L’eroismo dice il vero, ed è giusto, generoso, ospitale, temperato, sprezzante dei piccoli calcoli, e sprezzante di essere sprezzato. Esso persiste; ha un’audacia indomita, e tale fortitudine da non esaurirsi mai. Esso si beffa delle piccolezze della vita comune. Quella falsa prudenza che si basa sulla salute e sulla ricchezza, è il centro, il bersaglio dell’eroismo. L’eroismo, come Plotino, è quasi vergognoso del suo corpo. Che dirà allora dei confetti, della toeletta, dei complimenti, delle discordie, dei giuochi e delle creme per cui si stilla il cervello tutta la società? Quali gioie ha serbate la gentile natura per noi, sue creature amate! Non pare esservi alcun intervallo fra la grandezza e la nullità. Quando lo spirito non è signore del mondo, ne è il suo zimbello. Eppure il piccolo uomo prende la piccola burla così innocentemente, opera in essa con tanta costanza e fede; nacque rosso e muore grigio, aggiustando così la sua toeletta, attendendo così alla propria salute, tendendo trappole per dolci alimenti e vini forti, lasciando così il suo cuore in un cavallo o in un fucile, felice di una piccola chiacchiera o di una piccola lode, che l’anima grande non può fare altro che ridere per tali serie stupidità. «In vero queste umili considerazioni mi riempiono d’amore per la grandezza. Quale disgrazia è per me il notare quanti paia di calze tu hai, e quante erano color di pesca; o di far l’inventario delle tue camicie, le une superflue e le altre usate!»

I cittadini che pensano secondo le leggi dell’aritmetica considerano gli inconvenienti del ricevere degli stranieri al loro focolare, calcolano appuntino la perdita del tempo ed il dispendio insolito: l’anima di grado più elevato rigetta questa intempestiva economia nei sotterranei della vita, e dice: «Io ubbidirò il Dio, ed il sacrifizio ed il fuoco egli provvederà». Ibn Haukal il geografo arabo ci dà l’estremo eroico dell’ospitalità in quella di Sogd nella Bokhara. «Quando ero in Sogd vidi un grande edifizio pari ad un palazzo, le cui porte erano aperte ed inchiodate al muro con dei grandi chiodi. Ne domandai la ragione e mi dissero che la casa non era stata chiusa, di notte o di giorno, da cent’anni. Gli stranieri possono presentarsi in qualsiasi ora, ed in qualsiasi numero; il padrone ha largamente provveduto per il ricevimento degli uomini e dei loro animali, e non è mai così felice come quando essi si fermano per qualche tempo. Nulla di simile ho visto in nessun altro paese». Gli uomini generosi sanno molto bene che coloro, i quali dànno tempo, denaro, ricovero allo straniero — se ciò è fatto per amore, non per ostentazione — mettono, per così dire, Dio in obbligo verso di loro, tanto perfetti sono i compensi dell’universo. In qualche modo il tempo, che pare loro di perdere, è ricuperato, e i disturbi, che pare loro di sopportare si ripagano da sè. Questi uomini soffiano nella fiamma dell’amore umano, ed innalzano il vessillo della virtù civile sull’umanità. Ma l’ospitalità deve essere data per rendere un servizio, e non per mostra, altrimenti essa avvilisce l’ospite. L’anima eroica si sente troppo in alto per credere che lo splendore della sua tavola o dei suoi panneggiamenti la innalzino. Essa dà ciò che ha, e tutto ciò che ha; ma la sua propria maestà può dare ad un pane d’avena ed all’acqua fresca una grazia migliore di quella che possono avere i banchetti della città.

La temperanza dell’eroe proviene dal suo stesso desiderio di non causare disonore alla sua dignità. Ma egli la ama per la sua eleganza, non per la sua austerità. Gli pare che non valga la pena di essere solenne per denunziare con amarezza l’uso di mangiar carne o di bere vino, l’uso del tabacco o dell’oppio o del thè o della seta o dell’oro. Un grande uomo appena sa come egli pranzi, come egli vesta, ma senza esagerazioni o rigori il suo modo di vivere è naturale e poetico. Giovanni Eliot, l’Apostolo Indiano, beveva acqua e diceva del vino: «È un liquore nobile e generoso, e dovremmo essere umilmente riconoscenti per esso, ma, per quanto io ricordi, l’acqua fu fatta prima del vino». Migliore ancora è la temperanza del Re Davide, che versò sul terreno, in olocausto al Signore, l’acqua che tre dei suoi guerrieri gli avevano portato per bere, a rischio della loro vita.

Si dice che Bruto, quando cadde sulla sua spada dopo la battaglia di Filippi, abbia citato una frase d’Euripide «Oh virtù, ti ho seguito durante tutta la vita, e ti trovo alfine solo un’ombra». Io non metto in dubbio che l’eroe sia calunniato da questa voce. L’anima eroica non abbandona il suo senso del giusto e la sua nobiltà. Non chiede di pranzar bene e di dormire al caldo. L’essenza della grandezza sta nel percepire che la virtù è sufficiente. La povertà è il suo ornamento. Essa non abbisogna dell’abbondanza e ne può sopportare molto bene la perdita.

Ma ciò che colpisce maggiormente la mia immaginazione nella classe degli eroi è la giocondità e l’ilarità che essi dimostrano. Quella del sopportare e del tentare con solennità è un’altezza, cui il dovere comune può giungere agevolmente, ma queste anime rare tengono l’opinione, il successo e la vita a così vil prezzo, che esse mai cercheranno di calmare i loro nemici con petizioni o parvenze di dolore, ma si sosterranno sempre con la loro abituale grandezza. Scipione, accusato di peculato, rifiuta di infliggere a se stesso l’onta di attendere per giustificarsi, sebbene avesse il rotolo dei suoi conti in mano, e lo straccia davanti ai tribuni. La condanna che Socrate fa di se stesso per essere stato tenuto in onore nel Pritaneo durante la sua vita, e la giocondità di Tommaso Moro sul patibolo, appartengono alla stessa serie di fatti. Nel «Viaggio per mare» di Beaumont e Fletcher, Giulietta dice al capitano ed ai suoi uomini:

Giul. Oh! schiavi, è in nostro potere l’impiccarvi.

Capit. Molto probabilmente; ed è in nostro potere l’essere impiccati, e sprezzarvi.

Queste risposte sono sonore e complete. Lo scherzo è la fioritura e la luce di una salute perfetta. Il grande non acconsentirà mai a prendere sul serio alcuna cosa; tutto deve essere gaio come il canto di un canarino, foss’anche la costruzione di una città o la distruzione di vecchie chiese e nazioni, che hanno ingombrato la terra per migliaia di anni. I cuori semplici mettono tutta la storia e i costumi di questo mondo alle loro spalle, e giuocano il loro giuoco con innocente sfida delle leggi del mondo; e se noi potessimo vedere la razza umana in visione, essa apparirebbe come dei piccoli bambini folleggianti tra loro; sebbene agli occhi della razza umana, essi portino una maestosa e solenne maschera di lavoro e d’autorità.

L’interesse che queste belle storie hanno per noi; il potere di un romanzo sopra un ragazzo, che afferra il libro proibito sotto il suo banco a scuola; la nostra simpatia per l’eroe, sono il fatto principale per il nostro proposito. Tutte queste grandi e trascendenti proprietà sono nostre. Se noi indugiamo nel contemplare l’energia greca, l’orgoglio romano, si è perchè noi stiamo già familiarizzandoci con questo stesso sentimento. Troviamo posto per questo grande ospite nelle nostre piccole case. Il primo passo verso l’eccellenza sarà quello di liberarci dalle nostre superstiziose associazioni di luogo e tempo, di numero e dimensione. Perchè le parole «Ateniese», «Romano», «Asia» ed «Inghilterra» devono risuonare così all’orecchio? Sentiamo alfine che dove vi è il cuore vi sono le muse e soggiornano gli dèi, e non in alcuna rinomata parte geografica. Voi pensate che Massachusetts, fiume Connecticut e baia di Boston, siano luoghi spregevoli perchè l’orecchio ama i nomi topografici stranieri e classici. Ma noi siamo in questi luoghi; soffermiamoci un poco, e potremo imparare che qui è il meglio. Tieni mente a ciò: tu sei in questo luogo, ed arte e natura, speranza e fato, amici, angeli e l’Essere Supremo non sono lungi dalla camera ove tu siedi. Epaminonda, non ci pare che abbisogni dell’Olimpo per andarvi a morire, nè della luce del sole di Siria. Egli giace molto bene dove egli si trova. Le Jerseys erano terre belle abbastanza per essere calpestate da Washington, e le strade di Londra, belle abbastanza per i piedi di Milton. Un grande uomo illustra la sua terra, e la rende cara all’immaginazione degli uomini, e la sua aria diviene l’elemento amato di tutti gli spiriti delicati. Il paese più bello è quello abitato dalle più nobili menti. Le pitture di cui si arricchisce l’immaginazione, leggendo le azioni di Pericle, Senofonte, Colombo, Bayardo, Sidney, Hampden, ci dimostrano quanto, senza necessità, è bassa la nostra esistenza; ci dimostrano che noi, con la profondità della nostra vita, dovremmo adornarla con splendori più che regali o nazionali, ed agire con principii che dovrebbero interessare l’uomo e la natura per tutta la durata dei nostri giorni.

Noi abbiamo visto od udito parlare di molti giovani straordinari, che non maturarono mai od i cui fatti nella vita reale non furono straordinari. Quando noi contempliamo i loro atteggiamenti o li sentiamo parlare di società, di libri, di religione, ammiriamo la loro superiorità, ed essi sembrano gettare il disprezzo sul nostro intiero stato politico e sociale; il loro è il tono di un giovane gigante, inviato a compiere rivoluzioni. Ma essi entrano in una professione attiva ed il Colosso in formazione si rimpicciolisce fino alle dimensioni comuni di un uomo. La magia che essi usavano consisteva nelle tendenze ideali, che fanno sempre ridicolo il presente; ma il mondo brutale fece le sue vendette dacchè essi misero i loro cavalli del sole ad arare i suoi solchi. Essi non trovarono esempi nè compagni; ed il loro cuore venne meno. E allora? L’insegnamento che essi diedero nelle loro prime aspirazioni è ancora vero; ed un miglior valore ed una più pura verità eseguiranno in un solo giorno la loro volontà e faranno vergognare il mondo. E perchè deve una donna paragonarsi ad una qualsiasi donna storica, e pensare che non avendo Saffo o Madame de Sévigné o Madame De Stäel, o le anime claustrali che hanno avuto genio e cultura soddisfatto l’immaginazione e la serena Temi, nessuna lo può — e certamente non essa? Perchè no? Essa ha da sciogliere un problema nuovo e mai tentato, e forse quello della più felice natura, che sia mai fiorita. La giovinetta, con anima fiera, cammini serenamente per la sua via, accetti l’ammonimento d’ogni nuova esperienza, volta a volta sperimenti tutti i doni che Dio le offre, affinchè possa apprendere il potere e la bellezza del suo essere nuovamente risorto, simile all’accendersi di una nuova aurora nelle profondità dello spazio. La bella fanciulla, che rigetta ogni intervento mediante una decisa ed orgogliosa scelta di poteri, noncurante di piacere, volenterosa ed altera, ispira ad ogni osservatore qualcosa della sua stessa nobiltà. Il cuore silenzioso la incoraggia: «Oh amica, non ammainare le vele per timore. Entra nel porto maestosamente, o fa vela con Dio sui mari. Non invano tu vivi, poichè ogni occhio è rallegrato e purificato dalla tua visione.»