Valerio. Che cosa preoccupa il mio fratello?
Sofocle. Marzio, o Marzio, ora hai trovato un modo di conquistarmi.
Dorigene. Oh stella di Roma! Quale gratitudine può pronunciare delle parole conformi ad un’azione come questa?
Marzio. Questo ammirevole duca, Valerio, col suo disdegno della fortuna e della morte, cattivò se stesso ed ha cattivato me, e sebbene il mio braccio ha portato il suo corpo qui, la sua anima ha soggiogato l’anima di Marzio. Per Romolo, egli è tutto anima, io penso; Egli non ha carne, e lo spirito non può essere incatenato: onde nulla abbiamo conquistato; egli è libero, e Marzio è ora quello che è caduto in prigionia».
Io non ricordo facilmente alcun altro poema, dramma, sermone, novella od orazione, di cui si glorii la stampa negli ultimi anni, che salga a tanta altezza. Abbiamo molti flauti e ottavini, ma rare volte il clangore di una tromba. Eppure la Laodomia di Wordsworth, e l’ode di «Dione» e qualche sonetto hanno una certa nobile musica; e Scott talvolta disegna con buoni tratti, come il ritratto di Lord Evandale fatto da Balfour di Burley. Tommaso Carlyle, con il suo gusto naturale per ciò che è virile ed ardito in un carattere, non ha lasciato sfuggire alcun tratto eroico nelle pitture biografiche e storiche dei suoi favoriti. Prima di ciò, Roberto Burns ci ha dato un canto o due. Nelle «Miscellanee Harleiane» vi è la descrizione della battaglia di Lutzen che merita d’essere letta. E la Storia dei Saraceni di Simone Okley narra i prodigi del valore individuale con ammirazione, cosa tanto più significativa in rapporto al narratore, poichè egli sembra pensare che il suo posto nella cristiana Oxford richiegga da lui qualche giusta protesta d’odio. Ma se studiamo la letteratura dell’eroismo, giungeremo presto a Plutarco, che è il suo dottore ed istoriografo. A lui dobbiamo il Brasida, il Dione, l’Epaminonda, il Scipione, ed io penso che noi siamo più profondamente in debito di riconoscenza con lui che con tutti gli antichi scrittori. Ciascuna delle sue «Vite» è una confutazione della decadenza dell’animo, e della codardia dei nostri teorici religiosi e politici. Un selvaggio coraggio, uno stoicismo non di scuola ma di sangue, arde in ogni aneddoto, ed ha dato a quel libro la sua immensa rinomanza.
Noi abbisogniamo di libri fatti di questa virtù acerba e ristoratrice, più che di libri di scienza politica o di economia privata. La vita è una festa solo per il saggio. Vista dall’angolo del focolare della prudenza, essa ha una ruvida e pericolosa apparenza. Le violazioni delle leggi di natura da parte dei nostri predecessori e dei nostri contemporanei sono anche punite in noi. La malattia e la deformità intorno a noi fanno testimonianza dell’infrazione di leggi naturali, intellettuali e morali, e spesso testimonianza di violazione su violazione per produrre tale complessa miseria. L’infezione tetanica che ritorce l’uomo fino ai tacchi; l’idrofobia che lo fa latrare verso sua moglie ed i suoi bambini; la pazzia, che gli fa mangiare l’erba; la guerra, la peste, il colera, la carestia, indicano una certa ferocia della natura, che apparsa mediante il delitto umano, deve scomparire per mezzo dell’umana sofferenza. Disgraziatamente non esiste alcun uomo che non sia con la sua propria persona fino ad un certo punto partecipe del peccato e non si sia reso in tal modo soggetto ad una parte di espiazione.
La nostra coltura, pertanto, non deve tralasciare di armare l’uomo. Intenda egli a tempo debito d’esser nato in istato di guerra, e che il bene comune ed il suo proprio benessere richiedono che egli non vada danzando fra i campi della pace; ma cauto, fiducioso, sfidando nè temendo il tuono, prenda la vita e la riputazione nelle sue mani, e con perfetta urbanità sfidi la forca e la folla con l’assoluta sincerità del suo discorso e con la rettitudine della sua condotta.
L’uomo assume nel suo interno, verso tutti questi mali esterni, un’attitudine guerresca ed afferma la sua abilità di contendere da solo con l’infinita armata dei nemici. A questa attitudine soldatesca dell’anima noi diamo il nome di Eroismo. La sua forma più rude è quello sprezzo per la sicurezza e le comodità, che fa l’attrattiva della guerra. L’Eroismo è una fiducia in se stesso, che nella pienezza della sua energia e del suo potere di riparare i danni che possono seguire, sprezza i consigli della prudenza. L’eroe ha una mente di tale equilibrio, che nessun impedimento può scuotere il suo volere; ma piacevolmente, e per così dire, allegramente, egli avanza al suono della sua propria musica, uguale negli allarmi spaventevoli e nell’allegria folle della dissolutezza universale. Vi è nell’eroismo qualcosa di insano; vi è qualche cosa di non santo; par ch’esso ignori esservi altre anime fatte dello stesso suo tessuto; è superbo; è infine l’estremo della natura individuale. Ciò nonostante noi dobbiamo profondamente riverirlo. V’è qualche cosa nelle grandi azioni, che non ci consente di seguirle. L’eroismo sente e non ragiona mai, perciò è sempre dal lato del giusto; e sebbene un’educazione differente, una diversa religione, ed una maggiore attività intellettuale avrebbero modificato o perfino capovolta quella data azione, pure rispetto all’eroe, ciò che egli fa è il fatto più alto, immune dalla censura dei filosofi o dei teologi. È la confessione di un uomo incolto che trova in sè una qualità sprezzante del danno, della salute, della vita, del pericolo, dell’odio, del rimprovero, e conscio che il suo volere è più alto e più eccellente di tutti gli avversari presenti e possibili.
L’eroismo opera in contraddizione alla voce dell’umanità, e per un dato tempo, in contraddizione alla voce del grande e del buono. L’eroismo è l’obbedienza ad un impulso segreto del carattere di un individuo. A nessun altro uomo la saggezza del suo eroismo può apparire come a lui stesso, perchè deve supporsi che ogni uomo veda sulla propria via un poco più lontano di quanto non veda un altro qualsiasi. Per questo gli uomini giusti e saggi si adombrano al suo atto, fino a che un po’ di tempo è trascorso; dopo di che lo vedono all’unisono coi loro atti stessi. Tutti gli uomini prudenti osservano che l’azione è cosa affatto contraria ad una prosperità materiale; perchè ogni atto eroico misura se stesso con il suo disprezzo per qualche bene esterno. Ma esso trova alfine il suo coronamento, ed allora anche i prudenti lo acclamano.
La fiducia in se stesso è l’essenza dell’Eroismo. Esso è lo stato dell’anima in guerra, ed i suoi più reconditi obbietti sono l’estrema disfida del falso e dell’ingiusto ed il potere di sopportare tutto ciò che può essere inflitto da perversi agenti.