Uno de' pensieri che Parigi ci ridesta nell'animo è il pensier della vita che gli esuli italiani conducevano nella turbinosa metropoli durante i tristi giorni del servaggio della patria. Napoleone III trasformò in gran parte Parigi; e la vecchia città continua a cadere sotto il martello in un nembo di polvere, simbolo della fine di tante cose.

Ho voluto vederle, alcune delle antiche vie dello studentesco Quartier Latino, e anco le orribili vie e le orribili stamberghe di Parigi, dove tanto fiore d'esuli italiani visse un dì nella miseria aspettando la luce della libertà alla patria lontana. Il martello demolitore non l'ha ancor distrutta la rue Quincampoix, presso il boulevard Sébastopol, nè la lunga, angusta, tenebrosa, sozza rue de Venise, oltraggiosa profanazione della città più artistica del mondo!... È quella la Parigi del medio evo: un dedalo fetente di vie tortuose soffocate dalle alte case ventrute, livide, stillanti bava verdastra. Sopra strette porte, pende qualche vecchio cartello affumicato di locande, nelle quali l'ospite deve pagare notte per notte; e magri cani spelati in cerca di qualche osso nelle immondizie delle vie, si confondono, la sera, colle squallide larve di vecchie Veneri non meno affamate.

E la rue Beaubourg? La rue Brise-Miche?... Altre misere vie. E penso ai profughi che dimoravano nei tristi silenzii della rue Pierre-au-Lard; strani, sepolcrali silenzii in mezzo ai fragori della metropoli.

Fu in uno di questi abbaini che morì d'inedia l'editore Nicolò Bettoni di Brescia; egli che avea sognate principesche grandezze, e avea donato alla patria libri di squisita letteratura. Passò forse qui Piero Maroncelli. Ci par di vederlo passar lento, affaticato, colla sua gamba di legno, in luogo di quella che il chirurgo dello Spielberg gli tagliò, perchè incancrenita nell'umidità della carcere e fra le catene; ed egli, il delicatissimo carbonaro, subito dopo l'amputazione (e stillante ancor sangue), tolse da un bicchiere una rosa, e l'offerse quale compenso al suo operatore.... Passarono forse per queste vie Nicolò Tommaseo, Terenzio Mamiani, Guglielmo Pepe, Michele Amari, Carlo Pepoli, Vincenzo Gioberti, Giuseppe Sirtori, e quanti altri mai, in lotta silente e dignitosa colla fortuna, in pace colla coscienza.... Perchè più non li vedevano nelle carceri e fra le catene, i Faraoni del diritto divino credevano che i liberali fossero omai povere pietre cadute per sempre nel fondo di aridi pozzi; e non s'accorgevano che quei perseguitati, quegli esuli preparavano in paese straniero la libertà del loro paese natìo, creavano un'Italia fuori dell'Italia.

L'unità d'Italia fu preparata all'estero dagli esuli, che ad essa conciliavano le simpatie riluttanti degli stranieri. A Parigi, gli esuli italiani (al rovescio dei polacchi) vivevano concordi ed anche allegri. Eran giovani, pieni di speranze, di brio: ridevano persino della propria miseria. Alcuni non sentivano neppure il freddo; perchè esso entrava pei buchi delle scarpe e usciva subito pei buchi del cappello.... I più poveri ricevevano una piccola sovvenzione dal Governo francese (un franco); ma i più sdegnosi, come il Mamiani, la rifiutavano, accontentandosi degli ajuti delle loro famiglie lontane o del frutto del proprio lavoro. Gli esuli lavoravano tutto il giorno, studiavano, scrivevano, e davan lezioni, correndo l'immensa metropoli per chilometri, sotto il sole cocente, sotto la pioggia scrosciante, nella neve, in quella città dalle enormi distanze. E alla sera (tranne il Mamiani e qualche altro di abitudini solitarie, che si recavano a mangiare un po' di minestra fuori di Parigi), desinavano tutt'insieme presso un trattore italiano, certo Paolo, nella rue Le Peletier presso l'Opéra: avevano là, una sala riservata a loro soli, bassa da soffocarvi, in un mezzanino, a prezzi minimi.... e con minime pietanze, e acqua di pozzo quando non era acqua della Senna. Ma l'allegria non valeva il più spumante champagne?... Le evocazioni, gli augurii, gli evviva patriotici, nutrivano più dei pasticci. Talvolta compariva il principe Emilio Belgiojoso, che aveva piantate anch'esso le sue tende a Parigi, e allora la gajezza balzava alle note più acute. Il bellissimo compatriota, biondo, dagli occhi azzurri, quando riceveva denari dalla famiglia di Milano, ne facea subito parte coi compagni d'esilio, rallegrando un po' la loro mensa di qualche bottiglia dal collo argenteo. Egli usava astuzie delicate per far portare dal cuoco qualche pietanza gustosa, alla quale (come a illustre straniera!) gli esuli prodigavano allora le più entusiastiche accoglienze, saltando e ballando per la sala simili a bambini in maschera. Una sera, il principe si rivolge ad uno degli emigrati, a un certo Gregorio:

— Gregorio, voi volete parlare sempre francese, e dite parole che non esistono. Per esempio: roussi! Non esiste.

— Come non esiste?

— Non esiste. Scommettiamo!

— Che cosa?

— Quel bel pasticcio, che ho visto giù in cucina.