Nel meriggio e nella sera della vita palpitiamo ancora al ricordo dei giorni in cui la felicità non era felice abbastanza, ma doveva essere mescolata al sapore del dolore e dell’ansia; (perchè veramente toccò il segreto della cosa, colui che disse dell’amore:
«Tutti gli altri piaceri non valgono le sue pene»).
quando il giorno non era lungo abbastanza, e la notte era consumata in acuti ricordi; quando il capo ardeva tutta la notte sul guanciale, per risolversi ad una generosa azione; quando la luce della luna era una febbre piacevole, e le stelle erano lettere, ed i fiori cifre, e l’aria era satura di canti; quando ogni impresa sembrava un’impertinenza, e tutti gli uomini e tutte le donne, correnti di qua e di là nelle strade, non erano che semplici imagini.
La passione ricostruisce per la gioventù il mondo. Essa dà a tutte le cose vita e significato. La natura diviene cosciente; ogni uccello sui rami di un albero canta ora al suo cuore ed alla sua anima. Le note di esso sono quasi articolate. Le nubi hanno dei visi quando egli le guarda. Gli alberi della foresta, l’erba ondeggiante, i fiori sbocciami, divengono intelligenti; ed egli quasi teme di confidar loro il segreto, cui essi sembrano invitarlo. La natura lo blandisce e con lui simpatizza. Egli trova nella verde solitudine un soggiorno più caro che fra gli uomini.
Guardate nel bosco il bel pazzo! Egli è un palazzo di dolci suoni e di dolci visioni; egli si espande; egli è due volte un uomo; cammina colle braccia appoggiate sulle anche; parla da solo; si avvicina all’erba ed agli alberi; sente nelle sue vene il sangue della viola, del garofano e del giglio; ed egli parla col ruscello che lambe i suoi piedi. Le cause che hanno aperto in lui le percezioni della bellezza naturale gli hanno fatto amare la musica ed il verso. È un fatto spesso osservato, che uomini che non avrebbero potuto scriver bene in qualsiasi altra circostanza hanno scritto dei buoni versi sotto l’ispirazione della passione. La passione ha lo stesso potere su tutta la natura. Essa espande il sentimento; ingentilisce lo zotico, e rincuora il codardo. Essa infonderà animo e coraggio nel cuore più pusillanime ed abietto per sfidare il mondo, purchè abbia l’incitamento dell’oggetto amato. Donandosi ad un altro, l’uomo si dona maggiormente a se stesso. Egli è così un uomo nuovo, con nuove percezioni, con propositi nuovi e più oculati, e con una religiosa solennità di carattere e di intenti. Egli non appartiene più alla sua famiglia ed alla sua società; egli è qualchecosa; egli è una persona; egli è un’anima. E qui esaminiamo un poco più da vicino la natura di quell’influsso che è così potente sulla gioventù umana. Avviciniamoci ed ammiriamo la bellezza, la cui rivelazione all’uomo noi oggi celebriamo; la bellezza, benvenuta come il sole, ovunque le piaccia di brillare, che per mezzo suo allieta ognuno e lo allieta con se stesso. Meraviglioso è il suo fascino: essa pare sufficiente a se stessa. L’amante non può nella sua fantasia immaginare la sua donna povera e solitaria. La società per se stessa è come una pianta in fiore, altrettanto dolce, germogliante, spirante grazia ed insegna perchè la Bellezza sia stata dipinta con amorini e grazie, seguenti i suoi passi. La sua esistenza arricchisce il mondo. Sebbene essa allontani dagli occhi dell’amante tutte le altre persone come povere ed indegne, essa lo ricompensa trasformando il suo essere in qualchecosa di impersonale, di grande, di universale, così che la sua donna gli si mostra come l’ideale di tutti i valori e di tutte le virtù. Per questa ragione l’amante non vede mai una rassomiglianza personale fra la sua donna, i suoi parenti od altre donne. I suoi amici trovano in essa una somiglianza con sua madre o le sue sorelle o con persone non consanguinee. L’amante invece non vede alcuna rassomiglianza se non con le sere d’estate, i mattini brillanti, gli arcobaleni e i canti degli uccelli. La bellezza è sempre quella che gli antichi stimarono cosa divina e che chiamarono il fiore della virtù. Chi può analizzare il fascino senza nome che emana da questo o da quel viso, da questa o da quella forma? Noi siamo agitati da sentimenti di tenerezza e di compiacenza, ma non possiamo constatare dove volgano questa emozione squisita e questo raggio vagante. L’immaginazione ci impedisce di riferirli all’organismo. Nè essi si ricollegano a qualsiasi relazione d’amicizia e di amore, conosciuta e posseduta dalla società, ma, per quanto mi pare, essi derivano da una sfera completamente diversa ed irraggiungibile; da relazioni di delicatezza e di dolcezza trascendentali; da una terra di fate che le rose e le viole accennano e preannunziano. Noi non possiamo conquistare la bellezza. La sua natura è pari allo splendore opalino della gola delle tortore, ondeggiante ed evanescente. In ciò la bellezza somiglia alle cose più eccellenti, che hanno il carattere dell’arcobaleno, e rendono vani tutti i tentativi di appropriazione e di uso. Che cosa altro volle dire Jean Paul Richter, quando disse alla musica: «Via, via, tu mi parli di cose che in tutta la mia vita interminabile non trovai, nè troverò»? Lo stesso fatto può essere osservato in ogni opera delle arti plastiche. La statua è bella quando incomincia ad essere incomprensibile, quando sfugge alla critica, e non può essere più misurata con il compasso o con il metro, ma richiede una immaginazione attiva per seguirla e per dire ciò che sta per fare. Il dio o l’eroe dello scultore è sempre rappresentato nella transizione da ciò che è rappresentabile ai sensi, a ciò che non lo è. Allora la statua cessa d’essere un macigno. La stessa osservazione vale per la pittura. E in poesia il successo non è raggiunto quando essa ci alletta e soddisfa, ma quando essa ci stupisce e ci infiamma con nuove prove verso l’irraggiungibile. A questo riguardo Landor si domanda se ciò non debba riferirsi a qualche stato più puro di sensazione e di esistenza.
Così dev’essere per la bellezza personale, che l’amore adora; essa allora ci affascina quando ci allontana da ogni scopo; quando diventa una storia senza fine; quando accende in noi luci e visioni, e non risveglia desiderî terreni; quando ci pare troppo lucente e troppo buona per il nutrimento quotidiano dell’umana natura; quando fa sentire al contemplante la sua indegnità; quando lo conduce a negare il suo diritto ad essa, anche se fosse Cesare, ed a convincerlo di non aver su di essa maggior diritto di quanto ne abbia sul firmamento e sugli splendori di un tramonto.
Da questo venne il detto «Se ti amo, che cosa t’importa?», perchè noi sentiamo che ciò che amiamo non è nella nostra volontà, ma al disopra di essa; non è voi, ma è la vostra irradiazione. È ciò che voi non conoscete in voi stesso, e non potrete mai conoscere. Questo si accorda con quell’alta filosofia del bello, della quale si dilettavano gli antichi scrittori; poichè essi dicevano che l’anima dell’uomo incorporatasi sulla terra, andava vagando in cerca di quell’altro mondo suo proprio dal quale venne in questo; ma tosto colpita dalla luce del sole naturale, fu impotente a vedere qualsiasi altro oggetto se non quelli di quaggiù, i quali non sono che le ombre delle cose reali. Perciò la Divinità manda la gloria della giovinezza innanzi all’anima, affinchè essa possa servirsi dei corpi leggiadri come mezzo per ricordarsi del bene e del bello celestiale; e così l’uomo, contemplando una bella persona di sesso femminile, fruisce della gioia più alta nel mirarne la forma, il movimento e l’intelligenza, perchè gli si rivela la presenza di ciò che è nella bellezza, e la causa della bellezza stessa.
Se però, per il soverchio contatto con gli oggetti materiali, l’anima fosse grossolana, e ponesse le sue soddisfazioni nel corpo, essa raccoglierebbe null’altro che dolore; essendo il corpo incapace di compiere la promessa che la bellezza pone; ma, se seguendo le visioni e gli incitamenti che la bellezza reca alla sua mente, l’anima passa attraverso il corpo, e si volge ad ammirare i tratti del carattere, e se gli amanti si contemplano nei loro discorsi e nelle loro azioni, allora essi penetrano nel vero tempio della bellezza, più e più ne infiammano il loro amore, e con questo, spegnendo le basse affezioni, come il sole spegne il fuoco brillante sul focolare, essi diventano puri e santi. Dalla conversazione di ciò che è per se stesso eccellente, magnanimo e giusto, l’amante viene ad un più vivo amore per queste nobili cose, e ad una più rapida intelligenza di esse. Allora egli dall’amarle in una sola persona passa ad amarle in tutte, e così quell’anima bella è soltanto la porta per la quale egli entra nel mondo di tutte le anime nobili e pure. Nella società particolare della sua compagna egli acquista una percezione più chiara di qualsiasi macchia, di qualsiasi guasto, che la bellezza di lei abbia contratto da questo mondo, e può indicarli con mutua gioia, poichè essi sono ora in condizione di additare senza offesa i reciproci difetti ed i reciproci torti e di soccorrersi vicendevolmente onde emendarsi. E, osservando in molte anime i tratti della divina beltà, e separando in ogni anima ciò che è divino dal marchio contratto nel mondo, l’amante ascende, attraverso a questa scala di anime create, alla più alta bellezza, all’amore ed alla conoscenza della Divinità.
Gli uomini di tutte le età veramente saggi qualcosa di simile ci hanno detto riguardo all’amore. La dottrina non è vecchia, ma nemmeno è nuova. Se Platone, Plutarco ed Apuleio l’hanno insegnata, così han fatto Petrarca, Michelangelo e Milton. Essa attende una sanzione più profonda come opposizione e biasimo a quella prudenza sotterranea che presiede ai matrimoni, fatta di parole che si volgono al mondo superiore, mentre un occhio è eternamente fisso alla cantina; cosicchè i più gravi discorsi hanno sapore di prosciutto e di tinozza. Peggio ancora, quando il ceffo di questo sensualismo s’insinua nell’educazione delle giovani donne, e avvizzisce le speranze e gli affetti della natura umana, insegnando che il matrimonio non significa altro che «buona massaia», e che la vita della donna non ha altro scopo.
Ma questo sogno di amore, sebbene bello, è solamente una scena della nostra commedia. Nella processione dell’anima dall’interno all’esterno, essa allarga sempre i suoi circoli, come la pietra gettata nello stagno o la luce derivante da un’orbita. I raggi dell’anima illuminano prima le cose più vicine, ogni utensile e ogni giocattolo, le nutrici ed i servi, la casa, il cortile ed i viandanti, il cerchio delle conoscenze famigliari, poi la politica, la geografia, la storia. Ma per necessità della nostra costituzione le cose si adunano sempre secondo leggi più alte e più segrete. La vicinanza, la dimensione, i numeri, le abitudini, le persone, pérdono gradatamente il loro potere su di noi. La causa e l’effetto, l’affinità reale, il desiderio di armonia fra l’anima e la circostanza, l’istinto progressivo idealizzante, predominano più tardi, ed il ritorno dalle relazioni più elevate a quelle più basse diviene impossibile. Così perfino l’amore, che è la deificazione delle persone, deve divenire ogni giorno più impersonale. Di ciò non si ha indizio al suo nascere. Il giovane e la ragazza che si guardano attraverso alle camere affollate, con occhi pieni di muta intelligenza, poco pensano ai frutti preziosi, che dopo lungo tempo verranno da questo nuovo stimolo completamente esterno. L’opera della vegetazione s’inizia a tutta prima coll’irritabilità della corteccia e dei germogli. Dallo scambio di sguardi, essi passano ad atti di cortesia, di galanteria, di poi alla fiera passione, al fidanzamento ed infine al matrimonio. La passione contempla l’oggetto suo come una perfetta unità. L’anima è interamente incorporata ed il corpo è interamente spiritualizzato.