Io confesso su questo punto un’estrema tenerezza naturale. È quasi pericoloso per me «il sorbire il dolce veleno del vino male usato» delle affezioni. Una nuova persona per me è un grande evento e mi impedisce di dormire. Io ho per l’addietro molto fantasticato intorno a due o tre persone che mi hanno dato delle ore deliziose; ma la gioia finì col declinar del giorno; essa non produsse alcun frutto; il mio pensiero non nacque da essa e la mia attività fu di poco modificata. Io debbo provare orgoglio per le buone doti del mio amico, come se fossero mie, e debbo provare come un selvaggio, delicato, palpitante senso di proprietà su le sue virtù. Io sento tanta gioia quando egli è lodato, quanta ne prova l’amante per gli applausi diretti alla sua fidanzata. Noi superstimiamo la coscienza del nostro amico. La sua bontà ci sembra migliore della nostra, la sua natura più bella, le sue tentazioni minori. La nostra fantasia innalza ogni cosa che è sua — il suo nome, il suo corpo, il suo vestito, i suoi libri, ed i suoi istrumenti. Il nostro stesso pensiero ci suona nuovo è più ampio dalla sua bocca.

Ed ancora la sistola e la diastola del cuore non sono senza analogia con il flusso ed il riflusso dell’amore. L’amicizia come l’immortalità dell’anima, è troppo nobile per essere creduta. L’amante contemplando la sua donna, dubita che essa non sia veramente quale egli la adora; e nelle auree ore dell’amicizia noi siamo sorpresi da ombre di sospetto e di miscredenza. Noi dubitiamo di donare al nostro eroe le virtù delle quali egli risplende, e di adorare poi la forma che noi abbiamo destinata per divina abitazione di esse. A rigor di termini, l’anima non rispetta gli uomini come rispetta se stessa. A rigor di scienza tutte le persone soggiacciono alla stessa condizione di un’infinita lontananza. Temeremo noi di intiepidire l’amor nostro coll’affrontare il fatto e col ricercare le fondamenta metafisiche di questo tempio Eliseo? Non sarò io un essere così reale come le cose che vedo? Se lo sono, non temerò di conoscerle per ciò che esse realmente sono. La loro essenza non è meno bella della loro apparenza, sebbene abbisognino organi più delicati per la percezione di quella. La radice della pianta non è spregevole per la scienza, anche se per fare dei mazzi e dei festoni noi tagliamo corto lo stelo. Io devo tuttavia tentare l’esposizione di un fatto ardito fra queste piacevoli fantasie, anche se esso apparirà nel nostro banchetto, come una mummia egiziana. Un uomo che sta stretto al suo pensiero, concepisce di se idee grandiose.

Egli è conscio di un successo universale, anche se conquistato con uniformi e particolari sconfitte. Nè preferenza, nè poteri, nè oro, nè forza, possono stargli a pari. Io non posso fare a meno di confidare più nella mia povertà che nella vostra ricchezza. Non posso rendere la vostra conoscenza equivalente alla mia. Solo la stella rifulge; il pianeta ha una debole luce, come quella della luna. Io sento ciò che voi dite delle ammirevoli doti e del provato carattere della persona che lodate, ma ben vedo che nonostante i suoi mantelli purpurei, non mi piacerà, a meno che egli sia un povero Greco, quale io sono. Io non posso negare, o amico, che l’immensa ombra del Fenomeno copre anche te, nella sua immensità screziata e variopinta, anche te, comparato col quale ogni altra cosa è ombra. Tu non sei l’Essere come la Verità è, come la Giustizia è; tu non sei la mia anima, ma una pittura ed una effigie di essa. Tu venisti a me tardi, eppure tu riprendi già il tuo cappello ed il tuo mantello. Forse che l’anima non produce amici, come l’albero produce foglie; e come l’albero con la germinazione di nuove gemme esclude le vecchie foglie, così l’anima non esclude i vecchi amici? La legge della natura è un’eterna alternativa. Ogni stato elettrico presuppone il suo contrario. L’anima si attornia di amici al fine di poter penetrare in una più grande conoscenza di sè o in una maggiore solitudine; e procede da sola per un tempo, onde innalzare la sua condotta o la sua società. Questo metodo si delinea in tutta la storia delle nostre relazioni personali. Sempre l’istinto dell’affezione nutre la speranza di unirsi coi nostri simili, e sempre il vigile senso dell’isolamento ci richiama. Così ogni uomo passa la sua vita ricercando l’amicizia; eppure se egli tenesse presente il suo vero sentimento potrebbe scrivere una lettera come questa ad ogni nuovo candidato del suo amore.

«Caro amico,

«Se io fossi sicuro di te, sicuro della tua capacità, sicuro che le nostre tendenze s’incontrassero, io prenderei in considerazione il tuo andare e venire. Io non sono molto saggio; il mio amore è facilmente conquistabile; io rispetto il tuo spirito; esso non è ancora stato da me scandagliato; pure non oso presumere in te una perfetta intelligenza del mio essere, e così tu mi sei un delizioso tormento. Tuo per sempre o giammai».

Pure questi piaceri inquieti e queste pene raffinate sono idonei per il nostro desiderio di cose nuove e non per la vita. Essi non debbon venire coltivati, perchè sarebbe un tessere una tela di ragno e non una stoffa. Le nostre amicizie si volgono a rapide e povere conclusioni perchè noi le abbiamo intessute di vino e di sogni anzichè della solida fibra del cuore umano! Le leggi dell’amicizia sono grandi, austere ed eterne, fatte con la stessa trama delle leggi della natura e della morale. Ma noi abbiamo aspirato ad un rapido e piccolo beneficio, per suggere una subitanea dolcezza. Noi strappiamo nel giardino di Dio il frutto lento, che abbisogna di molti estati e di molti inverni per maturare. Noi cerchiamo il nostro amico non religiosamente, ma con una passione adulterata, che vorrebbe appropriare lui a noi stessi. Invano. Noi siamo imbevuti d’un sottile antagonismo che, non appena c’incontriamo con lui, comincia a farci beffe e a tradurre tutta la nostra poesia in una prosa scipita. Quasi tutti gli uomini s’abbassano coll’incontrarsi. Ogni associazione deve essere un compromesso e, ciò che è peggio, il vero fiore e l’aroma di ogni bella natura scompare tosto che esse si avvicinano l’un l’altra. Quale perpetua delusione è la società attuale, anche quella dei virtuosi e dei favoriti! Dopo che gli incontri sono avvenuti in seguito a lunga preparazione, noi dobbiamo essere afflitti da saluti avversi, da improvvise ed inopportune apatie, da epilessie di spirito e di senso nei bei giorni dell’amicizia e del pensiero. Le nostre facoltà non ci rappresentano il vero e ciascuno si ristora con la solitudine.

Io dovrei essere uguale in ogni relazione. Non ha importanza il numero dei miei amici e la soddisfazione che io posso trovare nel conversare con essi, se uno solo v’è con cui io non sia uguale. Se io mi sono ritratto da una contesa, perchè impari, istantaneamente la gioia ch’io posso provare in tutto il resto diviene meschina e pusillanime. Io detesterei me stesso se allora io facessi degli altri miei amici il mio rifugio. «Il valente guerriero rinomato per le battaglie, vinto una volta dopo cento vittorie, è cancellato dal libro dell’onore e tutto il resto per cui egli faticò vien dimenticato».

La nostra impazienza è così acerbamente ripresa. Il timore e l’apatia sono un arrendevole riparo, nel quale un delicato organismo viene protetto da un prematuro germogliare. Esso si perderebbe, se conoscesse se stesso, prima che qualcuna delle anime migliori fosse matura abbastanza per comprenderlo ed affermarlo. Rispetta la lentezza della natura che indurisce il rubino in un milione d’anni e opera nell’infinita estensione del tempo, in cui le Alpi e le Ande vanno e vengono come arcobaleni! Il buon genio della nostra vita non ha paradiso che sia ricompensa della nostra precipitazione. L’amore che è l’essenza di Dio non esiste per la vanità, ma per il totale valore dell’uomo. Non si abbia nei nostri rapporti una fanciullesca voluttà, ma la dignità più austera, ed avviciniamo i nostri amici con un’audace fiducia nella lealtà dei loro cuori e nella saggia ed indistruttibile liberalità dei loro propositi.

Poichè è impossibile sottrarsi al fascino di questo argomento io tralascio per poco ogni considerazione intorno ai subordinati benefici sociali, per parlare di questa elevata e sacra relazione, che è una specie di assoluto e che abbandona il dubbio e comune linguaggio dell’amore tanto il suo è più puro e più divino.

Io non desidero trattare le amicizie delicatamente, ma con il più ruvido coraggio. Quando sono reali, esse non sono steli di cristallo o ricami di brina, bensì le più solide cose che noi conosciamo. Al presente, dopo tanti anni di esperienza, che cosa sappiamo noi della natura o di noi stessi? L’uomo non si è inoltrato d’un solo passo nella soluzione del problema del suo destino. L’intero universo degli uomini sta in una condanna all’imbecillità della mente. Ma la dolce gioia sincera e la pace, che io traggo da questa alleanza con l’anima d’un mio fratello, è il nocciolo, di cui ogni natura ed ogni pensiero non sono che il guscio e la corteccia. Felice è la casa che accoglie un amico! Essa può ben essere costrutta come un padiglione o un arco di festa per intrattenerlo anche un solo giorno. Più felice ancora se egli comprende la solennità di tale relazione e onora le sue leggi. L’amicizia non è un ozioso legame, non è un’occupazione domenicale. Colui che offre se stesso come candidato a tale accordo, si solleva come un Olimpico ai più alti gradi, dove convengono gli eletti del mondo. Egli propone se stesso per contese dove il Tempo, il Bisogno, il Pericolo sono in gara, e quegli solo è vincitore che ha nella sua costituzione vigore sufficiente da preservare la sua delicata bellezza dall’uso e dal contatto di tutte queste cose. I doni della fortuna posson essere presenti o assenti, ma tutto lo svolgersi di tale lotta dipende dalla intrinseca nobiltà e dal disprezzo per le cose insignificanti. Ci sono due elementi che concorrono a formare l’amicizia ed entrambi così sovrani, ch’io non posso scoprire nell’uno, superiorità o ragioni tali da esser nominato prima dell’altro. Uno di essi è la Lealtà. Un amico è una persona con la quale io posso esser sincero; dinanzi a lui io posso pensare ad alta voce. In sua presenza io mi trovo con un uomo così reale ed uguale a me, da potere smettere quelle vilissime abitudini di dissimulazione, di cortesia e di secondo pensiero, che gli uomini mai abbandonano; ed io posso trattare con lui con quella semplicità, con la quale un atomo chimico si unisce ad un altro atomo. La sincerità, come i diademi e l’autorità, è la voluttà concessa solo alle più alte classi, che possono dir la verità, non avendo alcuno al disopra da riverire od a cui conformarsi. Ogni uomo solo è sincero; l’ipocrisia comincia all’arrivo di un secondo uomo. Noi evitiamo e sfuggiamo l’approccio del nostro simile per mezzo dei complimenti, delle chiacchiere, degli affari e dei diletti. Noi celiamo il nostro pensiero a lui sotto mille pieghe. Io conobbi un uomo che sotto il dominio d’una certa religiosa frenesia si spogliava di questo drappeggio, ed omettendo ogni complimento ed ogni luogo comune, parlava alla coscienza di ciascuno con grande penetrazione e bellezza. Dapprima gli si resisteva e tutti ammettevano che egli era pazzo. Ma persistendo (ed egli in verità non poteva far altrimenti) e per qualche tempo in questa linea di condotta, egli ottenne il vantaggio di trascinare ogni uomo di sua conoscenza a relazioni sincere. Nessun uomo mai avrebbe pensato di mentire con lui o d’intrattenerlo con delle chiacchiere da mercato o da gabinetto di lettura. Ma ciascuno era costretto da tanta sincerità a guardarlo nel viso, ed a rivelargli quale amore di natura, quale poesia, quale simbolo di verità egli possedesse. Ma alla maggior parte di noi la società non mostra il suo viso ed il suo occhio, ma il suo fianco ed il suo dorso. Contrarre relazioni sincere con gli uomini in una falsa età, è segno di pazzia, non è vero? Raramente noi possiamo andare dritti allo scopo. Quasi ogni uomo che incontriamo richiede qualche riguardo, richiede di essere rallegrato; egli ha qualche rinomanza, qualche talento, qualche capriccio religioso o filantropico nel suo capo, che non deve essere discusso, e che impedisce ogni rapporto con lui. Ma un amico è uomo equilibrato, che addestra me e non la mia abilità d’invenzione. Il mio amico s’intrattiene con me senza pretendere ch’io m’avvilisca o balbetti o mi camuffi. Un amico, pertanto, è una specie di paradosso in natura. Io che sono solo, io che nella natura non vedo nulla la cui esistenza io possa affermare con uguale evidenza della mia, io contemplo l’immagine del mio essere, in tutta la sua altezza e varietà riprodotta in una forma che non è la mia; cosicchè un amico può ben essere riconosciuto il capolavoro della natura.