Non temiate mai di non essere coerenti in una varietà qualsiasi di azioni: perchè le azioni siano armoniche, per quanto dissimili possano sembrare, basta che ognuna di esse sia naturale e onesta nel suo momento. Queste varietà svaniscono quando sono vedute anche ad una piccola distanza, o ad una piccola altezza di pensiero; una sola tendenza le unisce tutte. Il viaggio del miglior bastimento è una linea a zigzag, composta di centinaia di rotte; ma questo non è che un criticismo microscopico: guardate invece la linea in distanza sufficiente e vedrete la sua tendenza a diventare una linea retta. La vostra azione genuina esplicherà se stessa e spiegherà le altre vostre azioni genuine. La vostra conformità non ispiega nulla; agite separatamente e ciò che voi avete di già fatto separatamente, vi giustificherà ora. La grandezza s’appella sempre al futuro. Se io posso essere grande abbastanza per agire rettamente e per disprezzare gli sguardi altrui, io devo aver operato prima, tanto rettamente da potermi difendere oggi. Avvenga quel che vuole, conducetevi rettamente ora. Sprezzate sempre le apparenze, e sempre voi lo potrete. La forza del carattere è cumulativa; tutti i virtuosi giorni passati contribuiscono, con il loro vigore, a questo giorno. Che cosa è che forma la maestà degli eroi, del senato e dei campi di battaglia, che così riempie la nostra immaginazione? La consapevolezza di un séguito di grandi giorni e di grandi vittorie. Questi rimangono e versano la loro luce compatta sull’attore che si avanza. Egli è seguito come da una scorta d’angeli, visibili all’occhio di ciascun uomo. Ecco ciò che forma il tuono della volontà di Chatham, la dignità nel portamento di Washington e l’America nell’occhio di Adams. L’onore è venerabile per noi, perchè non è una cosa effimera, ma sempre un’antica virtù. Noi lo adoriamo oggi, perchè esso non è dell’oggi. Noi lo amiamo e veneriamo perchè esso non è un agguato per il nostro amore e il nostro omaggio, ma è indipendente, autogeno, e pertanto di antico ed immacolato lignaggio, anche se si palesa in una giovine persona.

Io spero che noi avremo udito in questi giorni, per l’ultima volta, parlar di conformità e di coerenza. Lasciamo queste parole per l’avvenire in preda ai giornali e al ridicolo. Invece del gong per il pranzo, udiamo uno zufolo dal flauto spartano. Non inchiniamoci più e non facciamo scuse, mai più. Un grande uomo viene a pranzo, a casa mia: io non desidero di piacergli: io desidero ch’egli desideri di piacermi. Io rimarrò, per benignità; e benchè io voglia far cosa gentile, io vorrei sopratutto far cosa vera. Affrontiamo e reprimiamo la morbida mediocrità, e lo squallido accontentarsi dei tempi, e gettiamo in viso al costume, alle occupazioni e al potere, ciò che è il risultato di tutta la storia: che v’è un grande pensatore ed un attore responsabile, che si muove ovunque s’agita un uomo; che un vero uomo appartiene a nessun tempo o luogo, ma è il centro delle cose. Dove egli è, è la natura. Egli misura voi e tutti gli uomini, e tutti gli eventi. Voi siete obbligato ad accettare la sua bandiera. Comunemente, nella società ogni persona ci ricorda qualche cosa altro o qualcun altro. Il carattere, invece, vi ricorda null’altro: Esso prende il posto dell’intiera creazione. L’uomo dev’essere tanto grande, da rendere tutte le circostanze indifferenti, — mettere tutti i mezzi nell’ombra. Questo sono e ciò fanno i grandi uomini. Ogni vero uomo è una causa, un paese, ed un’età; egli richiede infiniti spazi ed innumerevoli anni, per attuare pienamente il suo pensiero — e la posterità pare che ne segua i passi come una processione. Un uomo, Cesare, nasce, e per molti secoli dopo, noi abbiamo un impero romano. Cristo nasce e milioni di menti, in tal modo, crescono e si legano al suo genio, ch’egli è confuso con la virtù e la possibilità d’esser uomo. Un’istituzione non è che l’ombra allungata d’un solo uomo; così è della riforma di Lutero; del Quakerismo di Fox; del metodismo di Wesley; dell’abolizione di Clarkson. Milton chiamò Scipione il «culmine di Roma» e tutta la storia si risolve molto facilmente nella biografia di poche persone impetuose e forti.

L’uomo conosca adunque il suo valore e tenga le cose sotto i piedi. Non spii e non rubi nel mondo che esiste per lui, non rasenti il muro come un trovatello, un bastardo od un intruso. Ma l’uomo non trovando lungo la strada alcun valore in se stesso, che corrisponda alla forza che costrusse una torre o che scolpì un Dio di marmo, si sente meschino nel contemplarli. Per lui un palazzo, una statua o un libro costoso hanno un aspetto straniero e minaccioso, molto simile a quello d’una sfarzosa vettura, e sembrano dirgli: «Chi siete voi, signore?» Eppure essi sono suoi, sono richiami alla sua attenzione, sono appelli alle sue facoltà, affinchè esse vengano fuori e ne prendano possesso. Il quadro attende un mio verdetto; esso però non mi comanda, ma io stabilisco i suoi diritti alla lode. La favola popolare di quel babbeo, che raccolto ubbriaco fradicio nella strada, e messo nel letto del duca, fu trattato al suo svegliarsi con la più ossequiosa reverenza, e fu fatto persuaso d’esser stato pazzo, deve la sua popolarità al fatto che esso bene simbolizza lo stato dell’uomo, che in questo mondo è una specie d’imbecille, il quale di tanto in tanto si scuote, esercita la sua ragione, e si sente vero principe.

Il nostro modo di leggere è da mendicante e da adulatore. Nella storia, la nostra imaginazione si ride di noi e ci rappresenta il falso. Regno e principato, potere e stato, sono dei nomi più grandiosi che i privati nomi di Giovanni ed Edoardo, in una piccola casa, in un comune giorno di lavoro: mentre le cose della vita sono uguali per entrambi e la somma totale di entrambi è la stessa. Perchè tutta questa deferenza verso Alfredo e Scanderberg e Gustavo? Supponiamo che essi siano stati virtuosi: hanno forse essi esaurita la virtù? Quando i semplici uomini agiranno con dei grandi ideali, la fama si trasferirà dalle azioni dei re a quelle dei privati.

Il mondo è stato invero istrutto dai suoi re, che hanno così magnetizzato gli occhi delle nazioni. Da questo simbolo colossale fu appresa la mutua riverenza dovuta da uomo a uomo. La lieta costanza, colla quale gli uomini hanno ovunque permesso al re, al nobile o al grande proprietario, di stabilire una propria legge; di stabilire una propria gerarchia di uomini e di cose, annullando la loro; di compensare i benefizi non con denaro ma con onori; di rappresentarne la legge nella propria persona, — fu il geroglifico, per mezzo del quale essi oscuramente significarono la coscienza del proprio diritto, e della propria grandezza, che sono i diritti di ogni uomo.

Il magnetismo, che ogni azione originale esercita, si spiega quando noi cerchiamo la ragione dell’auto-fiducia. Chi è il mallevadore? Qual è l’io aborigeno, sul quale una fiducia universale può essere fondata? Quale è la natura ed il potere di quella stella eludente la scienza, senza paralasse, senza elementi di calcolo, che illumina d’un raggio di bellezza le stesse azioni triviali ed impure, quando il più piccolo segno d’indipendenza appare? Questa ricerca ci conduce a quella sorgente che è allo stesso tempo l’essenza del genio, l’essenza della virtù, e l’essenza della vita, e che noi denominiamo Spontaneità o Istinto. Noi indichiamo questa sapienza primitiva col nome di intuizione, mentre ogni ulteriore conoscenza è insegnamento. Tutte le cose trovano la loro comune origine in quella forza profonda, in quell’ultimo fatto, al di là del quale l’analisi non può andare. Poichè, il senso dell’essere, che nelle ore calme s’innalza, non sappiamo come, nell’anima, non differisce dalle cose, dallo spazio, dalla luce, dal tempo, dall’uomo; anzi è una sola cosa con essi e procede chiaramente dalla stessa sorgente, donde deriva la loro vita ed il loro essere. Noi dapprima facciamo parte della stessa vita, per la quale le cose esistono, e dopo osservando queste come semplici aspetti della natura ci dimentichiamo d’aver partecipato della medesima causa.

Ecco la fonte dell’azione e del pensiero: ecco il soffio di quella ispirazione che dà all’uomo la sapienza, di quella ispirazione che non può essere negata senza empietà ed ateismo. Noi stiamo nel grembo di un’infinita intelligenza, che fa di noi gli organi della sua attività ed i custodi della sua verità. Quando discerniamo la giustizia, quando discerniamo la verità, noi nulla facciamo non da noi stessi, ma apriamo un passaggio ai suoi raggi. Se noi domandiamo donde questo procede, se noi cerchiamo d’indagare nell’anima quelle cause, tutta la metafisica e tutta la filosofia cade in errore. Tutto ciò che noi possiamo affermare è la sua presenza o la sua assenza. Ogni uomo distingue esattamente gli atti volontari della sua mente dalle sue percezioni involontarie, e sa che un profondo rispetto è ad esse dovuto. Egli può errare nell’espressione di esse, ma egli sa che non possono essere discusse, che sono così, come il giorno e la notte. Le mie azioni volontarie e le mie cognizioni acquisite sono cose vaghe; invece il più triviale sogno, la più debole emozione, sono familiari e divini. Gli uomini spensierati contraddicono facilmente le percezioni come le opinioni, anzi molto più facilmente, in quanto che essi non distinguono fra percezione e nozione. Essi immaginano ch’io scelga, per vederla, questa o quella cosa. Ma la percezione non è capricciosa, ma fatale. Se io vedo un lineamento, il mio bambino lo vedrà dopo di me e col tempo lo vedrà anche tutto il genere umano, sebbene possa avvenire che nessuno l’abbia visto prima di me; poichè la mia percezione di esso, è un fatto così esistente come il sole.

Le relazioni dell’anima con lo spirito divino sono così pure che è cosa profana il cercare di interporvi aiuti. Se Dio parlasse non ci comunicherebbe una sola cosa, ma tutte le cose; riempirebbe il mondo con la sua voce; farebbe scaturire la luce, la natura, il tempo, l’anima, dal centro del pensiero presente e ricreerebbe e rinnoverebbe il tutto. Ogni qualvolta una mente semplice riceve una sapienza divina, le vecchie cose fuggono; i metodi, i docenti, i testi, i templi cadono; essa vive nell’oggi ed assorbe il passato ed il futuro nell’ora presente. Tutte le cose sono fatte sacre per la loro relazione con essa, — le une tanto come le altre. Tutte le cose sono disciolte al loro centro dalla loro causa e nell’universale miracolo i miracoli particolari scompaiono. Questo così è, e dev’essere. Pertanto se un uomo pretende di conoscere e di parlar di Dio, e vi riconduce alla fraseologia di qualche vecchia nazione, sepolta in un’altra contrada, in un altro mondo, non credetelo. È la ghianda migliore della quercia in tutta la sua pienezza e in tutto il suo sviluppo? È il genitore migliore del figlio, nel quale egli ha trasmesso la maturità del suo essere? Donde allora questa adorazione del passato? I secoli sono dei cospiratori contro la salute e la maestà dell’anima. Il tempo e lo spazio non sono che dei colori fisiologici per l’occhio; ma l’anima è luce; dov’essa è, v’è il giorno; dove essa era, c’è la notte; e la storia è un’impertinenza e un’ingiuria, se la si considera qualcosa più d’un piacevole apologo o d’una parabola del mio essere e del mio destino.

L’uomo è timido e implorante; egli non è più integro; egli non osa dire: «io penso» «io sono», ma cita qualche santo o qualche saggio. Egli è confuso di fronte al filo d’erba o alla rosa fiorente. Queste rose sotto la mia finestra non si richiamano ad altre rose passate o migliori: esse sono per ciò che esse sono; esse esistono con Dio, oggi; non v’è il tempo per esse; essa è semplicemente la rosa ed è perfetta in ogni momento della sua esistenza. Prima che un petalo del bocciolo si sia aperto, la sua intiera vita è in atto; nella corolla completamente sbocciata non v’è maggior vita che nella radice senza foglie. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa alla natura in ugual modo in tutti gli istanti. Ma l’uomo differisce o ricorda, egli non vive del presente, ma con gli occhi rivolti al passato compiange il passato, od incurante delle ricchezze che lo attorniano, si alza sulla punta dei piedi per prevedere il futuro. Egli non può essere felice e forte finchè egli pure non viva con la natura, nel presente al di sopra del tempo.

Questo dovrebbe essere chiaro abbastanza. Pure vedete quanti intelletti forti non osano ancora ascoltare Dio stesso, a meno che Egli non parli con la fraseologia di non so quale Davide, Geremia o Paolo. Noi non concederemo sempre così grande valore a pochi testi o a poche vite. Noi siamo come bambini, che ripetono a memoria le sentenze delle nonne e dei tutori; bambini, i quali cresciuti, ricordano faticosamente le parole dette dagli uomini di talento e di carattere, ch’essi ebbero la fortuna d’incontrare; finchè giunti al punto ove stavano coloro che pronunciarono quelle parole, essi le comprendono e volentieri le dimenticano, perchè in qualunque momento essi possono, quando l’occasione si presenti, usare parole altrettanto buone. Se noi viviamo sinceramente, noi vedremo sinceramente. È cosa facile per l’uomo forte essere forte, come lo è per il debole, essere debole. Quando noi abbiamo una nuova percezione noi saremo felici di scaricare la nostra memoria dei suoi accumulati tesori, come vecchia robaccia. Quando un uomo vive con Dio, la sua voce sarà così dolce come il mormorio del ruscello ed il sussurrio del frumento.