La prudenza spuria, che pone come méta i sensi, è il dio degli imbecilli e dei codardi, e tema d’ogni commedia. Essa è oggetto di scherno della natura e pur anco della letteratura. La prudenza vera limita questo sensualismo ammettendo la conoscenza d’un mondo interno e reale. Una volta acquistata questa conoscenza — l’ordine del mondo e la distribuzione degli affari e del tempo essendo studiati con la simultanea percezione del loro posto rispettivo, — essa compenserà ogni grado della vostra attenzione. Perchè la nostra esistenza, così apparentemente legata in natura al sole ed alla luna ed ai periodi che essi segnano; così suscettibile al clima e al paese; così vigilante del bene e del male sociale; così amante dello splendore, e così sensibile alla fame ed al freddo, impara le sue prime lezioni fuori di questi libri.
La prudenza non va dietro alla natura e non domanda donde venga. Essa prende le leggi del mondo dalle quali è condizionato l’essere dell’uomo, così come esse sono e le mantiene per poter godere del loro beneficio. Essa rispetta lo spazio ed il tempo, il clima, il bisogno, il sonno, la legge di polarità, l’accrescimento e la morte. Rispetta i primi, perchè in essi il sole e la luna, i grandi formalisti del cielo, con le loro rivoluzioni segnano i limiti e i periodi dell’uomo; rispetta gli ultimi perchè in questi giace la materia bruta, che non si scosterà dalla sua funzione chimica. Ecco un globo, cinto e attraversato da leggi naturali, difeso e diviso esternamente da partizioni civili e da civili proprietà, che impongono nuove restrizioni al giovine abitante.
Noi mangiamo il pane che cresce nel campo. Noi viviamo dell’aria che s’agita intorno a noi, eppure noi siamo avvelenati dall’aria, quand’è troppo fredda o troppo calda, troppo secca o troppo umida. Il tempo che si mostra così indivisibile e divino nel suo venire, è diviso da noi e speso in inezie e brano a brano: ad es.: una porta dev’essere verniciata; una serratura dev’essere riparata; ho bisogno di legna, olio, farina o sale; vi è fumo nella casa; io ho mal di capo; poi viene l’imposta; poi un affare combinato con un uomo senza cuore o senza cervello; poi il pungente ricordo di una parola ingiuriosa o maldestra — ... a questo modo si consumano le ore. Facciamo ciò che vogliamo, l’estate avrà le sue mosche: se camminiamo nei boschi, dobbiamo ingoiare dei moscerini; se andiamo a pescare, dobbiamo attenderci di inumidire il vestito. Così il clima è un grande impedimento per le persone pigre. Spesso risolviamo di non occuparci più del tempo, pure osserviamo ancora le nuvole e la pioggia.
Queste piccole esperienze ci rivelano che cosa è che consuma le ore e gli anni. Il suolo inospitale ed i quattro mesi di neve fanno l’abitante della Zona temperata del Nord più saggio e più abile del suo fratello, che gode il sorriso costante dei tropici. L’isolano può vagare tutto il giorno a piacimento; di notte egli può dormire sopra una stuoia al chiaror della luna, e ovunque una pianta di datteri cresce, la natura gli ha preparato, senza che egli nemmeno lo richiedesse, una tavola pronta per la sua colazione. L’abitante del Nord è forzatamente amante della sua casa. Egli deve farsi la sua birra, salare, cuocere e conservare il suo alimento ed ammucchiare la legna ed il carbone. Ma siccome nessun sforzo può esser fatto senza ottenere qualche nuova familiarità con la natura; e siccome la natura è inesauribilmente espressiva, gli abitanti di questi climi hanno sempre sorpassato in forza gli abitanti del Sud. Il valore di queste cose è tale che un uomo pur conoscendo altre cose, non saprà mai troppo intorno a queste. Abbia egli adunque percezioni esatte. Se egli ha delle mani, le usi; se ha degli occhi misuri e scruti; accolga e metta in serbo ogni fatto di chimica, di storia naturale e di economia politica. Il tempo fornisce sempre occasioni, che discoprono il valore di queste cose. Una qualche saggezza scaturisce da ogni azione semplice e naturale. Il servo, che nessuna musica ama quanto quella dell’orologio della cucina o quanto le arie che i pezzi di legno cantano ardendo nel focolare, ha dei godimenti che nessun’altra persona mai sognerebbe. L’applicazione del mezzo al fine assicura la vittoria non meno in una fattoria od in una officina che nella tattica di un partito o di una guerra. Il buon contadino trova il metodo, utile nell’accatastare legna sotto una tettoia o nella disposizione della frutta nella cantina, come nelle campagne Peninsulari o nelle file del Dipartimento di Stato. Nei giorni piovosi egli costruisce una panca ed adopra la sua cassetta di utensili ch’è nell’angolo del granaio, cassetta provvista di chiodi, pinze, seghe, cacciavite e scalpelli: con ciò egli gusta una vecchia gioia della gioventù e della fanciullezza, gusta l’amore pari a quello del gatto per i granai, per le guardarobe, per i solai e per le comodità determinate da una lunga dimora: ed ancora il suo giardino ed il suo pollaio gli raccontano molti aneddoti piacevoli. Si potrebbe trovare argomento d’ottimismo nell’abbondante sorgente di questo dolce elemento di piacere, in ogni sobborgo ed in ogni estremità del buon mondo. Mantenga un uomo la sua legge, — qualunque essa sia — e la sua via sarà florida di soddisfazioni. V’è più differenza nella qualità dei nostri piaceri che nella quantità.
D’altra parte la natura punisce qualsiasi noncuranza della prudenza. Se voi pensate che i sensi siano fine a se stessi, ubbidite alla loro legge. Se credete nell’anima non attaccatevi alla dolcezza sensuale, prima che sia maturata sul lento albero di causa od effetto. Trattare con uomini di percezione rilassata ed imperfetta è aceto agli occhi. Si narra che il dottor Johnson abbia detto: «Se un ragazzo dice d’aver guardato fuori da questa finestra, mentre invece egli ha guardato fuori da quella, frustatelo». Il nostro carattere americano è contraddistinto da un piacere più che mediocre per una giusta percezione, e ciò viene dimostrato dall’uso comunissimo della frase «Nessun errore!» Ma il disagio della inesattezza, della confusione di pensiero circa i fatti, della noncuranza per i bisogni del domani, non è cosa peculiare di una nazione. Le belle leggi del tempo e dello spazio, quando sono disorganizzate dalla nostra inettitudine diventano spelonche e tane. Se l’alveare è disturbato da mani audaci e stupide non produrrà miele, ma lancierà su noi le api. Le nostre azioni per essere belle devono essere opportune. Un suono gaio e piacevole è quello delle falci affilate dai falciatori nelle mattine di giugno; eppure che cosa vi è di più triste di quello stesso suono in una stagione troppo avanzata per falciare il fieno?
Gli uomini di poco cervello sciupano molto più che non i loro propri affari sciupando le naturali disposizioni di coloro, che trattano con essi. Io ho letto qualche giudizio critico sull’arte del dipingere, di cui mi ricordo quando vedo uomini senza risorse ed infelici, che non sono leali con i loro sensi. L’ultimo granduca di Weimar, uomo di intelligenza superiore, disse: «Ho osservato qualche volta dinanzi a grandi opere d’arte e specialmente ora in Dresda, quanto una certa proprietà contribuisca a quell’effetto che dà vita alle figure e dà alla vita irresistibile senso di verità. Questa proprietà sta nel trovare, in tutte le figure disegnate, il centro esatto di gravità, vale a dire, nel mettere le figure salde sui loro piedi, con le mani strette intorno a qualche cosa e con gli occhi fissi al punto cui dovrebbero guardare. Anche le figure inanimate come i vasi ed i mobili (siano disegnati sempre correttamente) perdono tutto l’effetto così tosto come ad essi manchi l’appoggio sul loro centro di gravità, ed acquistano una certa apparenza che ha dell’oscillante. Il Raffaello della Galleria di Dresda, (l’unica grande, commovente pittura che io abbia visto) è il più quieto ed il più composto quadro che potete immaginare: una coppia di santi che adorano una Vergine con il Bambino. Ciò nonostante esso produce un’impressione più profonda, che le contorsioni di dieci martiri crocifissi. Perchè, oltre a tutta l’irresistibile bellezza della forma, esso possiede nel più alto grado la proprietà della perpendicolarità di tutte le figure». Questa perpendicolarità è quella che noi richiediamo da tutte le figure nel nostro quadro della vita. Stiano esse sui loro piedi e non ondeggino o non oscillino. Distinguano esse fra ciò che ricordano e ciò che sognarono; dicano pala alla pala; ci diano dei fatti ed onorino con fede i loro sensi.
Ma quale uomo oserà tacciare un altro di imprudenza? Chi è prudente? Gli uomini che noi chiamiamo grandi sono in minor numero in questo regno. Vi è un certo spostamento fatale nella nostra relazione con la natura, che scompone il nostro modo di vivere, e fa di ogni legge il nostro nemico, e pare infine aver elevato lo spirito e le virtù del mondo alla meditazione della Riforma. Noi dobbiamo chiamare la più alta prudenza a consiglio, e domandare perchè la salute, la bellezza, il genio debbano ora essere l’eccezione anzichè la regola della natura umana. Noi non conosciamo le proprietà delle piante e degli animali e le leggi della natura mediante la nostra simpatia per essi; questo rimane il sogno dei poeti. La poesia e la prudenza dovrebbero compenetrarsi, così i poeti diverrebbero legislatori e la più audace ispirazione lirica non sarebbe rimprovero od ingiuria, ma promulgherebbe e guiderebbe il codice civile ed il lavoro giornaliero. Ma per ora le due cose sembrano irreconciliabilmente separate. Noi abbiamo violate leggi su leggi, fino a rimaner fra delle rovine, e siamo sorpresi quando per caso scopriamo una coincidenza fra la ragione ed i fenomeni. La bellezza dovrebbe essere il retaggio di ogni uomo e di ogni donna; ma ciò è raro. La salute e la sana costituzione dovrebbero essere universali. Il genio dovrebbe essere figlio del genio, ed ogni bimbo dovrebbe esserne ispirato; ma per ora quello non può essere predetto in alcun bambino, ed in nessun luogo esso è puro. Noi chiamiamo, per cortesia, genio certe parziali mezze luci; un certo talento, che si converte in denaro; un certo talento che brilla oggi affinchè possa pranzare e dormire bene domani; e così la società è amministrata da uomini di parte, come essi sono giustamente chiamati, e non da uomini divini. Questi usano i loro poteri per raffinare il lusso, non per abolirlo. Il genio è sempre ascetico ed è pietà ed amore. L’appetito si mostra alle anime più belle come una malattia, ed esse trovano la bellezza nei riti e nei termini, che gli fanno resistenza.
Noi abbiamo trovato dei bei nomi per coprire la nostra sensualità, ma nessun potere può elevare l’intemperanza. L’uomo d’ingegno affetta di chiamare triviali le trasgressioni alle leggi dei sensi e di non tenerne conto in rapporto con la devozione all’arte sua. La sua arte però gli rinfaccia di avergli mai insegnata la lascivia, nè l’amore al vino, nè il desiderio di raccogliere dove non aveva seminato. La sua arte vien meno per ogni affievolimento della sua santità, e vien meno per ogni difetto di senso comune. Su lui, che dileggiò il mondo, il mondo dileggiato porta la sua vendetta. Colui che disprezza le cose piccole, morrà per piccole e futili cose. Il Tasso di Goethe è un bel ritratto storico, ed è una vera tragedia. Quello di un centinaio di persone innocenti oppresse ed uccise da quel tirannico Riccardo terzo, non mi sembra dolore tanto vero quanto quello di Antonio e Tasso, che apparentemente retti entrambi, si fanno reciprocamente dei torti; l’uno vivendo secondo le massime di questo mondo, fedele e leale con esse; l’altro infiammato di sentimenti divini, ricercante ancora i piaceri del senso, senza sottomettersi alla sua legge. Questo è un dolore che tutti sentiamo, un nodo che non possiamo sciogliere; ed il caso del Tasso non è infrequente nella biografia moderna. Un uomo di genio, di temperamento ardente, insofferente delle leggi fisiche, indulgente con se stesso, diviene tosto infelice, querulo, un «parente noioso», una spina per se stesso e per gli altri.
Lo studioso ci fa arrossire per la sua vita a due facce. Quando qualcosa di più alto della prudenza è attivo, egli è ammirevole; quando il senso comune è necessario egli è un ingombro. Ieri Cesare non era così grande; oggi Giobbe non è così miserabile. Ieri era raggiante per la luce di un mondo ideale, nel quale egli viveva, primo degli uomini; ed ora, oppresso dal bisogno e dalla malattia, per i quali deve ringraziare se stesso, nessun uomo è povero tanto da fargli riverenza. Egli somiglia a quei consumatori d’oppio, che i viaggiatori ci descrivono quali frequentatori dei bazar di Costantinopoli, che girano tutto il giorno, gialli, emaciati, laceri; finchè giunta la sera, ed aperti i bazar vi s’introducono furtivamente, inghiottiscono la loro parte d’oppio e diventano sereni, gloriosi e grandi. E chi non ha assistito alla tragedia del genio imprudente, lottante per anni con terribili difficoltà pecuniarie, finchè cade in ultimo, abbattuto, esausto, senza alcun frutto, come un gigante ucciso a colpi di spillo?
Non è meglio che un uomo accetti le prime pene e le prime mortificazioni, che la natura non è lenta nell’inviargli, come preavviso che egli non deve attendere altro bene se non il giusto frutto del suo proprio lavoro e sacrificio? La salute, il pane, il clima, la posizione sociale, hanno la loro importanza, ed egli darà ad essi quanto è dovuto. Stimi egli la Natura come un perpetuo consigliere, e le perfezioni di essa una misura esatta dei nostri traviamenti. Faccia egli della notte notte, e del giorno giorno. Controlli le sue abitudini spendereccie. Osservi che tanta saggezza può usarsi nell’economia privata quanta in un impero, e quanta saggezza può trarsi da questa. Le leggi del mondo sono a lui espresse sopra ogni moneta che ha in mano. Nulla vi sarà per cui egli non si migliori sapendo, fosse anche la sapienza del Povero Riccardo; o la prudenza commerciale di comperare ad acri e vendere a piedi; o l’abilità dell’agricoltore di piantare un albero di tempo in tempo, perchè esso crescerà mentre egli dorme; o la prudenza che consiste nell’economizzare gli utensili, le piccole porzioni di tempo ed i piccoli guadagni. L’occhio della prudenza non si chiuderà mai. Il ferro, se tenuto in casa del fabbro, s’arrugginirà; la birra, se non fatta nelle volute condizioni di atmosfera, diverrà acida; il legname dei bastimenti marcirà in mare, o, se tratto a riva, diverrà secco, si aprirà, si torcerà; il denaro se tenuto da noi, non produrrà rendita e sarà soggetto alla perdita; se investito potrà essere soggetto al deprezzamento di quella speciale qualità di merce. Battete, — dice il fabbro — il ferro è bianco; tenete il rastrello — dice il contadino che raccoglie il fieno — vicino alla falce, come il carro altrettanto vicino al rastrello. Il nostro commercio americano è giudicato essere all’estremo opposto di questa prudenza; esso si salva con la sua attività. Esso prende i biglietti di banca buoni, cattivi, puliti, stracciati; e si salva per la velocità con la quale li fa circolare. Il ferro non può arrugginirsi nè la birra divenire acida, nè il legname marcire, nè le stoffe cessare di essere di moda, nè i titoli ribassarsi, in quei pochi rapidi momenti, cui lo Jankee permette che essi rimangano in suo possesso. Pattinando sul ghiaccio sottile la nostra salvezza consiste nella velocità.