Ogni investigazione nell’antichità, ogni curiosità riguardante le Piramidi, le città dissepolte, Stonehenge, il Messico, Memphi, non è che il desiderio di sopprimere quei feroci e selvaggi e assurdi «là» «allora» per porvi invece il «qui» o «l’oggi»; è bandire il non «io» e porre «l’io»; è abolire la differenza e restaurare l’unità. Belzoni scava e misura nelle tombe e nelle piramidi di Tebe, finchè egli giunge al termine della differenza fra la mostruosa opera e se stesso. Quand’egli ha dimostrato a se stesso, nelle generali e nelle particolari cose, che quella fu compiuta da un uomo simile a lui, armato come lui e per fini, per i quali egli stesso, in date circostanze avrebbe operato, allora il problema è risolto; il suo pensiero vive lungo l’intera teoria dei templi, delle sfingi, delle catacombe; passa tra essi in tutto simile ad un’anima di creatore, con gioia, ed essi rivivono nella mente, ovvero sono «oggi».
Una cattedrale gotica afferma che essa fu costrutta da noi e non da noi. Certamente essa fu fatta da un uomo, che noi non troviamo nell’uomo del nostro tempo. Noi allora applichiamo noi stessi alla storia della sua produzione; poniamoci nel momento e nella condizione storica del costruttore: ricordiamo gli abitanti delle foreste, i primi templi, l’affinità al primo tipo e la decorazione di esso, quando la ricchezza della nazione s’accresceva: ricordiamo il valore che è dato al legno, riferito all’intero cumulo granitico della cattedrale. Quando noi siamo passati per questo processo e siamo giunti alla chiesa cattolica, alla sua croce, alla sua musica, alle sue processioni, ai suoi giorni dei santi e culto delle immagini, noi siamo stati l’uomo che fece la cattedrale; noi abbiamo veduto quanto poteva e doveva essere: noi abbiamo la sufficiente ragione.
La differenza tra gli uomini sta nel loro principio d’associazione. Alcuni classificano gli oggetti a seconda del colore, della forma o di altre apparenze accidentali; altri a seconda di una intrinseca somiglianza o della relazione tra causa ed effetto. Il progresso dell’intelletto consiste in una più chiara visione di cause che tralascia le superficiali differenze. Al poeta, al filosofo, al santo, tutte le cose sono amiche e sacre, tutti gli eventi giovevoli, tutti i giorni benedetti; tutti gli uomini divini. Poichè l’occhio è legato alla vita, sprezza la circostanza. Ogni sostanza chimica, ogni pianta ed ogni animale, nel suo crescere, ammonisce sull’unità della causa e la varietà dell’apparenza.
Perchè, essendo circondati, come noi siamo, da questa omnigena natura, tenera e fluida come una nube o l’aria, saremmo tali difficili pedanti da magnificare poche forme? Perchè terremmo noi calcolo del tempo, della grandezza, dell’esteriorità? L’anima non conosce queste cose, ed il genio, obbedendo alle sue leggi, sa scherzare con esse, così come un ragazzo scherza con i vecchi e nelle chiese. Il genio studia il pensiero causale, e, molto addentro nelle viscere delle cose, vede i raggi partentesi da una sola orbita, che diverge prima ch’essi si stendano per infiniti diametri. Il genio vigila la monade a traverso tutte le sue sembianze, mentre egli rappresenta la metempsicosi della natura. Il genio sorprende attraverso la mosca, il verme, il bruco, l’uovo, il tipo costante dell’individuo; scopre, fra innumerevoli individui, le specie fissate; attraverso molte specie, il genere; attraverso tutti i generi, il costante tipo; attraverso tutti i regni della natura organica, l’eterna unità. La natura è una mutevole nube che è sempre e mai la stessa. Essa trasmuta lo stesso pensiero in moltitudini di forme, come il poeta fa venti favole con una sola morale. Bello riluce uno spirito attraverso la brutalità e la durezza della materia. Sola, onnipotente, essa converte tutte le cose al suo proprio fine. Il diamante splende nella più pura e precisa forma, ma mentre io lo guardo, la linea esteriore e la sua struttura sono interamente cambiate. Così nulla è più variante della forma, eppure essa mai rinnega completamente se stessa. Nell’uomo noi ancora rintracciamo gli accenni ed i rudimenti di tutto ciò che noi stimiamo segni di servilismo nelle razze inferiori, pure in lui essi rialzano ed aumentano la sua nobiltà e grazia; così Io, in Eschilo, trasformata in giovenca, offende l’imaginazione; ma quanto cambiata allorchè come Iside in Egitto, essa incontra Giove, non avente più nulla della metamorfosi, eccetto che le corna a mezzaluna, quali splendidi ornamenti della sua fronte!
L’identità della storia è ugualmente intrinseca, la diversità ugualmente manifesta. C’è alla superficie infinita varietà di cose, al centro c’è semplicità e unità di causa. Quanti sono gli atti di un solo uomo, nei quali noi riconosciamo lo stesso carattere! Rivolgiamo la nostra attenzione alle fonti della nostra conoscenza del genio greco: per prima cosa noi abbiamo la storia civile di quel popolo, come Erodoto, Tucidide, Senofonte, Plutarco, ce la diedero; da essa noi sufficientemente sappiamo chi fu questo popolo e che cosa fece. La sua anima la troviamo ancora espressa per noi, nella sua letteratura, nei poemi, nel teatro, nella filosofia, in una forma completa; più ancora nella sua architettura, la più pura e sensuale bellezza, il perfetto «medium» che mai oltrepassa il limite della convenienza, della grazia incantevole. Nella scultura poi — l’ago sulla bilancia dell’espressione — noi maggiormente vi troviamo la sua anima, sotto ogni aspetto, in ogni azione, in ogni età di vita, attraverso tutte le condizioni, da Dio alla bestia, e mai oltrepassante l’ideale serenità, se non nello sforzo convulso d’essere obbediente all’ordine e alla legge. Così noi abbiamo del genio d’un popolo quattro diverse manifestazioni, la più varia espressione d’un solo valore morale: ed infatti che cosa v’è di più dissimile per i sensi che un ode di Pindaro, un marmo del Centauro, il peristilio del Partenone e le ultime gesta di Focione? Eppure queste varie esteriori espressioni derivano da una sola mente nazionale.
Ciascuno avrà osservato aspetti e forme, che, pur non avendo somiglianza, producono un’egual impressione nello spettatore. Una particolare pittura o un gruppo di versi, se non suscitano lo stesso seguito di immagini, risvegliano lo stesso sentimento che l’ascendere una montagna selvaggia, sebbene l’affinità non sia evidente ai sensi, ma occulta e al di là del limite dell’intelligenza. La natura è un’infinita combinazione e ripetizione di pochissime leggi: essa sommessamente canta il vecchio e ben conosciuto motivo in innumerevoli variazioni.
La natura ha una sublime rassomiglianza di famiglia in tutte le sue opere e con le più inaspettate affinità ci meraviglia. Io ho veduta la testa di un vecchio capo indiano della foresta, che ad un tratto mi ricordò la rotonda e calva sommità d’una montagna ed il solco delle sopraciglia di quella, gli strati della roccia di questa. Ci sono degli uomini, i cui atteggiamenti hanno lo stesso essenziale splendore della semplice e magnifica scultura dei fregi del Partenone e degli avanzi della prima arte greca. Vi sono composizioni, che per il loro carattere, noi troviamo nei libri di tutte le età. Che cosa è l’Aurora di Guido Reni, se non un mattutino pensiero e in essa i cavalli se non una mattutina nube? Se qualcuno vorrà solo osservare la varietà di azioni, alle quali è ugualmente portato in certi stati di mente, e la varietà di quelle a cui è avverso, vedrà quanto è recondito il legame dell’affinità.
Un pittore mi diceva che nessuno può disegnare un albero, senza divenire in qualche modo un albero: che il disegnare un bambino non è semplicemente studiare il contorno delle sue forme, ma vigilare per qualche tempo i suoi movimenti, i suoi giuochi, e allora il pittore penetra la natura di lui e può rappresentarlo a volontà in ogni atteggiamento. Così Roos «entrò nella più segreta natura d’una pecora». Io conobbi un disegnatore, impiegato in un pubblico ufficio, il quale non poteva disegnare delle roccie, finchè non conosceva la loro struttura geologica.
Che cosa si può dedurre da tali fatti se non questo: che in un certo stato di pensiero si trova la comune origine di opere molto diverse? È lo spirito e non il fatto, che è identico. Col discendere giù nella profondità dell’anima e non con il faticoso acquisto di molte abilità manuali, l’artista attinge il potere di destare altre anime ad una data attività.
È stato detto che «le anime comuni rimunerano con ciò che fanno, le anime più nobili con ciò che sono». E perchè? Perchè un’anima, traendo vita dalla grande profondità dell’essere, risveglia in noi, con le sue azioni e le sue parole, con i suoi aspetti ed i suoi modi, quello stesso potere e quella stessa bellezza che una galleria di scultura e di pittura suole suscitare.