V’è una differenza fra l’una e l’altra ora della vita, per il loro valore ed i loro effetti. La nostra fede viene di tratto in tratto; il nostro vizio è costante. Pure vi è una profondità in questi brevi momenti, che ci spinge ad ascrivere maggior realtà ad essi che a qualsiasi altra cosa sperimentata. Per questa ragione l’argomento che si fa innanzi per imporre il silenzio a coloro che concepiscono speranze straordinarie per l’uomo, vale a dire, l’appello all’esperienza, è debole e vano. Una più potente speranza abolisce la disperazione. Noi abbandoniamo il passato a colui che ci muove delle obbiezioni, e continuiamo a sperare. Egli deve spiegare questa speranza. — Noi ammettiamo che la vita umana è vile; ma come scoprimmo che essa è vile? Quale è la base di questo nostro disagio, di questo nostro malcontento? Che cosa è il senso universale del bisogno e dell’ignoranza, se non un cenno delicato per mezzo di cui la grande anima muove il suo immenso reclamo? Perchè gli uomini sentono che la Storia naturale dell’uomo non fu mai scritta, che tralascia sempre ciò che voi avete detto di lui, che invecchia, e che i libri di metafisica sono privi di valore? La filosofia di seimila anni non ha indagato nei recessi e nei depositi dell’anima. Nelle sue esperienze rimase sempre, in ultima analisi, un residuo che non potè risolvere. L’uomo è un corso d’acqua, la cui sorgente è nascosta. Il nostro essere discende sempre, non sappiamo donde. Il più esatto calcolatore non ha la prescienza che qualcosa d’incalcolabile possa nell’attimo seguente distruggere i suoi calcoli. Io sono costretto ogni momento a riconoscere agli eventi un’origine più alta che la volontà che chiamo mia.
Come per gli eventi, così è anche per i pensieri.
Quando io osservo quel fiume scorrente, che, venendo da regioni che io non vedo, versa per un momento le sue acque in me, io sento d’essere uno che riceve; sento di essere non una causa, ma uno spettatore sorpreso di quest’acqua eterna: io sento che desidero ed attendo, e mi pongo nell’attitudine del ricevere, ma pure sento che tali visioni vengono da un’energia a me estranea.
La Suprema Critica degli errori del passato e del presente e il solo annunziatore di ciò che deve essere, è quella grande natura, nella quale ci riposiamo, come si riposa la terra nelle molli braccia dell’atmosfera; quell’unità, quella superanima, dentro la quale l’essere particolare di ogni uomo è contenuto e fatto uno solo con tutti gli altri; quel cuore comune, di cui ogni sincero discorso è adorazione, per il quale ogni azione giusta è sottomissione; quella realtà onnipossente, che svela i nostri inganni e le nostre disposizioni mentali; che obbliga ciascuno a passare per ciò che realmente è, ed a parlare in corrispondenza al suo carattere e non alla sua lingua; che sempre più tende a passare nel nostro pensiero e nelle nostre mani, e divenire saggezza, virtù, potere e bellezza. Noi viviamo grado a grado e separatamente, in parti e particelle. Frattanto nell’interno dell’uomo vi è l’anima del tutto, il saggio silenzio e la bellezza universale, a cui ogni parte ed atomo sono ugualmente riferiti; infine l’eterno Uno. E questa immensa potenza nella quale viviamo, e la cui beatitudine è accessibile a noi, non è solo sufficiente a se stessa e perfetta in ogni ora, ma in essa l’atto di vedere e la cosa veduta, lo spettatore e lo spettacolo, il soggetto e l’oggetto sono uno. Noi vediamo il mondo parte per parte, come il sole, la luna, l’animale, l’albero; ma il tutto, di cui queste sono le parti brillanti, è l’Anima. È soltanto con la luce di tale Sapienza che può essere letto l’oroscopo delle età, ed è soltanto con il ritornare ai nostri pensieri migliori, con l’arrenderci allo spirito di profezia, innato in ogni uomo, che noi possiamo sapere che cosa essa dica. Le parole d’ogni uomo, che parla vivendo una tal vita, devono suonare vuote a quelli che per parte loro non abitano nello stesso pensiero. Perciò io non oso parlare. Le mie parole non portano con sè il loro augusto senso; esse cadono impotenti e fredde. Se fossero inspirate da quella saggezza, guardate! esse sarebbero liriche e dolci ed universali come l’innalzarsi del vento. Pure io desidero, anche con parole profane se non posso usare quelle sacre, indicare l’empireo di questa divinità, e riferire quali ammonimenti ho raccolto dalla trascendente semplicità ed energia della più Alta Legge.
Se noi consideriamo che cosa succede nella conversazione, nel rimorso, nelle ore di passione, nelle sorprese, nella formazione dei sogni, dove spesso ci vediamo trasvestiti — (gli strani trasvestimenti magnificano ed innalzano solo un elemento reale, imponendolo alla nostra attenzione) noi troveremo molti indizi che s’amplieranno e ci illumineranno nella conoscenza dei segreti della natura. Tutto tende a dimostrare che l’anima dell’uomo non è un organo, ma vita e moto per tutti gli organi; non è una funzione, come il potere della memoria, del calcolo, della comparazione, ma usa di queste funzioni come di mani e di piedi; non è una facoltà, ma una luce, non è l’intelletto o la volontà, ma quella che regge l’intelletto e la volontà; è il fondo del nostro essere, sul quale tutto giace; un’immensità infine non posseduta e che non può essere posseduta. Una luce brilla attraverso di noi sulle cose, e ci insegna che noi siamo nulla, ma che la luce è tutto. Un uomo è la facciata di un tempio, in cui abita tutta la sapienza e tutto il bene. Ciò che noi comunemente chiamiamo «uomo», l’uomo che mangia, che beve, che pianta, che canta, non si presenta come noi lo conosciamo, ma dà una cattiva immagine di sè. Noi non lo rispettiamo, ma se egli lasciasse apparire l’anima attraverso la sua azione, l’anima di cui è l’organo, ci farebbe cadere in ginocchio. Quando essa respira attraverso il suo intelletto, allora è genio; quando respira attraverso la sua volontà, è virtù; quando irrompe attraverso le sue affezioni, è amore. E la cecità dell’intelletto e la debolezza della volontà incominciano quando l’intelletto e l’individuo voglian avere un loro proprio valore. Ogni riforma tende a permettere all’anima di aprire le sue vie attraverso di noi; in altre parole ad indurci all’obbedienza.
Ogni uomo è talora sensibile a questa purissima spirituale natura. Il linguaggio non può dipingerla con i suoi colori; essa è troppo fine. Essa è indefinibile, incommensurabile, ma noi sappiamo che essa ci pervade e ci contiene. Noi sappiamo che tutto l’essere spirituale è contenuto nell’uomo. Un saggio ed antico proverbio dice «Dio viene a vederci senza campana» cioè, come non vi è una linea di separazione fra la nostra testa ed il cielo infinito, così nell’anima non vi è punto dove l’uomo, cioè l’effetto, cessa, e Dio, cioè la causa, incomincia. I confini sono tolti. Noi siamo aperti alle profondità della natura spirituale, ed agli attributi di Dio. Vediamo e conosciamo la Giustizia, l’Amore, la Libertà, il Potere. Nessun uomo possedette mai queste nature, ma esse si librano al disopra di noi, e specialmente quando i nostri interessi ci spingono a ferirle.
La sovranità della super-anima si rivela nella sua indipendenza da quelle limitazioni che ci circoscrivono da ogni parte. L’anima circoscrive ogni cosa. Come ho detto, essa contraddice ogni esperienza e nello stesso modo abolisce il tempo e lo spazio. Il dominio dei sensi ha dominato nella maggior parte degli uomini la mente a tal grado, che le mura del tempo e dello spazio sono giunte ad apparire così reali ed insormontabili, che il parlare con leggerezza di questi baluardi è divenuto, nel mondo, segno di pazzia. Eppure il tempo e lo spazio non sono che misure inverse della forza dell’anima. Un uomo è capace di abolirli. Lo spirito scherza con il tempo.
«Può raccogliere l’eternità in un’ora,
O prolungare un’ora in un’eternità.»
Spesso siamo condotti a sentire che vi è un’altra gioventù ed un’altra età oltre quelle che sono misurate dal nostro naturale anno di nascita. Alcuni pensieri ci trovano sempre giovani e ci mantengono tali. Un tale pensiero è ad esempio l’amore dell’universale ed eterna bellezza. Ogni uomo si parte da tale contemplazione con il sentimento che ciò appartenga piuttosto alle età che alla vita mortale. La più piccola attività dei poteri intellettuali ci redime in un certo grado dalle tirannie del tempo. Nella malattia, nel dolore, dateci un brano di poesia od una profonda sentenza, e noi ci sentiamo sollevati; presentateci un volume di Platone o di Shakespeare, o ricordateci il loro nome, ed instantaneamente noi incliniamo ad un sentimento di longevità.