È facile il constatare che una più grande fiducia in se stesso, un nuovo rispetto per la divinità dell’uomo deve portare una rivoluzione in tutte le funzioni e in tutti i rapporti degli uomini; nella loro religione, nella loro educazione, nelle loro ricerche, nel loro modo di vita; nelle loro associazioni, nella loro proprietà; nelle loro mire speculative.
1. In quali preghiere gli uomini indulgono! Ciò che essi chiamano il santo ufficio non è neppure ufficio coraggioso e virile. La preghiera si volge all’esterno e richiede il dono di qualche umana aggiunta, veniente attraverso qualche straniera virtù e si perde nei laberinti infiniti del naturale e del supernaturale, del mediato e del miracoloso. La preghiera che implora una particolar comodità, al disotto del bene, è viziosa. La preghiera è la contemplazione dei fatti della vita, dal più alto punto di vista. Essa è il soliloquio di un’anima contemplante e giubilante. Essa è lo spirito di Dio affermante la bontà delle sue opere. Ma la preghiera come mezzo per raggiungere un fine particolare è furto e viltà. Essa suppone il dualismo e non l’unità della natura e della coscienza. Così tosto che un uomo è un tutto con Dio, egli non pregherà. Egli vedrà allora la preghiera in ogni azione. La preghiera del coltivatore inginocchiato nel suo campo per sarchiarlo, la preghiera del rematore inginocchiato nel maneggiare il suo remo, sono vere preghiere, udite attraverso tutta la natura, sebbene innalzate per fini modesti. Caratack nella «Bonduca» di Fletcher, pregata di scrutare la mente del dio: «Andate — risponde: — il suo pensiero recondito giace nei nostri tentativi; le nostre azioni ardite sono i nostri migliori dei».
Un’altra specie di false preghiere sono i nostri rammarichi. Il malcontento è la mancanza di autofiducia; è l’infermità del volere. Rammaricate le calamità, se potete con questo mezzo aiutare i sofferenti; altrimenti attendete al vostro proprio lavoro, ed il male incomincia già ad essere riparato. La nostra simpatia è altrettanto vile. Noi ci accostiamo a coloro che piangono follemente, e sediamo loro vicini e piangiamo per tener loro compagnia, invece di impartire ad essi la verità e la salute, con ruvide scosse elettriche, mettendoli, per una volta ancora, in contatto con la loro propria anima. Il segreto della fortuna è la gioia nelle nostre mani. L’uomo che aiuta se stesso è sempre il benvenuto fra gli uomini e gli dei. Tutte le porte sono spalancate davanti a lui: tutte le lingue lo salutano, tutti gli onori gli fanno corona, tutti gli occhi lo seguono con desiderio. Il nostro amore va a lui, e lo abbraccia perchè egli non ne ha bisogno; lo accarezziamo con sollecitudine e con grandi lodi e lo celebriamo, perchè egli si mantenne sulla sua via, e rise della nostra disapprovazione. Gli dei lo amano, perchè gli uomini lo odiarono. «Al perseverante mortale — dice Zoroastro — i benedetti immortali sono benigni».
Come le preghiere degli uomini sono una malattia della volontà così le loro credenze sono una malattia dell’intelletto. Essi dicono con quegli sciocchi di Israeliti: «non parli Dio a noi, affinchè noi non moriamo; parla tu, parli qualsiasi uomo con noi e noi ubbidiremo». Ovunque mi si impedisce di incontrare Dio nel mio fratello, perchè egli ha chiuso le porte del suo proprio tempio, e racconta soltanto delle favole intorno al Dio di suo fratello, o intorno al Dio del fratello di suo fratello. Ogni nuova mente è una nuova classificazione. Se essa risulta una mente di non comune attività e potere, un Locke, un Lavoissier, un Hutton, un Bentham, un Spurzheim, essa impone la sua classificazione agli altri uomini ed ecco un nuovo sistema. L’accettazione di esso è in proporzione alla profondità del pensiero, al numero degli oggetti che tocca e porta nel campo d’osservazione dell’allievo. Ma questo è specialmente apparente nelle credenze e nelle chiese, le quali sono pure classificazioni di qualche potente spirito, operante sul pensiero elementare del dovere e sui rapporti dell’uomo con l’Onnipossente. Tale è il Calvinismo, il Quakerismo e lo Swendenborgianismo. L’allievo nel subordinare ogni cosa alla nuova terminologia, prova lo stesso diletto della ragazza che ha imparata la botanica, e vede una nuova terra e nuove stagioni. Avverrà che l’allievo sentirà di dover molto al suo maestro e constaterà che il suo potere intellettuale è cresciuto con lo studio degli scritti di lui. — Questo sentimento vivrà finchè egli non abbia esaurita la mente del maestro. Ma in tutte le menti senza equilibrio, la classificazione idoleggiata rimane come scopo e non passa come un mezzo rapidamente esauribile; cosicchè i limiti del sistema si confondono al loro occhio nel lontano orizzonte con i confini dell’universo, e le luci del cielo sembrano appese alla volta costrutta dal loro maestro. Essi non possono pensare come voi estranei abbiate qualche diritto di vedere, e come voi possiate vedere; «voi dovete in qualche modo aver rubato la luce a noi». Essi non s’avvedono ancora che una luce non sistematica, indomabile, irromperà in qualsiasi capanna, ed anche nella loro. Continuino intanto a garrire e a chiamar loro, il loro sistema.
Se essi sono onesti ed operano bene, il loro ovile oggidì sì nuovo e pulito sarà fra breve troppo stretto e basso; si screpolerà, si piegherà, marcirà e sparirà, e la luce immortale, giovane e baldanzosa, dai milioni di orbite e di colori, splenderà sull’universo come nel primo mattino.
2. È per la mancanza della coltura individuale che il feticismo del viaggiare, i cui idoli sono l’Italia, l’Inghilterra, l’Egitto, conserva il suo fascino sopra tutti gli americani educati. Coloro che fecero l’Inghilterra, la Francia o la Grecia venerabili all’immaginazione, fecero ciò non ronzando intorno al creato, come la farfalla intorno alla lampada, «ma rimanendo fermi dove erano, come un’asse della terra». Nelle ore virili, noi sentiamo che il dovere è di rimanere al nostro posto. L’anima non è viaggiatrice; l’uomo saggio rimane a casa, con la sua anima e quando le sue necessità, i suoi doveri lo chiamano lontano da quella od in terra straniera, egli si trova ugualmente ancora in casa sua, e nulla abbandona di sè, e farà sentire agli uomini, coll’espressione del suo contegno, che egli giunge missionario della sapienza e della virtù, e visita le città e gli uomini come un sovrano, e non come un intruso od un valletto. Non ho alcuna severa obbiezione da fare riguardo alla circumnavigazione del globo per fini d’arte, di studio, di benevolenza; purchè l’uomo sia divenuto prima amante della sua terra e non vada altrove, con la speranza di trovare cose più grandi di quelle che conosce.
Colui che viaggia per diletto o per raggiungere ciò che non possiede, viaggia fuor di se stesso, ed invecchia, anche se è in gioventù, fra le vecchie cose. In Tebe, in Palmira, la sua volontà e la sua mente si sfasciano e si sgretolano, come già le città stesse. Egli porta rovine fra le rovine.
Il viaggiare è il paradiso dei dementi. Noi dobbiamo ai nostri primi viaggi la scoperta che i luoghi sono nulla. Io sogno in casa, che a Napoli, a Roma posso essere inebriato di bellezza e posso perdere la mia tristezza. Faccio i miei bauli, abbraccio i miei amici, m’imbarco, ed alfine mi risveglio a Napoli, e là, vicino a me, trovo il Fatto severo, il triste Io, inflessibile, identico, dal quale io fuggii. Cerco il Vaticano ed i palazzi. Fingo d’essere inebriato dalle cose vedute e dalle suggestioni, ma non lo sono. Il mio gigante, il mio io, mi segue ovunque io vada.
3. Ma il furore dei viaggi non è che un sintomo di un più profondo squilibrio, che intacca l’intiera azione intellettuale. L’intelletto è vagabondo, ed il nostro sistema di educazione nutrisce l’irrequietezza. Le nostre menti viaggiano quando noi siamo obbligati a rimaner in casa. Noi imitiamo; e che cosa è l’imitazione se non il viaggiare della mente? Le nostre case sono costruite con gusto straniero; i nostri scaffali sono guarniti con ornamenti stranieri; le nostre opinioni, le nostre tendenze, le nostre facoltà s’inchinano e seguono il Passato ed il Lontano, come gli occhi d’una fantesca seguono quelli della padrona. L’anima creò le arti ovunque esse sono fiorite. Fu nella sua propria mente che l’artista cercò il suo modello, ed essa fu un’applicazione del suo proprio pensiero alla cosa da farsi ed alle condizioni da osservarsi. E perchè dobbiamo noi copiare il modello gotico o dorico? La bellezza, la convenienza, la grandiosità di pensiero, la ricercatezza, l’espressione, sono così prossime a noi come a qualsiasi altro, e se l’artista americano studierà con speranza e con amore la cosa esatta che egli deve fare, considerando il clima, il suolo, la lunghezza del giorno, la necessità del popolo, il modo e la forma di governo, egli costruirà un edificio, nel quale tutte queste cose si troveranno disposte, ed il gusto ed il sentimento verranno soddisfatti.
Insistete su voi stessi: non imitate mai. Voi potete ad ogni momento porre in mostra il vostro proprio talento, con la forza accumulata di una cultura, durata tutta la vita; ma dell’adottato talento di un altro voi non avete che un momentaneo e semi-possesso. Ciò che ognuno può fare nel modo migliore, nessuno all’infuori dello stesso Fattore, può insegnarglielo. Dove è il maestro che avrebbe potuto educare Shakespeare? Dove è il maestro che avrebbe potuto istruire Franklin o Washington o Bacone o Newton? Ogni grande uomo è un tipo unico. Il «scipionismo» di Scipione sta appunto in quella parte, ch’egli non potè torre in prestito. Se qualcuno mi domanderà, chi il grande uomo imita, quando compie una grande azione, io domanderò a lui quale altro uomo lo può istruire, se non egli stesso. Shakespeare non sarà mai creato con lo studio di Shakespeare. Fa ciò che ti è assegnato e non potrai, nè sperare troppo, nè troppo osare. V’è in questo momento un pronunciamento semplice e grande per me, come lo scalpello di Fidia, la cazzuola degli Egizi, o la penna di Mosè o di Dante, pur differente da tutto questo. Non è possibile che l’anima così ricca, così eloquente, e dalla lingua mille volte biforcuta, acconsenta di ripetersi; ma se io posso udire ciò che questi patriarchi dicono, sicuramente io posso rispondere loro con lo stesso accento di voce, perchè l’orecchio e la lingua sono due organi di una sola natura. Abita nelle semplici e nobili regioni della tua vita, ubbidisci al tuo cuore, e tu riprodurrai il mondo anteriore, di nuovo.