Ed ora finalmente rimane a dirvi su questo soggetto, la più alta verità; probabilmente essa non può esser detta, perchè tutto ciò che noi diciamo è il ricordo lontano dell’intuizione. Il pensiero col quale io posso più avvicinarmi per esprimerla è questo: quando il bene è vicino a voi, quando voi sentite la vita in voi stessi, ciò non avviene per un qualche modo conosciuto o prestabilito; voi non discernerete le traccie di un altro modo qualsiasi; voi non vedrete il viso dell’uomo; voi non udirete nessun nome; il modo, il pensiero, il bene saranno totalmente strani e nuovi. Esso escluderà ogni altro essere; voi percorrerete la via dall’uomo, non all’uomo. Tutte le persone che sono mai esistite, sono suoi ministri fuggitivi. Il timore e la speranza sono egualmente al di sotto di esso. Esso nulla domanda e vi è qualchecosa di basso nella speranza stessa. Noi siamo in visione e nulla v’è che noi possiamo chiamare gratitudine o propriamente gioia. L’anima innalzata al di sopra della passione contempla l’identità e la causa eterna, percepisce l’esistenza della verità e della giustizia e si tranquillizza, osservando che tutte le cose procedano a dovere. Gli immensi spazi della natura, l’Oceano Atlantico, il mare del Sud, i lunghi intervalli di tempo, gli anni, i secoli, sono senza importanza. Questo che io penso e sento, sostiene il primordiale stato di vita con le sue circostanze, come esso regge il mio presente, e reggerà sempre ogni circostanza e ciò che è chiamato vita e ciò che è chiamato morte. Solo il vivere vale qualche cosa, non l’aver vissuto. Il potere cessa nell’istante del riposo; esso sta nel momento di transazione da uno stato passato ad uno presente, nel momento del lancio — nel vortice, nel correre verso uno scopo. L’unico fatto che il mondo detesta, è che l’anima diventi; perchè ciò per sempre degrada il passato, volge tutte le ricchezze in povertà, ogni riputazione in vergogna, confonde il santo con il birbante, allontana parimenti Gesù e Giuda. Perchè noi allora parliamo di fiducia in se stesso? Fintantochè l’anima è presente non vi sarà potere confidente, ma agente. Parlare di fiducia è un miserevole tema di discorso. Parliamo piuttosto di colui che confida, perchè opera ed esiste. Colui che ha maggior animo di me mi guida, pur s’egli non alzasse un dito. Muovetelo ed io devo errare intorno a lui per la gravitazione degli spiriti; a mia volta io dominerò con la stessa facilità chi ha minor animo di me. Quando noi parliamo di virtù eminenti, noi le immaginiamo figure rettoriche. Noi non ci avvediamo ancora che la virtù è elevazione e che un uomo od un gruppo di uomini sensibili e sottomessi a questi principi debbono conquistare e reggere, per legge di natura, tutte le città, le nazioni, i re, gli uomini ricchi ed i poeti, che non lo sono. Questo è il fatto ultimo, al quale noi presto giungiamo con questo come con qualsiasi altro argomento: la risoluzione di tutto in un essere unico, eternamente benedetto. La virtù è il dominatore, il creatore, la sola realtà. Le cose sono reali per quel tanto di virtù ch’esse contengono. Il commercio, l’agricoltura, la caccia, la guerra, l’eloquenza, il valore personale, sono qualche cosa e reclamano il mio rispetto, come esempi della presenza e dell’attività impura dell’anima. Io vedo la stessa legge, operante in natura, per la conservazione e l’accrescimento. Il peso di un pianeta, l’albero che piegato dal vento si raddrizza, le risorse vitali d’ogni animale e d’ogni vegetale, sono dimostrazioni dell’anima che basta a se stessa e che per ciò confida in se stessa.
Così tutto si concentra e noi non andiamo vagando ma accostiamoci alla causa; meravigliamo le masse intruse d’uomini e di libri e di istituzioni, con una semplice dichiarazione del fatto divino. Comandiamo loro di togliersi le scarpe dai piedi, perchè Dio è qui con noi. La nostra semplicità li giudichi; e la nostra docilità nostra alla propria legge dimostri la povertà della natura e della fortuna all’infuori della nostra nativa ricchezza.
Ma ora noi siamo se non plebaglia. L’uomo non teme l’uomo, nè l’anima sente l’ammonimento di rinchiudersi in se stessa per mettersi in comunicazione con l’interno oceano, ma va peregrinando per mendicare una tazza d’acqua al pozzo degli altri uomini. Noi dobbiamo andar soli. L’isolamento precede una vera società. Io amo più il silenzio della chiesa prima delle funzioni, che qualsiasi sermone. Quanto lontane, e fredde e caste appaiono le persone limitate da un recinto o da un santuario. Rimaniamo sempre così. Perchè dobbiamo noi attribuirci i falli del nostro amico o della moglie o del padre o del figlio, perchè essi siedono attorno al nostro focolare o son detti aver lo stesso sangue? Tutti gli uomini hanno il mio sangue ed io ho quello di tutti gli uomini. Non perciò io adotterò la loro petulanza o la loro follìa, fino ad esserne vergognoso. Il vostro isolamento però non dev’essere meccanico, ma spirituale, vale a dire, dev’esser elevazione. Alle volte il mondo intiero sembra essere in cospirazione per importunarvi con delle inezie enfatiche. L’amico, il cliente, il bambino, la malattia, il timore, il bisogno, la carità, tutti battono insieme alla porta del mio gabinetto dicendo: «Vieni fuori con noi». Ma tu non spargere la tua anima, non discendere, tieni il tuo stato; rimani a casa nel tuo proprio cielo; non entrare, anche per un istante, nei loro fatti, nel loro tumulto di apparenze in conflitto, ma lancia la luce della tua legge sulla loro confusione. Il potere che gli uomini hanno di seccarmi io lo ritorno a loro con una debole curiosità. Nessun uomo può approssimarsi a me, se non attraverso i miei atti. «Noi non amiamo che ciò che abbiamo, ma col desiderio noi priviamo noi stessi dell’amore».
Se noi non possiamo ad un tratto innalzarci alla santità dell’obbedienza e della fede, resistiamo almeno alle nostre tentazioni; combattiamo e destiamo il coraggio e la costanza di Thor e di Woden nei nostri petti sassoni. Ciò può esser fatto nei nostri tempi sentimentali, dicendo la verità. Reprimiamo questa ospitalità menzognera e questo menzognero affetto. Non vivete più a lungo nell’aspettazione di questa gente ingannata ed ingannatrice, con la quale conversiamo. Dite ad essa: o padre, o madre, o moglie, o fratello, o amico, io vissi con voi finora seguendo le apparenze. D’ora in avanti io appartengo alla verità. Sappiate che d’ora in avanti io non più obbedirò altra legge che la legge eterna. Io non avrò degli alleati, ma dei vicini. Io tenterò di nutrire i miei genitori, di mantener la mia famiglia, di esser il casto marito di una sola sposa, ma queste relazioni io debbo compierle in un modo nuovo e senza precedenti. Io mi appello ai vostri costumi. Io devo essere io stesso. Io non posso maggiormente annullarmi per voi. Se voi potete amarmi per ciò che io sono, noi saremo tanto più felici. Se voi non lo potete, io ancora cercherò di meritare che voi lo possiate. Io devo essere io stesso; io però non nasconderò le mie tendenze e le mie avversioni. Io confiderò in tal modo che ciò che è profondo è santo, che io farò apertamente innanzi al sole, alla luna, qualsiasi cosa mi porterà un interno godimento, e che il cuore mi comanderà. Se voi siete nobili io vi amerò: se voi non lo siete, io non urterò voi e me stesso con degli ipocriti riguardi.
Se voi siete veritieri, ma non d’accordo con le stesse mie verità, unitevi ai vostri compagni, io cercherò i miei. Io non opero così per egoismo, ma per umiltà e sinceramente. Vivere nel vero è ugualmente il vostro interesse ed il mio e quello di tutti gli uomini, per quanto a lungo possiamo aver vissuto nella menzogna. Suona male questo, oggi? Voi presto amerete ciò che è dettato dalla vostra natura così come dalla mia e se noi seguiremo la verità, essa al fine ci porterà fuori salvi. «Ma così voi potete causare a questi amici un dolore». «Sì, ma io non posso vendere la mia libertà ed il mio potere per salvare la loro sensibilità». Inoltre tutte le persone hanno i loro momenti di raziocinio, quando essi guardano nella regione della verità assoluta; allora essi mi giustificheranno e mi imiteranno.
Il popolaccio considera il vostro rifiuto alle norme popolari come rifiuto a tutte le norme, vale a dire, come un semplice antinomianismo; ed il sensuale insolente userà il nome di filosofia per indorare i suoi delitti.
Ma la legge della consapevolezza rimane. Vi sono due confessionali, nell’uno e nell’altro noi dobbiamo esser confessati. Voi potete adempiere i vostri doveri sciogliendovi da essi per via «diretta» o per via «riflessa». Considerate se voi avete soddisfatto ai vostri rapporti con vostro padre, vostra madre, vostro cugino, la vostra città, il vostro gatto, ed il vostro cane; ponete mente se qualcuno di questi può rimbrottarvi. Ma io posso anche trascurare la via riflessa ed assolver me da me stesso. Io ho i miei propri rigidi diritti ed il mio proprio campo d’azione. Esso nega il nome di dovere a molti uffici, che sono chiamati doveri. Ma se io posso sbarazzarmi dei suoi obblighi, io mi metto in condizione di dispensarmi dal codice popolare. Se qualcuno immagina che questa legge è rilassata, metta in pratica i suoi progetti per un solo giorno.
E veramente si richiede qualche cosa di divino in colui, che ha allontanati i comuni impulsi di umanità e si è avventurato a fidar in se stesso. Sia alto il suo cuore, costante la sua volontà, chiara la sua vista, affinchè egli possa essere a se stesso, in modo sicuro, scienza, società, legge; affinchè un semplice proposito possa esser per lui così forte, come la ferrea necessità per gli altri.
Se un uomo qualsiasi considera gli aspetti presenti di ciò ch’è chiamata, per distinzione, società, vedrà il bisogno di questa etica. I tendini ed il cuore dell’uomo sembrano essere stati strappati, e noi siamo divenuti timorosi e degli scoraggiati piagnoni. Noi siamo sbigottiti della verità, sbigottiti della fortuna, sbigottiti della morte e sbigottiti l’un dell’altro. La nostra età non produce uomini grandi e perfetti. Noi abbisogniamo di uomini e donne, che rinnovino in futuro la vita e il nostro stato sociale; purtroppo però noi vediamo che la maggior parte delle nature sono insolvibili, incapaci a soddisfare alle loro proprie necessità, armate d’un’ambizione superiore alla loro forza pratica e flessibili e imploranti, giorno e notte continuamente. Il nostro «ménage» è mendicante; le nostre arti, le nostre occupazioni, i nostri matrimoni, la nostra religione, noi non li abbiamo scelti, ma la società ha scelto per noi. Noi siamo dei soldati da salotto. Noi sfuggiamo le aspre battaglie del fato, in cui la forza nasce.
Se i nostri giovani errano nelle loro prime imprese, pèrdono ogni coraggio. Se il giovane mercatante fallisce, gli uomini dicono ch’egli è rovinato. Se il più bell’ingegno che studia in uno dei nostri collegi, non è all’anno seguente installato in un ufficio della città o dei borghi di Boston o New York, crede con i suoi amici d’aver ragione d’essere scoraggiato e di lamentarsi per il resto della sua vita. Uno zotico ragazzo di New-Hamshire o Vermot, che a volta a volta tenta tutti i mestieri, che attacca i cavalli, coltiva, girovaga merciando, apre una scuola, predica, stampa un giornale, va al congresso, acquista una cittadinanza, e così via negli anni successivi e sempre, e come un gatto cade in piedi, vale cento di questi fantocci della città. Egli cammina petto a petto con i suoi giorni e non si vergogna di non studiare per una professione, perchè egli non pospone la sua vita, ma vive di già; egli non ha una sorte, ma cento sorti. Si alzi uno stoico a rivelare le risorse dell’uomo, ad affermare che gli uomini non sono salici piangenti, ma che possono e devono elevarsi; che coll’esercizio della fiducia in se stesso, dei nuovi poteri appariranno; che l’uomo è il verbo fatto carne, nato per spargere il benessere sulle nazioni; che egli dovrebbe essere vergognoso della nostra compassione, e che allorquando egli agisce per personale impulso, buttando le leggi, i libri, l’idolatria e le consuetudini fuor della finestra, noi non lo commiseriamo più, ma lo ringraziamo e lo riveriamo, e che un tale maestro ricondurrà la vita dell’uomo allo splendore e farà il suo nome caro a tutta la storia.