo Bismarck, volle assolutamente che non la monarchia, bensì la repubblica risorgesse nella Francia prostrata, poichè il cancelliere di ferro, di fuoco e di veleno, sperava che la repubblica avrebbe finito col lacerare ancor più il seno della sorella latina: i vecchi diplomatici di quel momento storico conoscono meglio di tutti la verità di queste parole.
Il marchese A. Carlo d'Aragon si consacrò agli studii storici, cibo dei forti, e scrisse un largo, accurato studio, dalle linee signorili, su un suo antenato, paladino del secolo XVIII: Le prince Charles de Nassau-Siegen; d'après sa correspondance originale inédite de 1784 à 1789; corrispondenza che l'autore trovò negli archivii domestici.[137] Fra i capitoli, che ci conducono in un mondo scomparso, va segnalato quello su una elezione in Polonia, nel 1786; vi figura in luce il principe Czartorisky, del cui discendente rivoluzionario fu toccato nel capitolo XV di questo libro. Il marchese d'Aragon era uno dei quaranta mainteneurs dei Jeux floraux di Tolosa; la città aristocratica, che conserva le tradizioni genialissime della “gaja scienza„ del Medio-evo con una gara di poeti; raggio di lucente, graziosa idealità, che sì conserva in questa Europa di cupe e sorde battaglie. Il marchese d'Aragon (che mori nel castello di Saliès, e di lui, nell'Accademia dei Jeux floraux, pronunciò un bell'elogio il conte Gardés)[138] era, più che nipote, affettuoso amico della principessa Cristina. Quante notti egli, paziente, su uno sgabello, leggeva libri francesi a Cristina, mentr'ella, colla camera illuminata come una sala da ballo, stava a letto, cinta il capo d'un candido turbante.... Talvolta, in quelle lunghe notti, era la principessa colei che sosteneva la parte di lettrice. Ella leggeva le poesie meneghine di Carlo Porta, del cui spirito comico era convinta ammiratrice; e le spiegava in francese ad Alessandro Carlo d'Aragon.
Un particolare curioso: Negli Archivii segreti della Presidenza del Regno Lombardo-Veneto a Milano, si conserva tutta una serie di lettere (intercettate arbitrariamente dalla polizia) sul matrimonio del marchese d'Aragon colla sorellastra della patriota Cristina Belgiojoso.[139] Quali segreti di Stato immaginava mai l'Austria in quell'unione?... Sono precisamente le lettere intime sulla dote e su altri particolari, che la madre della sposa scriveva alla vigilia delle nozze.
Nel solitario castello di Saliès, la principessa si sentiva tranquilla. Lo spettacolo d'un grande sacrificio risuscita i nostri migliori sentimenti e li affina in una quieta contemplazione. E tale era il caso della principessa verso Teresa.... Ma gravi dolori assalirono ben presto l'animo della Belgiojoso; la quale dovette tornare a Parigi per mettere ordine in certi scompigliati documenti ivi lasciati.
A Parigi, trovò Luigi Napoleone sul trono imperiale, stretto in amicizia tenacissima col conte Francesco Arese, il patrizio lombardo, ferreo carattere, invitto nell'amore della patria che assai gli deve. L'Arese avea conosciuto Luigi Napoleone nelle adunanze dei carbonari in Romagna e nella sollevazione di quelle provincie nel 1831. I due amici si ritrovarono poi sul lago di Costanza nel castello di Arenenberg, che la regina Ortensia aveva acquistato e che, più tardi, fu comperato dall'imperatrice Eugenia. Ortensia pregò l'Arese di raggiungere il figlio Luigi Napoleone in America; e colà entrambi vissero in un'intimità, che non ebbe ombra nè si smentì mai, e della quale l'Arese si valse, a suo tempo, perchè Napoleone III ajutasse l'Italia a risorgere.
Napoleone III, non ostante il sanguinoso colpo di Stato del 2 dicembre (al quale venne deciso dalla risolutezza del conte de Morny); non ostante le saette dei Châtiments di Vittor Hugo, godeva d'una bella popolarità fra le donne francesi, attratte da quell'aureola romantica che circondava il capo dell'avventuroso Napoleonide; furono le donne coloro che persuasero i mariti a votare per lui! Molti sapevano, peraltro, che i diritti al trono accampati da Napoleone III erano dubbii. Infatti, egli era bensì figlio d'Ortensia, ma non del buon re Luigi d'Olanda. Era nato dall'ammiraglio olandese Carlo Enrico Verhuel. Così, il conte de Morny era figlio di Ortensia e del conte de Flahaut, soldato e diplomatico. La posizione del Morny fu poi legalmente regolata, perch'egli venne adottato da un Demorny; cognome che il conte de Morny scisse in due per accentuare la propria aria aristocratica. La madre Ortensia gli lasciò un patrimonio di quaranta mila franchi di rendita; fortuna che il de Morny s'affrettò ad aumentare mercè la sua politica, condotta sopratutto per bramosia di lucro, e mercè una fabbrica di zucchero di barbabietole. È notissimo, d'altra parte, che il conte Walesky, ministro degli affari esteri sotto Napoleone III, doveva la vita a Napoleone I e a una bella signora polacca di quel nome. Tante irregolarità d'origini contribuiva a permettere quella rilassatezza di costumi, la quale riempì la reggia francese delle famose e licenziose cocodettes: le cocodettes danzatrici di cancan al cospetto dell'imperatore, che con flemma olandese vedeva levarsi le loro scarpette di raso bianco ad altezze inverosimili ma, pur troppo, vere![140]
Il fuggiasco falso muratore del castello d'Ham l'aveva adunque spuntata, salendo al soglio dello zio! Colui, che l'arcivescovo di Spoleto, Giovanni Maria Mastai Ferretti (poi Pio IX) avea fatto fuggire di nascosto, nel 1831, perchè non cadesse nelle mani dell'Austria e che poscia, travestito da servitore, riparò a Genova.... era dunque a capo della Francia! E la principessa Belgiojoso ne esultava, nella fiducia che il sovrano avrebbe mantenuta la promessa datale a Londra: la promessa solenne di pensare all'Italia dopo d'aver pensato alla Francia.
Ella rivide a Parigi alcuni vecchi amici; ma non pochi erano scomparsi nel turbine della rivoluzione. Vittor Hugo in esilio; Francesco Chopin morto; Enrico Heine senza protettori ufficiali e più che mai infermo di spinite, tormentato dalle grida d'una selvatica moglie (Matilde) e dalle strida del pappagallo di costei; ma consolato da una gentile lettrice, Camilla Selden; la quale ammirava anche assai la principessa Belgiojoso e andava a trovarla, esibendole i proprii ufficii.
La moglie di Enrico Heine era gelosissima delle signore, che compivano una vera opera di misericordia nel visitare il poeta; ma specialmente di Camilla Selden, graziosa e snella, dagli occhi cilestri, maliziosi, dai riccioli castani che le scherzavano intorno alla fronte, e dal nasino corto colla punta in su. Francese per soggiorno e per le disgraziate nozze contratte, ma tedesca di nascita, Camilla Selden avea la disinvoltura d'una parigina e il sentimento d'una tedesca. Enrico Heine le die' subito un soprannome, Mouche, in causa d'una mosca, che avea vista incisa nel sigillo di lei. Un dolce affetto inteneriva il cuore del morente nel vedere ogni giorno quella fata buona appressarsi al suo letto dove era inchiodato. Camilla leggeva al poeta libri e giornali; e Matilde n'era furiosa. Mouche sopportava gli sgarbi e i dispetti, e, dopo un freddo buon giorno, non le rivolgeva più la parola, fingendo di non curarsi di lei.[141]