Se visitate l’amico vostro, quale bisogno avete di fargli le scuse per non averlo visitato prima, facendogli così perdere il tempo e spiegando il vostro proprio atto? Visitatelo ora. Senta egli che il più alto amore è venuto a vederlo, in voi, suo più infimo organo. Perchè dovete tormentare voi stessi e il vostro amico con segreti rimproveri, perchè non lo avete assistito o non gli avete fatto doni e saluti in passato? Siate voi un dono ed una benedizione. Brillate di luce vera, e non di quella riflessa e presa in prestito dai doni. Gli uomini comuni sono scuse per gli uomini; essi chinano il capo, si scagionano con ragioni prolisse, ed accumulano le apparenze, perchè la sostanza non esiste.

Noi abbondiamo di queste superstizioni del senso; noi adoriamo la grandezza. Dio non si cura della grandezza: la balena ed il verme sono per lui di ugual dimensione. Noi diciamo che il poeta è ozioso, perchè non è presidente o mercante o facchino. Noi adoriamo un’istituzione e non vediamo che essa è fondata su un nostro pensiero. Ma l’azione vera è nei momenti silenziosi. Le epoche della nostra vita non sono nei fatti visibili della nostra scelta di una carriera, nel nostro matrimonio, nell’acquisto di un ufficio e simili, ma in un pensiero silenzioso sorto sul lato della via, mentre camminiamo; in un pensiero, che rivede il nostro intiero modo di vita, e dice, «Tu hai fatto così, ma sarebbe stato meglio altrimenti». E tutti i nostri anni posteriori, simili a schiavi, servono e dipendono da questo pensiero, ed a seconda della loro abilità, eseguiscono il suo volere. Questa revisione o correzione è una forza costante, che come una tendenza, dura tutta la nostra vita. L’oggetto dell’uomo, lo scopo di questi momenti, è di fare splendere la luce del giorno attraverso a lui; è di lasciare che la legge penetri il suo intero essere senza ingombri, di modo che, in qualsiasi punto del suo operato cadano i vostri occhi, esso vi informi completamente del suo carattere, vi dica quali siano il suo modo di vita, la sua casa, la sua religione, la sua società, la sua letizia, i suoi voti e l’opposizione sua. Ma egli ora non è omogeneo, bensì eterogeneo, ed il raggio non lo attraversa: non vi sono delle luci e l’occhio dell’osservatore è imbarazzato, scoprendo molte tendenze dissimili, e non ancora una vita in alcuna di queste.

Perchè noi disprezzeremo per partito preso, con la nostra falsa modestia l’uomo che noi siamo, ed il modo di essere che ci fu assegnato? Un uomo buono è contento. Io amo ed onoro Epaminonda, ma non desidero d’essere Epaminonda e credo più giusto amare il mondo presente, che il mondo del suo tempo. E se io sono sincero, voi non potete destare in me la più piccola inquietudine col dire «Egli operò e tu giaci immobile». Io osservo che l’azione è buona, quando essa è necessaria; ma che è pure buona l’inerzia. Se Epaminonda fu l’uomo che io serenamente immagino, non avrebbe operato se la sua sorte fosse stata pari alla mia. Il cielo è grande, e concede posto per tutti i modi di amore e di fortitudine. Perchè dovremmo noi essere degli uomini affacendati e superservili? L’azione e l’inazione sono identiche di fronte al vero. Un pezzo dell’albero è tagliato per fare una banderuola, e un altro pezzo per il sostegno di un ponte; la virtù del legno è visibile ad ogni modo in entrambi.

Io non voglio avvilire l’anima. Il fatto che io sono qui, certamente mi dimostra che l’anima ha bisogno in questo luogo di un organo. Non assumerò io il posto? O mi nasconderò, e sfuggirò io e farò inchini con le mie intempestive scuse e con la mia vana modestia, e dovrò immaginarmi che il mio essere è qui fuor di luogo? più fuor di luogo di quello che non furono gli esseri di Epaminonda e di Omero in quel tempo? e che l’anima non conosce quanto le abbisogna? Inoltre, senza ragionare affatto su questo punto, io non sono malcontento. L’anima buona mi nutrisce, e mi schiude ogni giorno nuove fonti di forza e di godimento. Io non rinuncierò bassamente all’immensità del bene, perchè abbia udito dire che ad altri esso venne sotto altra forma concesso.

Inoltre, perchè dovremmo essere intimiditi dal nome di azione? Esso è un tranello dei sensi, nulla più. Noi sappiamo che l’antenato di ogni azione è un pensiero. Lo spirito povero si stima nullo, a meno che abbia un qualche segno esteriore: una giubba da quacquero, ad esempio, o un’adunanza religiosa Calvinistica, o una Società filantropica, od una grande donazione, od un alto ufficio, o qualche cosa altro, o qualche azione infine fortemente contrastante, che provi che esso è qualche cosa. Lo spirito ricco giace al sole e riposa, ed è Natura. Pensare è agire.

Se dobbiamo compiere delle grandi azioni, facciamo tali le nostre proprie. Ogni azione è di una elasticità infinita, e la più piccola è soggetta ad essere penetrata di splendore celestiale, fino ad eclissare il sole e la luna. Compiamo i nostri doveri. Ho io l’obbligo di errare tra le scene e la filosofia dei Greci e la storia italiana, prima d’essermi lavato il viso e d’essermi giustificato con i miei benefattori? Come oso leggere le campagne di Washington, se non ho neppure risposto alle lettere dei miei propri corrispondenti? Non è questa una giusta obbiezione a molte delle nostre letture? Ciò è perfettamente una diserzione pusillanime dal nostro lavoro, per osservare i nostri vicini: è infine uno spiare. Byron dice di Jack Bunting:

«Non sapeva che cosa dire, perciò giurò».

Io potrei dire lo stesso del nostro assurdo uso dei libri. «Egli non sapeva che cosa fare, perciò leggeva». Io non so in qual modo passare il mio tempo, e trovo la vita di Brant. È un omaggio molto stravagante che io rendo a Brant, o al Generale Schuyler od al Generale Washington. Il mio tempo dovrebbe essere così buono come il loro; i miei fatti, il complesso delle mie relazioni, così buoni come i loro, o come alcuno dei loro. Compia piuttosto il mio lavoro così bene, che altri oziosi, possano comparare, se ad essi piaccia, la trama della mia vita alla trama di quegli uomini e trovarla identica alla migliore di esse.

Questa stima esagerata delle possibilità di Paolo e di Pericle, questo avvilimento delle nostre proprie possibilità, deriva dalla nostra noncuranza dei fatti, che hanno identica natura. Buonaparte non conosceva che un solo merito, e ricompensava in un solo ed identico modo il buon soldato, ed il buon astronomo, il buon poeta ed il buon artista. E in questo modo egli palesava la sua percezione di un grande fatto. Il poeta fa uso dei nomi di Cesare, di Tamerlano, di Bonduca, di Belisario; il pittore si serve della storia convenzionale della Vergine Maria, di Paolo, di Pietro. Egli pertanto non si sottomette alla natura di questi uomini accidentali, di questi eroi. Se il poeta scrive un vero dramma, allora egli è Cesare, e non colui che illustra Cesare; allora la stessa corrente di pensiero, l’emozione altrettanto pura, lo spirito altrettanto sottile, i movimenti altrettanto rapidi, incalzanti, stravaganti; un cuore altrettanto grande, che basta a se stesso, intrepido, che sulle onde del suo amore e della sua speranza può alzare tutto ciò che si crede solido e prezioso al mondo, — palazzi, giardini, denaro, navi, regni — segnando il suo proprio incomparabile valore con il disprezzo di questi ornamenti degli uomini — è cosa sua, e col suo potere egli eccita le nazioni. Ma i grandi nomi a lui non giovano, s’egli non ha in se stesso la vita. Creda l’uomo in Dio e non nei nomi o nei luoghi o nelle persone. L’anima grande s’incarni pure nel corpo di qualche donna, povera, triste e derelitta, in qualche Dolly o Giovanna, che debba servire, spazzare le camere, lavare i pavimenti, ed i suoi fulgidi raggi non potranno essere affievoliti o nascosti; ma lo spazzare ed il lavare appariranno subito azioni supreme e belle, vertice e splendore della vita umana, e tutta la gente vorrà imitarla; finchè, ecco! di colpo, la grande anima ha trasfusa se stessa in qualche altra forma, ed ha compiuta qualche altra azione, che diviene a sua volta il fiore ed il capo di tutta la natura vivente.

Noi siamo i fotometri, l’impressionabile foglio d’oro e la lamina di stagno, che misura l’accumularsi del sottile elemento. Noi conosciamo gli autentici effetti del vero fuoco, attraverso a ciascuna delle sue mille trasformazioni.