«Il suo puro ed eloquente sangue parlava sulle sue guancie, così vivamente agitato, che si sarebbe detto che il suo corpo pensasse». Romeo, morto, dovrebbe esser posto fra piccole stelle onde ingentilire il cielo. La vita, in questa coppia, non vuole altro, non domanda altro che Giulietta e Romeo. La notte, il giorno, gli studi, il talento, i regni, la religione, sono tutti contenuti in questa forma piena dell’anima, in questa anima che è tutta forma. Gli amanti si deliziano di carezze, di confessioni d’amore, di sguardi. Quando sono soli, ciascuno si bea con la rievocata immagine dell’altro. Vede quell’altro la stessa stella, la stessa tenera nube che io vedo, o legge lo stesso libro e prova la stessa sensazione che innonda me di piacere? Essi giudicano ed esaminano la loro affezione e avendo insieme tutte le grandiose prosperità, gli amici, le opportunità, la proprietà, esultano nello scoprire che essi darebbero volentieri e lietamente questi beni come riscatto del caro amato capo, di cui un solo capello non sarà mai strappato. Ma il pericolo, il dolore e la pena giungono ad essi, come a tutti gli altri. L’amore intercede e stringe patti con il Potere Eterno onde proteggere questo caro compagno. L’unione che si è così effettuata, e che accresce d’un nuovo valore ogni atomo della natura, (poichè essa trasmuta ogni filo di tutta la tela della relazione in un raggio d’oro, e immerge l’anima in un elemento nuovo e più dolce), è ancora uno stato temporaneo. Non sempre i fiori, le perle, la poesia, le dichiarazioni d’amore, e perfino il santuario in un cuore altrui, possono soddisfare l’anima spaventevole che abita la nostra argilla; essa si solleva alfine da queste tenerezze, si arma, ed aspira a scopi vasti e universali. L’anima che è nell’anima di ciascuno, agognando una beatitudine perfetta, scopre incongruenze, difetti, e mancanza di perfezione nella condotta dell’altra. Da ciò sorgono la sorpresa, la disputa ed il dolore. Pure ciò che trasse questi due esseri l’uno verso l’altro, furono segni di bellezza, segni di virtù; e queste virtù vi sono ancora per quanto oscurate. Esse appaiono e riappaiono, e continuano ad attrarre, ma la considerazione si volge, abbandona il segno e si attacca alla sostanza. Ciò ristora l’affezione ferita. In questo frattempo, mentre la vita scorre, essa sperimenta un giuoco di mutamenti e di combinazioni in tutti i possibili atteggiamenti dei coniugi, estorce le risorse di ciascuno di essi, e li rende reciprocamente edotti della loro forza e della loro debolezza. Perchè l’indole ed il fine di questa relazione è che essi rappresentino l’uno all’altro la razza umana. Tutto ciò che vi è al mondo, che è conosciuto o che dovrebbe esserlo, è sapientemente inoculato nel tessuto dell’uomo e della donna.

«La persona che l’amore ci dà,

Come la manna, ha in sè il gusto di tutte le cose».

Il mondo gira e le circostanze variano d’ora in ora. Gli angeli che abitano questo tempio del corpo, appaiono alle finestre, come anche vi appaiono i gnomi ed i vizi. I coniugi sono uniti dalle loro virtù: se esiste in loro la virtù, tutti i vizi sono riconosciuti come tali; ed essi li confessano e li fuggono. Il loro amore ardente d’una volta, col tempo s’acqueta nel loro petto, e perdendo in violenza guadagna in estensione, e l’accordo diviene perfetto. Essi si rassegnano, senza lagno, ai buoni uffici che reciprocamente sono col tempo obbligati a compiere, e trasmutano la passione, che prima non poteva perdere di vista l’oggetto amato, in un giocondo progresso dei loro disegni, siano essi presenti od assenti. Alla fine essi scoprono che tutto ciò che in principio li attirò, vale a dire gli adorati lineamenti, il magico giuoco degli incanti, era caduco, aveva un fine previsto, come l’impalcatura che servì a costrurre la casa; e la purificazione dell’intelletto e del cuore, d’anno in anno, è il vero matrimonio, preveduto e preparato dal principio, a loro insaputa. Se io prendo in esame lo scopo per il quale due persone, un uomo ed una donna, dotati di qualità differenti e relative, si racchiudono in una sola casa, per trascorrere in società nuziale quaranta o cinquant’anni, non mi meraviglio della forza con la quale il cuore profetizza questa crisi fin dalla prima infanzia; della bellezza con cui gli istinti infiorano l’alcova nuziale, nè dell’emularsi della natura, dell’intelligenza e dell’arte per portare doni e melodie all’epitalamio.

Così noi siamo spinti verso un amore, che non conosce sesso, persona o parzialità, ma che cerca la virtù e la sapienza ovunque, allo scopo di aumentare l’una e l’altra. Noi siamo per natura osservatori e per questo atti ad apprendere. Questo è il nostro stato permanente. Ma spesso siamo indotti a sentire che i nostri affetti sono solo i veli di una notte. Sebbene lentamente e con dolore gli oggetti delle affezioni mutino come mutano gli oggetti del pensiero, pure vi sono dei momenti in cui le affezioni regolano ed assorbono l’uomo, e fanno dipendere la sua felicità da una o più persone. Ma in istato di sanità lo spirito ricompare di nuovo, con la sua volta imponente, rifulgente di luci immutabili e gli ardenti amori ed i timori, che passarono sopra come nubi, perdono il loro carattere finito, s’uniscono con Dio, per raggiungere la loro propria perfezione. Noi però non dobbiamo temere di perdere qualche cosa con il progresso dell’anima; in essa possiamo confidare sino alla fine; poichè le cose che hanno la bellezza e il fascino di queste relazioni d’amore, possono esser seguite e supplite soltanto da cose più belle e per sempre.

SESTO SAGGIO AMICIZIA

Noi possediamo molto maggior bontà di quanto non si dica. Nonostante tutto l’egoismo che, come i venti dell’est, gela il mondo, l’intera famiglia umana è immersa nell’elemento d’amore come in un etere delicato. Quante persone non incontriamo nelle case, persone alle quali noi appena parliamo, e che pure onoriamo e che ci onorano! Quante ne vediamo nella strada od in chiesa e che silenziosamente ma cordialmente siamo lieti di incontrare! Leggete il linguaggio di questi raggi erranti dell’occhio: il cuore sa farlo.

L’effetto della largizione di questa affettività umana è una certa cordiale letizia. In poesia e nel linguaggio comune i moti di benevolenza e di compiacenza che sono sentiti verso gli altri, vengono paragonati agli effetti materiali del fuoco; queste irradiazioni interne sono altrettanto rapide però, anzi molto più rapide e più attive e più rallegranti. Esse, dal più alto grado dell’amore appassionato fino al più basso gradino della buona volontà, compongono la dolcezza della vita.

I nostri poteri intellettuali ed attivi aumentano con le nostre affezioni. Lo scolaro si siede per iscrivere, e tutti i suoi anni di meditazione non gli forniscono un solo pensiero capace di una felice espressione; ma se scrive una lettera ad un amico immediatamente legioni di pensieri gentili si levano da ogni parte con elette parole. Guardate in qualsiasi casa, dove dimorano la virtù ed il rispetto, quale palpito determini l’approssimarsi di uno straniero. — Uno straniero a noi raccomandato è atteso ed annunciato, ed una inquietudine che ha del piacere e del dolore invade tutti i cuori della famiglia. Il suo arrivo arreca quasi affanno ai buoni cuori, che vorrebbero dargli il benvenuto. La casa è spolverata, tutte le cose ritornano a posto loro, la vecchia giubba è cambiata con una nuova, e gli ospiti preparano un pranzo, se lo possono. Altri ci parlano di questo straniero raccomandato; e solo il buono ed il nuovo è udito da noi. Egli ci rappresenta l’umanità. Egli è ciò che noi desideriamo. Avendolo imaginato e vivificato, ci domandiamo come staremo in conversazione e in relazione con tale uomo, e siamo agitati da un vago timore. La stessa idea rialza la conversazione allorchè siamo con lui; infatti conversiamo meglio del solito, disponiamo d’una fantasia più viva, d’una memoria più ricca, ed il demonio del nostro mutismo ci abbandona per quel momento. Per lunghe ore possiamo rivelare una serie di comunicazioni sincere, graziose, ricche, tratte dalla più antica e più segreta esperienza, cosicchè quelli dei nostri familiari, che ci seggono vicino, proveranno una grata sorpresa per questa nostra insolita facondia. Ma così tosto come lo straniero incomincia a frammettere nella conversazione le sue preferenze, le sue definizioni, le sue debolezze, tutto è finito. Egli ha udito il principio, la fine ed il meglio di ciò che egli udrà da noi. Egli non è più uno straniero ora. La volgarità, l’ignoranza, ed i preconcetti sono vecchie conoscenze. Quando egli ritornerà, potrà avere l’ordine nella casa, il vestito nuovo ed il pranzo, — ma non il battito del cuore e le corrispondenze dell’anima.

Questi tratti d’affezione, che riaccendono di nuovo per me un mondo giovane sono graditi. Un giusto e fermo accordo di due, in un pensiero, in un sentimento, è delizioso. Come sono belli, nel loro avvicinarsi a questo cuore palpitante, i passi e gli aspetti dell’essere sincero e favorito da natura! Nel momento che noi lasciamo libero corso ai nostri affetti, la terra soggiace a metamorfosi; non c’è più inverno e non c’è più notte; tutte le tragedie, tutti gli affanni svaniscono, — e così tutti i doveri: nulla riempie l’eternità che trascorre, se non le forme raggianti delle persone amate. Sia l’anima persuasa che in qualche luogo dell’universo troverà la sua compagna, e sarà contenta ed allegra in solitudine per mille anni. Mi svegliai stamane con un divoto ringraziamento per i miei amici, i vecchi ed i nuovi. Non chiamerò io Iddio, il Bello, che giornalmente si rivela a me coi suoi doni? Io sfuggo la società, prediligo la solitudine, eppure non sono così ingrato da non vedere l’uomo saggio, il cortese, il magnanimo, quando di tempo in tempo passano davanti alla mia porta. Chi mi ode, chi mi capisce, diviene mio, diviene un possesso mio per sempre. Nè la natura è così povera che essa non mi dia talvolta questa gioia, e così intesso trame sociali mie proprie, e una nuova tela di relazioni; e allo stesso modo che molti pensieri successivi si sostanziano, così poco a poco io mi troverò in un mondo nuovo, di mia propria creazione, e non sarò più uno straniero o un pellegrino in un globo tradizionale. I miei amici vengono a me non cercati. Il grande Iddio me li diede. Per il più antico diritto, per la divina affinità della virtù con se stessa, io li trovo, o meglio non io ma la Divinità che è in me e che è in essi, la quale deride e abbatte i vigorosi baluardi del carattere individuale, delle relazioni, dell’età, del sesso, della circostanza, e fa di molti individui uno solo. Alti ringraziamenti vi debbo, eccellenti amatori, che rivelate a me nuove e nobili profondità del mondo e ampliate il significato di tutti i miei pensieri. Voi non siete rigide ed intirizzite persone, ma una nuova poesia di Dio — poesia senza impedimenti — siete inno, ode, epopea, ancora fluente e non già rappresa nei libri morti con annotazioni e glossario, ma siete Apollo e siete le Muse ancora inneggianti. E queste creature si separeranno da me o da qualcuna di loro? Io non lo so, ma non lo temo; perchè la mia relazione con esse è così pura, che noi ci teniamo uniti per semplice affinità; ed il Genio della mia vita è così socievole, che eserciterà la sua energia su chiunque sia nobile al pari di questi uomini e di queste donne, ed ovunque io sia.