La nostra impazienza ci spinge ad unioni stupide ed inconsiderate, che nessun Dio protegge. Invece persistendo nella vostra via, anche se perdete il poco, guadagnerete il molto. Voi a questo modo vi palesate in maniera da mettervi al sicuro da false relazioni, e vi attirate gli eletti del mondo — quei rari pellegrini, dei quali solo uno o due vagano nella natura contemporaneamente, e davanti a cui tutto quanto è volgare si mostra semplicemente come spettro ed ombra.

Stolto è il timore di rendere i nostri legami troppo spirituali, come se in tal modo potessimo perdere qualsiasi amore genuino. Qualunque sia la correzione che noi facciamo alle nostre opinioni popolari per mezzo di una più intima conoscenza, noi dobbiamo esser sicuri che la natura ci soccorre, che ci ripagherà largamente di qualche gioia sottratta. Sentiamo l’assoluto isolamento dell’uomo! Noi siamo sicuri di avere tutto in noi. Andiamo in Europa, seguiamo delle persone, leggiamo dei libri, ma con la fede istintiva che questi rivelano noi a noi stessi. Accattoni tutti! Gli uomini sono come noi siamo; l’Europa è un vecchio scolorito vestito di persone morte ed i libri sono i loro spettri. Lasciamo perire questa idolatria. Rinunciamo a questo accattonaggio. Diciamo addio perfino ai nostri più cari amici, e apostrofiamoli dicendo: «Chi siete voi? Lasciatemi. Non voglio più essere dipendente. Ah! non vedi, fratello, che noi così ci dividiamo solamente per ritrovarci in un punto più alto, e solamente per essere più uno dell’altro, perchè noi apparterremo più a noi stessi?» Un amico ha il viso di Giano Bifronte; egli guarda il passato ed il futuro. Egli è il figlio di tutte le mie ore passate, il profeta di quelle future ed il precursore di un amico più grande; poichè è proprietà del divino, l’essere riproduttivo.

Io agisco allora coi miei amici come coi miei libri. Li avrò dove posso trovarli, ma li userò raramente. Noi dobbiamo avere la società, regolata dalle condizioni dettate dai noi stessi, ed ammetterla od escluderla per la più leggera causa. Io non posso permettermi di parlare molto con il mio amico. Se egli è grande, egli mi fa così grande che non posso discendere per conversare. Nei grandi giorni i presentimenti svolazzano davanti a me nel firmamento. Io dovrei allora dedicarmi ad essi. Io entro ed esco per poterli afferrare; e solo temo di perderli se indietreggiano nel cielo, nel quale sono ora soltanto un punto di luce più brillante. Allora, sebbene stimi i miei amici, non posso conversare con loro e studiare le loro visioni, onde non perdere le mie. Certamente il tralasciare queste alte osservazioni, questa astronomia spirituale o questa ricerca di stelle, e lo scendere verso simpatie cordiali con voi mi concederebbe una certa gioia familiare; ma allora io, ben lo so, compiangerei per sempre lo svanire delle mie possenti divinità. È pur vero che la settimana prossima avrò tristi momenti, nei quali io potrò occuparmi di obbietti estranei; allora rimpiangerò la perduta letteratura della vostra mente, e desidererò di ritrovarvi ancora al mio fianco. Ma se voi verrete, forse empirete soltanto ed ancora la mia mente di nuove visioni; non di voi stessi, ma della vostra vanità; io non sarò più atto di quanto lo sia ora a conversare con voi e dovrò rendere ai miei amici questa fuggevole corrispondenza. Io riceverò da essi, non ciò che essi hanno, ma ciò che essi sono. Essi mi daranno ciò che in realtà essi non possono darmi, ma ciò che irradia da loro. Ma essi non mi legheranno con alcun altro rapporto meno sottile e puro. Noi ci incontreremo come se non ci incontrassimo, e ci lasceremo come se non ci lasciassimo.

Ultimamente mi sembrò più possibile di quanto io pensassi l’avere una grande amicizia da una parte, senza esserne corrisposto dall’altra. Perchè dovrei amareggiarmi con il triste fatto che chi riceve non è degno di ricevere? Il sole non è per nulla turbato se alcuni dei suoi raggi cadono vanamente in qualche luogo ingrato, e se solo una piccola parte cade sulla superficie riflettente del pianeta. Serva la vostra grandezza ad educare il compagno rude e freddo. Se egli non è pari a te, egli se n’andrà; ma tu sei ingrandito dalla tua propria luce, e non sarai più compagno per le rane ed i vermi, ma ti innalzerai e arderai con gli dei dell’empireo. Si crede che l’amore non corrisposto sia una sciagura. Ma i grandi vedranno che il vero amore non può essere corrisposto. L’amore vero trascende in breve l’oggetto indegno e si sofferma nell’eterno, e quando la povera maschera frapposta si sgretola, non si rattrista, ma si sente liberato da altrettanta polvere, e gioisce maggiormente della sua indipendenza. Pure queste cose possono appena dirsi senza una specie di tradimento per le relazioni dell’amicizia. L’essenza dell’amicizia è l’integrità, la magnanimità e la fiducia. Essa non deve aver sospetti o preveggenze di possibili infermità. Essa tratta il suo oggetto come un Dio, affinchè esso possa deificare entrambi.

SETTIMO SAGGIO PRUDENZA

Quale diritto ho io di scrivere intorno alla Prudenza, che poca ne ho e quella poca di specie negativa? La mia prudenza consiste nell’evitare le cose e nel farne senza, ma non nell’inventare mezzi e metodi, non in un destro governo, non in un adeguato riparo a quelle. Io non so spender bene il denaro, non ho spirito di economia, e chiunque vede il mio giardino, pensa che io deva avere qualche altro giardino. Eppure amo i fatti, odio l’instabilità e la gente senza percezione: onde io ho lo stesso diritto di scrivere della prudenza, come di scrivere della poesia e della santità. Noi scriviamo per desiderio od avversione come per esperienza. Noi dipingiamo quelle qualità che non possediamo. Il poeta ammira l’uomo d’energia e l’uomo di guerra; il mercante educa il figlio per la chiesa od il tribunale: e quando l’uomo non è vano e pieno di sè voi comprenderete ciò che egli non ha dalle cose che egli loda. Inoltre sarebbe appena onesto da parte mia, il non bilanciare le belle parole liriche d’Amore ed Amicizia con parole di più ruvido suono, e non riconoscere di passaggio la mia reale e costante obligazione ai miei sensi.

La prudenza è la virtù dei sensi. Essa è la scienza delle apparenze. È l’azione più esterna della vita interna. È Dio che pensa per il bruto. Essa muove la materia secondo le leggi della materia. Essa è lieta di ricercare la salute del corpo conformandosi alle condizioni fisiche, e la salute della mente conformandosi alle leggi dell’intelletto.

Il mondo dei sensi è un mondo di sembianze, esso non esiste per sè, ma ha un carattere simbolico; ed una prudenza vera o «legge delle apparenze» riconosce la simultanea presenza di altre leggi, sa che il suo proprio ufficio è subalterno e sa di agire su una superficie e non in un centro. La prudenza è falsa quando è separata; è legittima quando è la Storia Naturale dell’anima incarnata; quando essa spiega la bellezza delle leggi dentro la stretta cerchia dei sensi.

Vi sono nella conoscenza del mondo successivi stadî di progresso. È sufficiente al nostro scopo presente l’indicarne tre: una classe vive per l’utilità del simbolo, stimando la salute e la ricchezza un bene finale: un’altra classe vive, al disopra di questo grado, per la bellezza del simbolo, come il poeta, l’artista, il naturalista e lo scienziato: una terza classe vive, al disopra della bellezza del simbolo, per la bellezza della cosa significata: questi sono i saggi. La prima classe possiede il buon senso; la seconda, il gusto e la terza, la percezione spirituale. Una volta che dopo lungo tempo un uomo ha sorpassati tutti i gradi, e vede e gioisce fortemente del simbolo, allora ha una chiara visione della sua bellezza, ed infine mentre egli innalza la sua tenda su questa isola vulcanica e sacra della natura, non si propone di costrurre case e granai, ma solo di adorare lo splendore di Dio, che egli vede sfolgorare attraverso ogni spiraglio ed ogni crepaccio.

Il mondo è ripieno di proverbi e di azioni derivate da una vile prudenza che è devozione alla materia, come se noi non possedessimo altre facoltà all’infuori del gusto, dell’odorato, del tatto, della vista e dell’udito; una prudenza che adora la regola del tre, che mai sottoscrive, che mai dà, che impresta raramente, e che per qualsiasi progetto fa una domanda sola: «Produrrà del pane?» Questa è una malattia simile allo ispessirsi della pelle, finchè gli organi vitali sono distrutti. Ma la sapienza, che rivela l’eccelsa origine del mondo visibile, e che aspira come méta alla perfezione dell’uomo, riconduce ogni altra cosa, come la salute e la vita corporea, allo stato di semplici mezzi. Essa vede nella prudenza non una facoltà a sè, ma un nome per la saggezza e per la virtù poste in relazione con il corpo ed i suoi bisogni. L’uomo côlto sente e pensa che una grande fortuna, il compimento di provvedimenti civili o sociali, un grande dominio personale, un’abilità piacevole od importante, hanno il loro valore come prove dell’energia dello spirito. Se un uomo perde il suo equilibrio e s’immerge in qualsiasi commercio o in qualsiasi piacere senza altro scopo che il piacere od il commercio, può divenire una buona ruota od un buon spillo, ma non un uomo côlto.