La storia di Camilla Selden faceva orrore anche a Cristina Belgiojoso. Maritata a un francese, questi le divorò tutta la fortuna, e, peggio, pensò di disfarsi di lei nel modo più scellerato. Col pretesto che la conduceva a visitare alcuni amici, la portò un giorno in un villino incantevole in Inghilterra: la lasciò in quel giardino, e disparve. L'infelice signora, rimasta sola, guardò in giro, e s'accorse che si trovava in un manicomio!... Lo spavento della poveretta fu tale che le restò la lingua paralizzata: per lungo tempo non potè pronunciare una sola parola. I medici del manicomio, accorgendosi che non si trattava d'una demente, e che il marito avea loro presentato certificati medici falsi sui supposti delirii della poveretta, la lasciarono andar via libera. Camilla Seiden ritornò allora a Parigi, in miseria. Riacquistò a poco a poco la favella, e, per guadagnarsi un pane, dovette dar lezioni di tedesco. E, così, leggeva in tedesco a Enrico Heine; il quale riudiva alla fine sulle care labbra gli accenti della patria flagellata, schernita, vituperata da lui, ma non del tutto cancellata dal suo cuore.
Camilla compose un volume di deliziosi Portraits de femmes. Fra essi, brilla il capitolo “Une patriote italienne„, caldo di simpatia per gl'italiani, de' quali la leggiadra profilista narra tratti sublimi del tutto ignorati. Quella “patriota italiana„ non è, peraltro, la Belgiojoso, come fu scritto: è la graziosissima marchesa Tanari, madre della contessa Malvezzi, che a Bologna tenne un salotto d'uomini illustri. Camilla Selden è autrice d'un altro bel volume, L'esprit des femmes de notre temps, apparso alla luce nel 1865 a Parigi. Sono altri ritratti di donne celebri, che la Belgiojoso, così lenta ad ammirare, ammirava.
Nel 6 febbrajo del 1853, era scoppiato a Milano, e finito in brev'ora nel sangue, un miserando tentativo d'insurrezione contro il dominio austriaco; ultimo tentativo, ultimo errore di Giuseppe Mazzini; il quale, nel suo eterno sogno di poeta assorto, avea sperato nella rinnovazione dei miracoli delle Cinque Giornate, non pensando che i miracoli non si possono ottenere quando si vuole. L'Austria, inferocita, eresse i patiboli, gettò Milano nel terrore, in uno squallore di morte; e sequestrò allora tutt'i beni dei profughi; sequestrò quindi di nuovo la fortuna della Belgiojoso. La principessa della Rocca, nata Embden, nei Ricordi della vita intima di Enrico Heine, rammentati altrove in questo libro, afferma che il celebre poeta, suo zio, tanto s'adoperò presso i potenti a favore di Cristina Belgiojoso che l'Austria le tolse alla fine il sequestro, e scrive di lui: “Ses démarches n'eurent, d'abord, aucun résultat; mais il y mit tant d'insistance, que son amitié finit par l'emporter: la princesse put enfin, après deux ans, revoir sa chère Italie et rentrer dans la possession de ses biens.„ — Ciò non è vero. Il sequestro fu tolto, ma non per l'intercessione di Enrico Heine; fu tolto, insieme con tutti gli altri sequestri di beni, quando al gabinetto di Vienna parve prudente abbandonare alla fine la politica dei rancori, delle vendette, per una politica di conciliazione. Le fortune dei profughi lombardi vennero sequestrate col proclama del 18 febbrajo 1853: i sequestri furono levati il 2 dicembre del 1856, quando Enrico Heine era sepolto da ben dieci mesi: il poeta morì infatti a Parigi nel 17 febbrajo di quell'anno.
Stanca della vita turbinosa, la principessa aspirava alla pace della famiglia. Il suo affetto di madre primeggiava ormai sugli entusiasmi patriottici; e ad esso sacrificava le compiacenze tutte della vita mondana. Al fratellastro, marchese Alberto Visconti d'Aragona, ella scriveva con un accento che le usciva dal cuore:
“Quando si hanno dispiaceri grossi come i miei, si sente un gran bisogno di stare attaccati alle affezioni della infanzia, che sono le più fidate di tutte, e i legami del sangue, che non si possono rompere in nessun modo, sembrano il più sicuro appoggio. Felice poi chi trova riuniti nei parenti e gli amici e le anime diritte, e i cuori sinceri e affettuosi. Vi sono dei momenti, nei quali penso ad Oleggio Castello come ad un porto ben riparato dalle tempeste.„
E ad Oleggio Castello, terra viscontea, dove il marchese Alberto teneva una villa dal bel giardino, ella fece (e come volentieri!) ritorno. Da quanti anni ella non vedeva il Lago Maggiore, il grandioso lago lombardo che, nei giorni d'azzurro e di sole, spiega così festoso sorriso! Da quanto tempo ella non saliva dal Lago Maggiore su su nella piccola, ridente Oleggio Castello, per quella via alpestre, oggi diventata via regale, in mezzo ai clivi pampinosi, in un continuo svolgersi di panorami radianti!... Ed ecco, alla fine, la villa, dove fanciulla sfogliava avida i libri della biblioteca, dove guardava le antiche incisioni appese alla parete e i ritratti anneriti degli antenati, guerrieri, magistrati, vescovi, monaci, usurpatori, oppressori, nati al comando e alla potenza, e le arcavole dai volti pensosi, circondati da cuffie di trine che pajono diademi!... Su su, presso la chiesetta parrocchiale dal pronao snello elegante, si stende nella gran pace, nel silenzio solenne, un altipiano verde al sole come smeraldo e, giù, la vallata frondosa percorsa dalle argentee acque della Vèvera che sembra raccontare garrule, interminabili leggende, come una vecchietta insonne che vuol divertire i nipotini; e, in fondo, le prealpi ondulate, dalle tinte azzurrastre, tappezzate da lembi di verde-scuro sfumato; e, su quella altura, dominante la catena delle Alpi, e, sovrano, gigantesco col suo mantello eterno di nevi, il Monte Rosa, che all'aurora s'invermiglia come un'enorme rosa fiammante e al tramonto si profila austero come un monumento misterioso sull'incendio del cielo — del cielo glorioso di nuvole d'oro e di viola, mentre la campana della pieve saluta timidamente, come umile creatura, tanta maestà di fulgori e di penombre e d'ombre, che rapide invadono l'ampia vallea, e le montagne, e la prateria, l'immenso.
La principessa, ritornando a Oleggio Castello, ristava sulla spianata davanti al Monte Rosa; e cercava i noti sentieri, e riviveva l'infanzia, ormai lontana; la riviveva dopo tante vicende con un senso profondo, quasi religioso, di pace, osservando quegli alberi annosi, quei sedili di pietra, quella chiesetta, tutte le minime cose, che assumono, in quei momenti dell'anima, un linguaggio sì mestamente poetico, e caro anche se è doloroso.
E la principessa saliva co' suoi congiunti, su su, per una via mulattiera, fra montagne, al castello di Massìno, culla dei Visconti: un castello a torri quadrate, dal cortile coi muri coperti d'edera errante: le sale ampie, col ritratto di Giovanni Maria Visconti, dal mento rotondo e forte, — tipo neroniano, — col ritratto di Francesco Maria Visconti.... Nella scura chiesetta vicina, tre tombe viscontee.... Tutto insieme, un vero nido di falchi; e i falchi viscontei un dì piombarono audaci sul Lago Maggiore e tutt'intorno, e regnarono temuti su Milano. Da quelle aspre torri minacciose, lo sguardo spazia in un dolce spettacolo infinito di acque, di luce, di alture, di coltivazioni ridenti. Si vede stendersi, a' piedi, il Lago Maggiore come uno specchio, e poi altri laghi, e paeselli, e ville, che punteggiano le praterie verdeggianti e i colli d'opale lontani.