Come la nostra religione, la nostra educazione, la nostra arte, tendono all’esterno, così anche il nostro spirito di società. Tutti gli uomini si fanno belli del progresso della società e nessuno progredisce.

La società non progredisce mai. Essa recede da un lato, quanto avanza dall’altro. Il suo progresso è apparente, simile al procedere di coloro, che spingono una ruota da mulino. Essa soffre continui cambiamenti; essa è barbara, essa è civile, è cristiana, è ricca, è scientifica; ma questi cambiamenti non sono miglioramenti. Ad ogni cosa data, corrisponde qualche altra presa. La società consegue arti nuove e perde istinti vecchi. Quale contrasto fra l’Americano ben vestito, che sa leggere, scrivere, pensare, che possiede un orologio, una matita, ed una lettera di cambio, e l’abitatore della Nuova Zelanda, nudo, la cui proprietà è una mazza, una lancia, una stuoia e un angolo d’una comune capanna per dormirvi sotto! Ma ponete a confronto la salute dei due uomini e voi vedete che l’uomo bianco ha perduto la sua forza aborigena. Se i viaggiatori dicono il vero, la carne del selvaggio colpita con un’ascia, in un giorno o due si rimarginerà e guarirà, mentre lo stesso colpo manderà l’uomo bianco al sepolcro.

L’uomo civilizzato ha costruito una vettura, ma ha perduto l’uso dei suoi piedi. Egli è sorretto dalle grucce, ma perde altrettanta forza muscolare. Egli ha un bell’orologio ginevrino, ma ha perduta l’abilità di legger l’ora nel sole. Egli possiede un almanacco nautico di Greenwich, e così essendo certo dell’informazione quando egli ne abbisogna, non riconosce più una stella in cielo. Egli, non osserva un solstizio; egli non conosce l’equinozio; così l’intiero fulgido calendario dell’anno, è senza quadrante nella sua mente. Il suo taccuino indebolisce la sua memoria; le sue biblioteche sopraccaricano il suo spirito; le società d’assicurazione accrescono il numero degli infortuni e possiamo domandarci se le nostre macchine non sono d’ingombro; se non abbiamo perduto con il raffinamento qualche energia; se con un cristianesimo trincerato in istituzioni e modi, non abbiamo perduto qualche vigore di virtù selvaggia; poichè ogni stoico era uno stoico, ma nella cristianità dov’è il cristiano?

Eppure non v’è maggiore deviazione nell’ordine morale, che nell’ordine fisico di altezza e di volume. Oggi non vi sono uomini più grandi di quelli del passato. Una grande uguaglianza può esser notata fra i grandi uomini dei primi e degli ultimi tempi; nè può tutta la scienza, l’arte, la religione e la filosofia del sec. XIX educare uomini più grandi degli eroi di Plutarco, ventitre o ventiquattro secoli fa. La razza non progredisce con il tempo. Focione, Socrate, Anassagora, Diogene, sono grandi uomini, ma non fanno «scuola»!! Colui che realmente è della loro specie, non sarà chiamato con il loro nome, ma sarà egli stesso e a sua volta il fondatore d’un’altra scuola. Le arti e le invenzioni di ciascun periodo caratterizzano il costume di esso, ma non rinvigoriscono gli uomini. Il male del progresso meccanico può compensare il suo bene. Hudson e Behring con le loro baleniere stupirono Parry e Franklin, il cui equipaggiamento esauriva le risorse della scienza e dell’arte. Galileo con un canocchiale da teatro scoprì una serie di fenomeni più grandi di quelli scoperti dopo. Colombo scoprì il nuovo mondo con un disadorno battello. È curioso osservare l’inutilità periodica ed il deperimento degli strumenti e delle macchine, che furono introdotti con grande lode pochi anni o pochi secoli fa. Il grande genio ritorna all’uomo essenziale. Noi poniamo i progressi dell’arte della guerra fra i trionfi della scienza; eppure Napoleone conquistò l’Europa con il bivacco, che fu il ritornare al nudo valore, sgombrato d’ogni altro aiuto. «L’imperatore stimava cosa impossibile il formare un perfetto esercito — dice Las Casa, — senza abolire le nostre armi, i nostri magazzini, i nostri commissarii e i nostri cariaggi; di modo che, ad imitazione del costume romano, il soldato ricevesse la sua provvista di grano, la macinasse nel suo mulino a mano, e cuocesse egli stesso il suo pane».

La società è un’onda. L’onda procede innanzi, ma non l’acqua di cui è composta. La stessa molecola non s’alza dal solco alla cresta. La sua unità non che è fenomenica. Le persone che fanno oggi grande una nazione muoiono l’anno prossimo e la loro esperienza con loro.

La fiducia nella proprietà, posta nella fiducia nei governi che la proteggono, è mancanza di fiducia in se stesso. Gli uomini hanno osservato per sì lungo tempo le cose fuor di se stessi che essi sono giunti a stimare le istituzioni religiose, scientifiche e civili, come custodi della proprietà, ed essi si scagliano contro gli assalti mossi a queste istituzioni, perchè sentono che tali assalti sono mossi contro la proprietà. Essi regolano la loro reciproca stima a seconda di ciò che ognuno ha, non di ciò che ognuno è. Ma un uomo colto si vergogna della sua proprietà, di ciò ch’egli possiede, per un nuovo rispetto del suo essere, e specialmente egli odia ciò che ha, quando il suo possesso è accidentale, venuto a lui per eredità o dono o delitto; allora egli sente che ciò non è avere; che ciò non gli appartiene, non ha radice in lui, ma semplicemente giace là, perchè nessuna rivoluzione o furto glielo tolgono. Ma ciò che un uomo dev’essere, per necessità sempre lo acquista, e ciò che l’uomo acquista, è proprietà vivente e permanente, che non dipende da governi, da moltitudini, da rivoluzioni, dal fuoco, dalla tempesta, dalla bancarotta, ma che perpetuamente si rinnova ovunque l’uomo respira. «La tua parte o porzione di vita — dice il califfo Alì — ti cerca; pertanto tralascia dal cercarla». La nostra dipendenza verso questi beni stranieri ci conduce al nostro servile rispetto per la quantità. I partiti politici s’adunano in numerose riunioni; e ad ogni maggiore concorso e ad ogni nuovo clamoroso annunzio: la delegazione di Essex; i democratici di New-Hampshire, i liberali di Maine...!... ecc. il giovine patriota si sente più forte di prima, per queste nuove migliaia di occhi e di braccia. Allo stesso modo i riformatori s’adunano e votano e deliberano in maggioranza. Non è in questo modo, amici, che Dio si degnerà di entrare ed abitare in voi, ma con un metodo precisamente opposto. Solo quando un uomo si libera d’ogni sostegno esterno e rimane solo, io lo vedo forte e vincitore; più debole diventa ad ogni nuova recluta, che raccoglie sotto la sua bandiera. Non è un uomo migliore d’una città? Nulla chiedi agli uomini, e nelle incessanti mutazioni tu, come unica e salda colonna, rivèlati il rettore di tutto ciò che ti circonda. Colui, il quale sa che il potere è nell’anima, che la sua debolezza è nata dall’aver cercato il bene fuori di se stesso e ovunque, e che avendo ciò intuito, si getta senza esitazione sulle orme del suo pensiero, istantaneamente si rialza, rimane eretto, comanda alle sue membra, opera miracoli, allo stesso modo che l’uomo sorretto dai piedi, è più forte dell’uomo, che cammina sulla testa.

In questo modo comportatevi con tutto ciò che è chiamato fortuna. Molti uomini giocano con essa, e vincono e perdono ogni cosa, a misura che la ruota gira. Ma tu abbandona questi profitti come ingiusti e mettiti in rapporto con la Causa e l’Effetto, che sono i cancellieri di Dio. Lavora ed acquista colla tua volontà e tu avrai incatenato la ruota della fortuna e d’ora innanzi te la trascinerai dietro. Una vittoria politica, il rialzo della rendita, la guarigione d’una vostra malattia, il ritorno del vostro amico assente o qualche altro favorevole evento, innalzano i vostri spiriti e voi pensate che giorni lieti siano per venire a voi. Non lo credete. Ciò non può essere. Nulla può portarvi pace se non voi stessi. Nulla può portarvi pace, se non il trionfo dei principii.

TERZO SAGGIO COMPENSAZIONE

Fin dalla mia fanciullezza io ho desiderato di scrivere un discorso sulla compensazione: poichè mi parve, quand’ero giovanissimo, che su questo argomento la vita fosse più innanzi della teologia, e che il popolo sapesse più di quanto i predicatori insegnassero. Gli stessi documenti, dai quali la dottrina poteva essere tratta, allettavano la mia fantasia con la loro infinita varietà, e mi stavano sempre davanti, anche nel sonno; perchè essi sono gli utensili nelle nostre mani, il pane nel nostro canestro, gli avvenimenti della strada, la cascina, la dimora, i saluti, le relazioni, i debiti e i crediti, l’influenza del carattere, la natura e le doti di ogni uomo. Mi sembrava, anche, che essa potesse mostrare agli uomini un raggio della divinità, l’azione presente dell’anima di questo mondo, libera da ogni vestigio di tradizione, e potesse immergere il cuore dell’uomo in un lavacro di amore eterno, conversando con ciò che egli sa esser sempre esistito, e sempre dover esistere, perchè esso ora realmente esiste. Mi pareva inoltre, che se questa dottrina potesse essere espressa in termini, in certo modo uguali a quelle luminose intuizioni con le quali questa verità ci è talvolta rivelata, essa sarebbe una stella in molte ore oscure e in molti difficili passi del nostro viaggio, la quale non ci permetterebbe di perdere la diritta via.

Questo desiderio ultimamente crebbe in me ascoltando una predica in chiesa. Il predicatore, un uomo stimato per la sua ortodossia, spiegava nel solito modo la dottrina del giudizio universale. Egli asseriva che l’ultimo giudizio non avviene in questo mondo; che i malvagi sono vittoriosi; che i buoni sono infelici; e poi traeva dalla ragione e dalla Sacra Scrittura l’idea d’un compenso distribuito ad entrambi nella vita futura. La congrega dei fedeli non parve essere indignata da questa dottrina e per quanto io osservassi, allorchè l’adunanza si sciolse, non mi avvidi d’alcuna osservazione mossa a questa predica.