Maometto.
Negli antichi drammaturghi inglesi e specialmente nei drammi di Beaumont e Fletcher vi è un costante riconoscimento della distinzione personale, come se una nobile condotta nella società del loro tempo fosse così facilmente rimarcata, come la differenza di colore nella nostra popolazione americana. Quando un Rodrigo o un Pedro o un Valerio entra, anche se è straniero, il duca o il governatore esclama: «Questo è un gentiluomo» — e gli prodiga infinite cortesie; ma tutto il resto è scoria e rifiuto. In armonia a questa deferenza verso le doti personali vi è nei loro drammi una certa impressione eroica di carattere e di dialogo — così in «Bonduca», «Sofocle», «l’Amante pazzo», e il «Doppio matrimonio», chi parla è così ardente e leale, ed ha tale saldezza di carattere, che il dialogo, per il più piccolo incidente aggiunto alla trama, s’innalza naturalmente a poesia. Fra i molti esempi prendiamo il seguente. Il romano Marzio ha conquistato Atene, tutto, eccetto gli invincibili spiriti di Sofocle, Duca d’Atene, e Dorigene sua moglie. La bellezza di costei infiamma Marzio, che cerca di salvarne il marito; ma Sofocle non impetra per la sua vita, certo che una parola lo salverebbe, e l’esecuzione di entrambi si approssima.
Valerio. Dà l’addio a tua moglie.
Sofocle. No, non voglio prendere congedo. Mia Dorigene, va; in alto, intorno alla corona d’Ariadne, il mio spirito aleggierà per te. Ti prego affrettati.
Dorigene. Rimani, Sofocle, — fascia con questa benda i miei occhi; la mia natura sensibile non sia così trasformata, nè perda la tenerezza del suo sesso gentile, con il farmi vedere il mio signore insanguinato. Così va bene; mai un oggetto contemplerò sotto il sole prima che il mio Sofocle: Addio; ora insegna ai romani come si muore.
Marzio. Sai tu che cosa è il morire?
Sofocle. Tu non lo sai, Marzio, e perciò non sai che cosa è vivere; morire è incominciare a vivere. È finire un lavoro vecchio, stantio e noioso ed incominciarne uno più nuovo e migliore. È abbandonare bugiardi e bricconi per il consesso degli dèi e del bene. Tu stesso dovrai al fine dipartirti da tutte le tue ghirlande, i tuoi piaceri, i tuoi trionfi, e provare allora ciò che sarà la tua fortezza.
Valerio. Ma non sei tu addolorato o crucciato di lasciare la tua vita così?
Sofocle. Perchè dovrei io addolorarmi o crucciarmi perchè sono mandato presso coloro, che maggiormente amai? Ora m’inginocchierò, ma col mio dorso a te rivolto; questo è l’ultimo omaggio che questo corpo può rendere agli dèi.
Marzio. Colpisci, colpisci, Valerio, od il cuore di Marzio salirà alle sue labbra; questo è un uomo e questa è una donna! Bacia il tuo signore, e vivete con tutta la libertà alla quale eravate avvezzi. O amore! Doppiamente tu mi hai afflitto con la virtù e con la bellezza. Perfido cuore, la mia mano tosto ti torrà dal mio petto, prima che tu distrugga questo nodo di pietà.